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Myanmar | Amnesty International revoca alta onorificenza ad Aung San Suu Kyi

Quando nel 2013, finalmente libera dagli arresti domiciliari, fu in grado di recarsi a Londra per ricevere il premio “Ambasciatrice della coscienza”, conferitole da Amnesty International nel 2009, la leader birmana e premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi pronunciò queste parole: “Questo è un giorno indimenticabile per me. Chiedo ad Amnesty International di non distogliere lo sguardo e i pensieri da noi”.

Amnesty International prese quella richiesta molto sul serio. Anche per questo, oggi l’organizzazione per i diritti umani ha revocato il premio ad Aung San Suu Kyi.

Nella lettera inviatale per informarla della decisione, il segretario generale di Amnesty International Kumi Naidooha espresso disappunto per il fatto che, a metà del suo mandato e otto anni dopo la fine degli arresti domiciliari, Aung San Suu Kyi non abbia usato la sua autorità politica e morale per salvaguardare i diritti umani, la giustizia e l’uguaglianza in Myanmar.

Naidoo ha fatto poi riferimento alla palese indifferenza della leader birmana di fronte alle atrocità commesse dall’esercito e alla crescente intolleranza rispetto alla libertà di espressione.

Ecco un estratto della lettera:

“Come ‘Ambasciatrice della coscienza’, ci aspettavamo da Lei che continuasse a usare la sua autorità morale per prendere posizione contro le ingiustizie ovunque le scorgesse, a iniziare dal Suo paese. Oggi, proviamo profondo sconcerto per il fatto che Lei non rappresenti più un simbolo di coraggio, di speranza e di imperitura difesa dei diritti umani. Amnesty International non può più valutare il Suo comportamento come coerente al riconoscimento assegnatole ed è pertanto con grande tristezza che ci accingiamo a revocarlo”.

Da quando, nell’aprile 2016, Aung San Suu Kyi è diventata leader di fatto del governo a guida civile, la sua amministrazione è stata parte attiva nella commissione e nel perpetuarsi di multiple violazioni dei diritti umani.

Amnesty International ha ripetutamente criticato Aung San Suu Kyi e il suo governo per non aver preso la parola nei confronti delle atrocità commesse dai militari contro la popolazione rohingya dello stato di Rakhine, nel nord di Myanmar, che vive da anni sotto un sistema di segregazione e discriminazione equivalente all’apartheid.

Durante la campagna di violenza dello scorso anno contro i rohingya, le forze di sicurezza di Myanmar hanno ucciso migliaia di persone, stuprato donne e bambine, arrestato e torturato uomini e bambini e incendiato migliaia di case e di villaggi. Oltre 720.000 rohingya sono fuggiti in Bangladesh. Un rapporto delle Nazioni Unite ha chiesto che alti ufficiali dell’esercito siano indagati e processati per il crimine di genocidio.

Sebbene il governo civile non eserciti controllo sui militari, Aung San Suu Kyi e la sua amministrazione hanno protetto le forze di sicurezza giudicando false, ridimensionando o negando le denunce sulle violazioni dei diritti umani e ostacolando le indagini internazionali.

L’amministrazione guidata da Aung San Suu Kyi ha attivamente rinfocolato l’ostilità verso i rohingya, definendoli “terroristi”, accusandoli di aver bruciato essi stessi le loro case e parlando di “falsi stupri”. Contemporaneamente, la stampa governativa pubblicava articoli violenti e disumanizzanti definendo i rohingya come “pulci umane da detestare” e un “tormento” di cui liberarsi.

Nei suoi rapporti Amnesty International ha documentato anche la situazione negli stati di Kachine e Shan. Pure in questo caso, Aung San Suu Kyi non ha usato la sua influenza e la sua autorità morale per condannare le violenze dell’esercito, per promuovere indagini sui crimini di guerra o per difendere i civili appartenenti alle minoranze etniche su cui ricade il peso dei conflitti. Per rendere ancora peggiori le cose, il governo civile ha imposto forti limitazioni all’accesso umanitario, aumentando la sofferenza di oltre 100.000 sfollati.

Per finire, nei due anni trascorsi da quando l’amministrazione civile è salita al potere, le leggi repressive – comprese alcune di quelle usate per tenere Aung San Suu Kyi e altri sostenitori della democrazia e dei diritti umani – non sono state affatto abolite.

Non solo: Aung San Suu Kyi ha attivamente difeso l’uso di quelle leggi, come nel caso della loro applicazione per condannare due giornalisti della Reuters che avevano documentato un massacro commessi dai militari.

(Foto © Mark Stedman/Photocall)

Questo articolo è stato pubblicato qui

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