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Nicolai Lilin torna in libreria con il suo terzo romanzo

Gabriele Salvatores ha scelto il suo primo romanzo per realizzare un film che sarà presentato a Cannes 2012. Intanto nelle librerie sta per uscire il terzo libro dell'ex soldato russo che da anni vive in Italia: "Il respiro del buio"

Gabriele Salvatores lo ha scelto per il suo prossimo film che porterà a Cannes nel 2012. È "Educazione Siberiana", il primo dei tre libri scritti da Nicolai Lilin, ex soldato russo da anni in Italia.

Nove i milioni di euro investiti da Cattleya e John Malkovich tra i protagonisti della pellicola. "Vedo con piacere - spiega Nicolai - che una persona così brava come Gabriele abbia voluto fare il film e ho collaborato per renderlo così come lo vogliono loro. Ma non ho il senso di monopolio sulla mia storia. Una volta scritta, appartiene a tutti".

Intanto Nicolai sta per tornare in libreria con il suo terzo romanzo: "Il respiro del buio". 

"E' il terzo di una trilogia. Con il finale del primo comincia il secondo e il terzo comincia con la fine del secondo. Il terzo libro prende le mosse dal ritorno dal servizio militare, dal ritorno dalla guerra, dal ritorno nella società pacifica. E si comincia proprio con il parlare di questa malattia che viene a tutti, per forza, quando si torna dalla guerra: il Ptsd (Post-Traumatic Stress Disorder - ndr).

Io tra l’altro l’ho scoperta dopo anni, dopo averla avuta ed esserne guarito, senza capirlo. Io non ho avuto possibilità di essere curato dai medici, come tutte le giovani leve militari in Russia. Semplicemente noi finiamo il servizio obbligatorio, che dura due anni, e veniamo sbattuti fuori e ognuno se la vede da solo. Chi rimane nell’esercito e firma il contratto, forse ha qualche assistenza medica e psichiatrica".


Quale è stato il tuo percorso dopo la guerra?

"Dopo il ritorno a casa, è cominciato questo strano stress. Avevo una percezione della realtà alterata".

Come parte uno a 18 anni per la guerra e cosa si trova di colpo di fronte che gli cambia la percezione della realtà?

"In realtà la guerra io l'avevo già vista e vissuta a 12 anni (come racconta nel primo romanzo - ndr). Nel mio paese (Nicolai è nato in Transnistria, regione dell'ex Repubblica socialista sovietica moldava - ndr) c’è stata una guerra molto violenta e sanguinosa durata molto poco, solo 3 mesi, perché gli interessi politici si sono conclusi molto in fretta. Sono i soldi e gli interessi territoriali a muovere tutto, sono questi i motivi per i quali la gente si ammazza, altrimenti ci si mette d’accordo anche quando si parlano lingue diverse.

Comunque a 12 anni c’era la città occupata, mio padre era un criminale, anticomunista: la nostra comunità era formata da gente che combatteva il comunismo con i denti, con le mani, con i piedi. Perché da noi il comunismo è paragonabile al nazismo. Solo che il nazismo è durato 20 anni e il comunismo 80. Quindi io sono cresciuto con questo spirito. La prima volta che ho sparato avevo 12 anni. E non so se ho ucciso: è molto difficile nel combattimento vedere se hai ucciso qualcuno o no. Lo puoi vedere solo se sei un cecchino. Se spari in fretta per strada, anche una persona vicina non sai se quella persona muore. Può portare la tua pallottola in corpo e morire dopo 5 minuti".

Come hai vissuto allora la guerra?

"Come un gioco! Quando tornammo a settembre a scuola, noi bambini ci lamentammo perché ci dispiaceva che fosse finita. Per noi era stato un divertimento. Non capivamo niente. Non c'era la reale percezione della guerra. Ricordo che io sfilavo gli oggetti e gli abiti dai cadaveri. E le portavo a mio padre. Raccoglievamo le armi. La città era piena di cadaveri, di civili e poi ricordo l’odore. L’odore è importante quando si parla di guerra. Tutto puzza di bruciato. E poi c'è l'odore dei cadaveri che si decompongono e che puzzano".

Sei anni dopo, la guerra che impatto ha avuto su di te?

"Diverso, perché a 18 anni ero consapevole e cosciente. Per questo poi soffri di allucinazioni e di quella malattia che viene denominata Ptsd e che c’entra proprio con la consapevolezza. Io non sapevo cosa fosse questa malattia. Però l’ho scoperto dopo averla superata e combattuta. Noi la chiamavamo sindrome del reduce. La gente diceva: "guarda quello, è un pazzo assassino, chissà cosa ha fatto e non riesce a vivere come gli altri, si droga, uccide, beve".

Il problema fondamentale di chi torna dalla guerra è ritrovare il proprio posto nella società. Quando torni dalla guerra, sei diverso e rimarrai per tutta la vita così. Io sono un tipo di persona e voi un’altra. Perché io ho attraversato un limite che voi non attraverserete forse mai. E non l’ho deciso io. Noi siamo andati a fare quella guerra infame, l’abbiamo fatta, sacrificando i nostri anni, il nostro futuro. Sono anche sordo all’orecchio sinistro e sono stato ferito.

E al ritorno avevo difficoltà a capire. mi perseguitavano le immagini, cosa che succederebbe anche a voi, solo se vi portassero a vedere una battaglia per 15 minuti: poi non riuscireste a dormire per 3 mesi e ogni volta che sentirete una esplosione vi cagherete addosso. Quando poi partecipi ad un conflitto, superi dei limiti umani e quando torni nella società dove quei limiti esistono diventa difficile ricollocarti all’interno".

Il Ptsd è un problema con il quale anche gli Usa stanno facendo i conti: ogni mese 950 veterani americani, di quelli che sono già in cura nel sistema psichiatrico, tentano il suicidio.

"Perché torni indietro e sei un marziano. Questo senso di distacco l’ho sentito subito. Ero stato per due anni un militare operativo in un reparto speciale antiterrorismo. Quindi per due anni non mi sono mai fermato. Non ho mai dormito. Noi stavamo in alta montagna, poi scendevamo, sparavamo, ammazzavamo, catturavamo e tornavamo alla base con i prigionieri e poi ripartivamo subito.

Ero come una molla schiacciata ed eravamo tutti impasticcati e, se non lo facevamo, morivamo tutti. Anche il medico che mi ha curato, dopo che sono stato colpito da un kalashnikov a 10 metri di distanza, me lo ha detto. Per la botta sono svenuto, mi sono spaccato tutto il costato. Il chirurgo ha detto che se non fossi stato drogato con le pastiglie, che non sono come l’eroina, ma sono anfetamine, sarei morto per il dolore e lo shock.

Molti muoiono al risveglio. Quando sono tornato indietro da tutto questo vissuto in due anni mi sono trovato accanto a gente con il cane, agli innamorati, alla vita normale e io non riuscivo a capire cosa facevano. Moltissima gente al ritorno si droga. Io ho affogato tutto nella vodka, per mesi. Poi piano piano ne sono uscito, proprio cominciando a scrivere. Scrivevo le cose che ricordavo e scrivevo molto sulla specifica militare. Ricordavo intere battaglie e combattimenti".

Non pensi che alla base di tutto ci sia che l’essere umano non potrebbe superare questo limite, il vedere l'omicidio trasformato in sistema?

"Credo che sia così. Questa cosa la dice anche la Bibbia. Mio nonno diceva: "Dio a noi uomini ha dato i comandamenti non perché voleva metterci in una gabbia, ma perché ci vuole bene. Dio ti dice "Non uccidere", non perché ti vuole porre dei limiti, ma perché sa che se ammazzi il prossimo, vivi con la sua ombra attaccata a te. Se è uno sei fortunato, se sono tanti hai troppe ombre accanto a te".


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