“Liberi e uguali. Contro l’ideologia individualista”, è un saggio gustoso e al dente, della politologa italoamericana Nadia Urbinati (www.laterza.it, 2011).
“In ogni persona ritrovo me stesso e il bene e il male che dico di me lo dico anche degli altri” (Walt Whitman, poeta americano).
Nadia Urbinati è di origini riminesi e in questo libro ha miscelato due ottimi ingredienti: il pragmatismo americano e quello romagnolo. Comunque la tesi principale e non originale è questa: i grandi poteri economici e la scarsa educazione civica minano le basi della democrazia rappresentativa e creano un potere oligarchico che condiziona e mantiene nell’ignoranza l’opinione pubblica (Bobbio). Del resto “il gioco politico è gioco retorico: consiste nel riuscire a convincere la massa affinché ciascuno si faccia da potenziale oppositore e critico a sostenitore, amico e propugnatore” (p.93). E fare i servi più o meno consapevoli è l’attività più diffusa in Italia.
Inoltre la politologa non è d’accordo con l’opinione oramai datata di Tocqueville: “non è tanto la società civile con le sue associazioni e i suoi gruppi – spesso tutt’altro che rispettosi dell’autonomia di giudizio dei suoi membri – bensì il sistema politico stesso, con le sue istituzioni rappresentative, i diritti, le norme impersonali, che educa e ispira una vita morale dignitosa in tutte le circostanze dell’agire , anche in quelle ordinarie e private” (p. 160). Lo Stato davvero liberale deve tutelare tutte le minoranze e tutte le libertà personali. Quindi l’Italia è l’esempio migliore che dimostra gli effetti deresponsabilizzanti della cattiva politica in un paese facente parte della civiltà europea.
Però la maturità civile e interculturale passa attraverso forme educative più socializzanti e creative. La nostra attuale tolleranza liberale deve ancora progredire: “Perché al dialogo si arrivi, occorre che non soltanto si “tollerino”, o si “ammettano” le altre visioni delle cose, ma che si avverta per esse una sincera curiosità… è appunto la coscienza morale a dirmi di non credere mai di aver ragione senz’altro, bensì di badare a quanto altri mi può insegnare, e di non pretendere che altri possano mai darmi ascolto, se anzitutto non sono capace di dare ascolto a loro” (Guido Calogero, “Logo e dialogo. Saggio sullo spirito critico e sulla libertà di coscienza”, 1950).
In generale “l’obbedienza a leggi approvate a maggioranza è la virtù politica di base del cittadino e l’esercizio del dissenso sulle opinioni relative alle credenze politiche e morali e ai comportamenti politici e alle leggi è una virtù di eguale importanza. Il dissenso difende le prerogative del giudizio individuale e quindi protegge le istituzioni democratiche dalla possibilità che hanno di chiudersi alla società facilitando una pratica di abuso e privilegio in chi le fa funzionare” (p. 167). Bisogna sempre ricordare che il dissenso è il primo produttore del progresso sociale e delle nuove conoscenze (Jean-Francois Lyotard, “La condizione post-moderna. Rapporto sul sapere”, 1981).