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“MAGARI”, la mostra pittorica dell’artista argentino Roly Arias dedicata a un “Un viaggio migratorio in ultra-mare”

Ce ne parla lo scrittore Nicola Viceconti

Il prossimo 24 maggio parteciperà alla prestigiosa manifestazione “Settimana del tango e della cultura argentina” di Varese, organizzata su iniziativa dello scrittore e giornalista italo-argentino Sabatino Annecchiarico. Si tratta della presentazione della mostra pittorica “MAGARI” dell’artista Roly Arias, ispirata da un viaggio migratorio, da lui stesso ha definito, in “ULTRA-MARE”. Ci puoi dire qualcosa su questo artista?

Roly Arias è un artista argentino nato a Salta nel 1968. Ha iniziato la sua attività nel campo delle arti plastiche da autodidatta, interessandosi dapprima al disegno e successivamente alla pittura. Le sue produzioni sono state esposte in Italia, Messico, Brasile e Argentina. Roly Arias ha vinto diversi premi e borse di studio. Vale la pena ricordare che nel 2010 ha ottenuto la Medaglia del Presidente della Repubblica al 51° Premio Internazionale Bice Bugatti - Giovanni Segantini e che le sue opere fanno parte di collezioni pubbliche importanti quali ad esempio: il Museo Castagnino, il Macro di Rosario, il Museo di Arte Contemporanea di Salta (MAC) e il Museo di Arte Contemporanea di Jataí, Brasile. Dal 2001 dirige la Galleria Fedro.

Come ha avuto modo di conoscerlo?

È stata un’idea del professor Annecchiarico. Conoscendo la passione che nutro per l’Argentina, ha pensato di mettermi in contatto con Roly per presentare la sua seconda esposizione in Italia. Devo confessare di aver capito soltanto in un secondo momento che fosse lui il creatore di un personaggio che avevo visto raffigurato sui tovaglioli dei bar si Salta.

 

 

Un personaggio di fumetti?

Esattamente. Si tratta di un simpatico personaggio chiamato “Simplicito”. Come ha lui stesso raccontato, l’ideazione di questo personaggio è nata spontaneamente una mattina, mentre stava facendo colazione nella pasticceria che frequenta abitualmente a Salta. Una vignetta schizzata quasi per gioco, che dall’essere raffigurata sui tovaglioli dei bar è approdata al Museo di Arte Contemporanea in Spagna.

 

Che rapporti ha Roly Arias con l’Italia?

Nel giugno del 2017 ha esposto la mostra “Impronte nel Mare”. In quella occasione, nel corso della presentazione, Roly Arias ha citato Borges con le seguenti parole: "Tornerò dove non sono mai stato". Tale affermazione nasce dalle sensazioni che lui stesso ha provato durante quell’entusiasmante esperienza, primo vero viaggio dell'artista in Europa: “tutto ciò che ho osservato per la prima volta in Italia mi è sembrato di averlo già conosciuto. Siamo pieni di informazioni tratte dai libri e dai film sulle cose che vediamo e sui luoghi che visitiamo. Per questo voltando in una strada si prova la sensazione di entrare in un set cinematografico o nelle pagine di un libro”.

 

Che cosa ci vuole dire l’artista con questa mostra?

Una prima riflessione la possiamo fare sul titolo: MAGARI. Un viaggio migratorio in ultra mare -“Ritorno a un posto dove mai sono stato”. Da dove possiamo focalizzare l’attenzione su due termini. Il primo è “Magari” ha sempre colpito l’attenzione di Roly. (Makàri, deriva da makarios che in greco significa felice). Il secondo è Ultra-mare, ossia un luogo situato all’altra sponda del mare, prendendo come riferimento il lato (la costa) da dove si osserva. Un termine oggi in disuso, che si attribuiva alle regioni colonizzate dalla Spagna.

Infine con la frase Ritorno a un posto dove mai sono stato l’artista descrive la sensazione del mai accaduto, tipica di tanti emigranti che vivono tra due terre. Su tale aspetto, ho trovato interessante una poesia di Giorgio Caproni, poeta, scrittore, traduttore e critico, che ha saputo illustrare nelle sue opere una realtà sfuggente, impossibile da fissare con il linguaggio. In un suo componimento, attraverso un nonsense raffinato, il nulla riesce a essere incredibilmente il protagonista, un luogo che appartiene ad altri tempi, un sogno cullato per anni e mai realizzato, un falso ricordo rimasto impigliato agli spini miracolosi della poesia.

Ritorno

Sono tornato là
dove non ero mai stato.


Nulla, da come non fu, è mutato.
Sul tavolo (sull’incerato
a quadretti) ammezzato
ho ritrovato il bicchiere
mai riempito. Tutto
è ancora rimasto quale
mai l’avevo lasciato.

 

 

Come in ogni viaggio, alla partenza segue un ritorno, all’andare, il tornare, e se si lascia un porto è per approdare in quello successivo. Vi è una sorta di eterno ritorno dalla terra al mare, e dal mare alla terra, perché “il Nómos può uscire dal suo confine, ma sempre deve farvi ritorno, deve ristabilire il patto originario che lo collega alla terra”.

 

Cosa è raffigurato nei quadri di Roly Aria? C’è un elemento predominante nella sua pittura?

Senza dubbio l’elemento centrale della mostra è il mare - oggetto di una interessante analisi di De Fiore nel saggio “Anche il mare sogna” - che si manifesta nella “forza” dirompente dell’acqua, costantemente in relazione ai volti e alle bocche degli uomini e delle donne rappresentati. Ciò suggerisce una riflessione sul mare quale “modello di organizzazione dello spazio tra la terra di addio e quella ospitante”. Il mare è lo scenario, il mezzo, la metafora stessa del viaggio, il palcoscenico dove uomini e donne in carne e ossa costruiscono la dimensione esperienziale del proprio processo migratorio. Il mare è il luogo-non luogo, il mondo agitato e fermo nel quale si intersecano le interconnessioni comunicative e affettive dei viaggiatori provenienti da terre diverse. È la rete, lo spazio in cui si naviga, l’insieme delle rotte, lo specchio che riflette l’immaginazione, i desideri e le angosce dello straniero che lo attraversa. Sulla terra è possibile la spartizione, la misura e quindi la legge; il mare appare come il non-luogo, spazio inabitabile e tendenzialmente aporetico. Il luogo stesso si fa nomade, libera i propri ormeggi,

 

Quindi nei suoi dipinti il mare ha una valenza metaforica?

Sì. Il Mare si fa metafora della rete, dunque, per descrivere il mutamento della relazione tra spazio, geografia e viaggio - in questo caso - degli emigranti italiani alla fine dell’ottocento/primi del novecento che sono andati a popolare il Rio de la Plata. Viaggiatori di terza classe che, come nel mito di Ulisse, hanno vissuto una dimensione psichica di costante instabilità e inquietudine: “Appena messo piede sulla nave, continuammo in fila indiana a seguire le indicazioni del marinaio. I più fortunati, come noi, trovarono posto all’interno di ampi stanzoni. Gli altri nei corridoi delle stive. Eravamo nella parte più bassa della nave, dove si sentiva forte l’odore della sala macchine. L’aria viziata sembrava immobile e gli spazi erano affollatissimi. Le donne e i bambini sotto i dieci anni furono fatti alloggiare da una parte, i maschi in un’altra sala”. (*rif. Cumparsita)

 

Che tipo di rapporto esiste nelle opere di Roly Arias tra uomo e mare?

Il rapporto tra l’uomo e il mare può essere raccontato alla luce della tensione tra le onde e le rotte, tra l’ordine e il caos, tra la superficie e il fondo. È questa l’essenza di MAGARI. Osservando i quadri di Roly Arias, una possibile chiave interpretativa è quella che vede il fenomeno migratorio come “arricchimento del mare”, grazie a determinate caratteristiche quali la scelta cromatica, l’uso di colori decisi e brillanti che conferiscono all’immagine una potente forza emotiva; la raffigurazione costante di volti espressivi, scavati dal dolore; la presenza di mimiche facciali intense, come i fiotti di mare impetuoso che fuoriesce dalle bocche di uomini ciechi, gli sguardi carichi di sofferenza, le mascelle contratte, i denti serrati; il dinamismo delle scritte dai toni urlanti, sgargianti, navi e aerei in movimento.

Si tratta quasi sempre di immagini sconvolgenti dove alle acque agitate corrispondono volti corrugati, maschere di tormento. Analogamente agli antichi greci che, con le loro rotte di navigazione e le loro esplorazioni, si dirigevano verso una patria oltre-mare per abitare nuovi territori, così gli emigranti di Roly Arias nelle loro traversate, creano una rete (non solo fisica) in grado arricchire di senso il mare che, da anonima distesa di acqua, diventa un’estensione fisica e cognitiva della terra madre. Da luogo della contemplazione, il mare così vissuto diventa teatro d’azione e degli eventi. Il mare si afferma estensione dell’avventura e delle scoperte e, soprattutto, si trasforma in luogo dei naufragi, delle tempeste e delle sconfitte: “Il locale dove avremmo alloggiato insieme agli altri aveva i soffitti bassi ed era poco illuminato. Stavamo stretti, non c’era spazio per girarsi e i materassi buttati sopra tavole di legno erano sudici. Nel trambusto generale avevamo poggiato alla meglio i nostri bagagli; le casse di legno lungo il corridoio, le valige invece sotto i letti.  Mia madre era angosciata dal fatto che ci avessero separati. Io che ero piccolo e le mie sorelle avevamo la fortuna di stare con lei. I miei fratelli più grandi, invece, dormivano dalla parte degli uomini. La nostra era una famiglia unita e lei non sopportava l’idea di stare lontano dai suoi figli. Aveva paura che ci perdessimo o cadessimo in mare. Non sapeva che il pericolo era un altro. A quei tempi, era facile ammalarsi durante la navigazione. Molti bambini non arrivavano a destinazione a causa di epidemie che scoppiavano sulle navi”. (rif. cumparsita)

 

 

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