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di Tommaso Battimiello giovedì 14 ottobre 2010 - 0 commento oknotizie
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Minority Report, la recensione

Siamo in un futuro non troppo lontano, l’uomo ha inventato un sistema per eliminare per sempre gli omicidi e sono sei anni ormai che a Washington non si consuma un delitto.
 
Attraverso le previsioni di tre esseri sensitivi, uno speciale corpo di Polizia, la Pre-crimine, arresta i “colpevoli” prima che il reato possa aver luogo. La squadra è guidata dal detective John Anderton (Tom Cruise), preciso e zelante sul lavoro. Ma nella vita privata John è diventato un tossicodipendente che s’imbottisce di droghe per riuscire a superare la scomparsa del suo figlioletto Sean.
 
Il sistema sembra essere perfetto, a prova di errore, e il suo impiego su scala nazionale è alle porte, ma tutto cambia quando è proprio Anderton ad essere individuato come un potenziale omicida. Nonostante John non abbia mai visto l’uomo che sembra essere destinato ad uccidere, non gli resta che darsi alla fuga, inseguito dalla sua ex squadra guidata ora da Danny Witwer (Collin Farrel), un ispettore federale alla costante ricerca di difetti nel sistema della Pre-crimine.
 
L’omonimo racconto da cui il film è tratto o dal quale, più che altro, Spielberg ha preso spunto, è un’opera dello scrittore cult di fantascienza Philip K. Dick, già autore di grandi classici molto a cuore al cinema americano. Romanzi e racconti dello scrittore americano furono trasposti sul grande schermo, come “Do Androids Dream of Electric Sheep?” (al cinema Blade Runner), “Atto di forza”, “Screamers”, “Next” e lo stesso "Minority Report". Enorme, poi, fu poi l’influenza che le opere di Dick ebbero su film come “Memento”, “L’esercito delle dodici scimmie”, “Matrix”, “The Truman Show”, “Terminator” e anche questo film, diretto in maniera impeccabile da Steven Spielberg, contiene una parte importante delle riflessioni di cui sono costellate le sue opere.
 
A metà tra il thriller psicologico e una riflessione fantapolitica, il film si distacca dal romanzo su alcuni punti. Innanzitutto il finale del romanzo era molto più cupo, perentorio, nello stile di Dick e non era certo consolatorio come quello del film. In secondo luogo, nel mondo ideato da Dick la tecnologia, seppur chiaramente futuristica, non aveva quella valenza di ossessività e invadenza che invece acquisisce nel film. Inoltre le premesse da cui si muove il racconto sono radicalmente diverse da quelle presenti nella sceneggiatura di Jon Cohen e Scott Frank.
 
Due sono le motivazioni principali: il primo, che ha spinto a rivedere il finale, è la necessità di scendere a patti col mercato cinematografico, con il riscontro da parte del pubblico che, si sa, non ama molto le conclusioni che si discostano dal lieto fine; il secondo, riguardo la tecnologia ossessiva e invadente, serve da espediente narrativo per accentuare quanto più possibile (come sempre accade nelle trasposizioni cinematografiche di libri, quando il tempo a disposizione è minore) quello che è il tema centrale del film e dell’opera di Dick: sarebbe un mondo migliore quello senza libertà?

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