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  Home page > Tempo Libero > Musica e Spettacoli > Motus, Too late! Antigone #2
di Emanuela Sabbatini giovedì 4 novembre 2010 - 1 commento oknotizie
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Motus, Too late! Antigone #2

I Motus portano in giro per i teatri italiani la loro versione dell’ Antigone, un must della tragedia classica ripercorsa in tre contest fondamentali. Dalle strade di periferia al palco di un teatro, un impasto per un nuovo contenitore del contemporaneo.

Le luci sono spente, la platea, i palchi, la cornice teatrale, tutto diventa un involucro vuoto con costoni scrostati, un relitto. La quarta parete viene abbattuta e l’organismo smette di alimentarsi secondo il continuum tra due mondi: chi agisce e chi guarda.

I Motus portano in scena in giro per l’Italia il secondo dei tre contest dell’Antigone, Too Late, riletto da Brecht, rindossato dal Living Theatre, rimasticato dalla contemporaneità sfaccettata della storia, filtrata e impastata tra periferia e informazione. Too late, le parole gridate dal coro dell’Antigone del Living riprese qui, lapidarie nel titolo ad indicare ancora una volta il ritardo dell’uomo nel comprendere, capire, abbandonare la strada della sopraffazione. La redenzione giunge quando ormai tutto è deciso.  

La classica struttura teatrale diviene roba vecchia inadatta a comunicare quel tutt’uno creativo che è alla base del mondo dei Motus. Il pubblico, ovattato da una nebbia che avvolge ed unifica, viene perciò collocato sul palco, accomodato su cuscini e sedie, illuminato dalle stesse luci che carezzano gli attori, sensorialmente coinvolto in tutto e per tutto dalla scena.

I due personaggi seduti l’uno di fronte all’altro danno il via all’aspro dialogo tra Creonte (Vladimir Aleksic), re di Tebe, e il figlio Emione (Silvia Calderoni che impersonerà anche l’eroina della tragedia), promesso sposo di Antigone, la fanciulla condannata a morte per aver coperto il corpo senza vita del fratello, considerato traditore della patria e perciò destinato a giacere senza degna sepoltura. Ben presto il dialogo abbandona il testo teatrale e diviene un contest di lotta animalesca tra reggente e sottomesso, tra integralismo e umanità,tra un potere che non dissocia l’atto dall’attore e chi contestualizza e comprende, tra padrone e cane.

Si abbaiano contro, calpestano la scena come due bestie feroci che si contendono ragione e dominio.

La sensazione è quella di trovarsi in un territorio ibrido dove il testo teatrale è pre-testo nel doppio significato dell’espressione: l’Antigone come dramma a cui attingere e che sta prima di una riscrittura; e scusa, occasione di spunto per dare voce e spazio a qualcosa che muore, ad una coscienza appannata.

Si entra e si esce continuamente dal testo classico ma questo uscire non è un sottrarsi alla narrazione bensì un riflettere sulla resistenza dell’Antigone d’oggi. Uno spazio di 50 minuti ceduto all’ostinazione, a quella necessità di dichiarare di aver compiuto un’azione e di non negare l’azione stessa assumendo perciò il fardello delle responsabilità che ne seguono.

Un’irriducibilità oggi spesso persa, drogata dal luccichio di mille vane attrazioni.

Antigone si denuda, abbandona vesti e riserve, resiste e oppone fisicamente la propria identità, diviene emblema e incarnazione di dissenso mai fine a se stesso, mai retorico in senso sofistico, mai inutilmente polemico.


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