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Mediterraneo megafono dello scontento

I tunisini hanno indicato la strada per ottenere l’allontanamento di un governo sgradito e gli egiziani li hanno seguiti. Un cambiamento con delle incognite che non dovrebbe contemplare la sostituzione di un clan corrotto con un altro, ma una serie di passi per una via alla democrazia di stile arabo, in un’area, quella del nord Africa, molto vicina alla cultura europea, come dimostrano le critiche del rapper tunisino El General, il ventiduenne Hamado Bin Omar, divenuto famoso per il pezzo Rayes Lebled pubblicato anche su Youtube o gli Arabian Knights in Not Your Prisoner. Uno scontento che corre sul web, come dimostrano i diversi blog, anche su di un sito dedicato alla situazione kurda, oltre all’attività informativa di Al Jazeera.
 
Protagonisti nell’aggregazione di tanto scontento sono i social media, anche se alcuni come Facebook rifuggono il ruolo di fomentatore della rivolta, per evitare di essere visto con sospetto da paesi come la Siria.
 
Nonostante il corrotto sistema Ben Alì è apparentemente crollato, con il suo responsabile che trova asilo in Arabia Saudita, il futuro ai tunisini sembra incerto e fuggono verso l’Italia. Scappano forse perché compromessi con il vecchio regime o solo per approfittare dell’attuale confusione, per cercare un luogo migliore dove vivere.
 
Potrebbe accadere lo stesso in Egitto, dopo che l’euforia per la detronizzazione di Mubarak si sarà affievolita, e i disoccupati si accorgeranno che per ora continueranno ad non avere lavoro e contare solo su di un’economia famigliare imperniata sull’agricoltura e l’allevamento urbano sui terrazzi e cortili dei caseggiati. Per ora i militari garantiscono una continuità nell’arginare il pericolo jihadista, promettendo il cambiamento.
 
Sino a poche settimane fa erano pochi gli organi d’informazione e i governi che schedavano il governo tunisino e quello egiziano come delle dittature, per la maggioranza erano solo delle democrazie autoritarie.
 
In questa ipotesi di cambiamento sono gran parte dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo ad essere coinvolti con l’ampliamento di un esodo in massa, con la conseguente crisi umanitaria che non darà spazio a strumentali dichiarazioni xenofobe ad uso di parte dell’elettorato europeo.
 
Il Governo italiano lamenta la solitudine nella quale l’Europa l’ha relegata, avendo confidato nei trattati stipulati per aver arginato la migrazione, per una politica poco concordata con l’Unione europea. In questo risveglio del mondo arabo vi è l’incognita, non solo in Egitto, dei Fratelli Musulmani, con la loro influente presenza nelle aree rurali, più che in quelle urbane.
 
Già il 15 settembre Lucio Caracciolo su La Repubblica, con l’articolo - L'occasione persa dell'Italia per la paura collettiva -, rifletteva, prendendo spunto dall’intervento armato della motovedetta libica – di fornitura italiana – nei confronti di un peschereccio sventolante il tricolore, sulle paure di un imminente assalto dell’umanità relegata nel sud del Mondo, in direzione del ricco nord e sulla minacciosa tesi dell’americano Sam Huntington sullo "scontro delle civiltà", da combattere nel Mediterraneo. Angosce che relega l’Italia ad un ruolo marginale, sconfessando la sua naturale vocazione di punto di riferimento europeo del Mediterraneo.
 
Il 31 gennaio Lucio Caracciolo ritorna, sempre su La Repubblica, sul tema delle occasioni perse – L'occasione che perderemo – per evidenziare la situazione nel Maghreb.
 
Abbiamo perso un’occasione, ma l’Italia, come l’Europa e tutto l’Occidente, ha perso più di un’occasione nell’evitare di intrattenere rapporti corretti non solo con i governi, ma anche con i popoli amministrati, e non solo con quei paesi che si affacciano sul Mediterraneo, ma anche con quelli, con dittature o governi autoritari, sparsi per il Mondo.
 
L'Occidente dovrà smettere di considerare il resto del Mondo incapace di darsi dei governi democratici e per questo sarebbero necessarie delle regole, se non si vuol chiamare moralità, nell’intrattenere rapporti politici ed economici con stati “autoritari”.
 
Il filosofo francese André Glucksmann, sul Corriere della Sera del 7 febbraio 2011, è convito che La democrazia può vincere nei Paesi arabi.
Essere un governo che intrattiene rapporti economici e politici con delle “democrazie” sotto tutela, solo perché appaiono garantire un controllo sulle intemperanze islamiche, fomentate dalla povertà, non può bastare per renderli apprezzabili e considerarli paesi amici.
 
Usare una nazione come barriera per contenere l’invasione africana dell’Occidente o considerarla come un potenziale mercato, non possono essere gli unici fattori per chiudere un occhio sull’indigenza e l’oppressione nel quale vive una parte sempre più numerosa dell’umanità.
 
Nelle stanze dei palazzi occidentali non usano chiamare questi governi delle dittature, ma eufemisticamente delle democrazie autoritarie, dove si svolgono periodicamente i turni elettorali, ma con vincoli di partecipazione per i partiti e candidati.
 
I timori dell’Occidente a parteggiare apertamente e con entusiasmo per le rivendicazioni dei popoli del Maghreb e del Medio Oriente per una migliore condizione di vita e una libertà elettiva, sono stimolati dalle precedenti esperienze avute con la Persia dello Scia che si trasforma in roccaforte dell’ortodossia mussulmana, come recentemente è accaduto con le libere elezioni nei territori palestinesi che hanno decretato l’egemonia di Hamas nella striscia di Gaza.
 
Più l’Europa che gli Stati uniti, propendono per uno status quo dell’intera area, per non aprire a delle incognite fondamentaliste o peggio dei pretenziosi miglioramenti economici per i prodotti destinati all’Occidente.
Con la diffusione della democrazia il sud del Mondo riduce gli ambiti dove trovare della manodopera a basso costo per i paesi industriali.
 
Credits Foto: http://blogs.aljazeera.net

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