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Liberalismo non fa rima con libertà

La politica è ostaggio della finanza, come lo è tutta la società, e in particolare degli sbalzi umorali delle agenzie di rating, diffondendo voci tendenziose per portare intere nazioni sull’orlo della crisi.
La Crisi è come un fiume carsico, appare dove meno te lo aspetti, per poi scomparire all’improvviso, ma è sempre li in agguato, per far pagare ai peones del mercato le scelte sbagliate dei signorotti della finanza e i don Rodrigo della speculazione continueranno a dettare le regole sino ad un’influenza letale.
 
Tematiche e dubbi affrontati da Loretta Napoleoni nel suo ultimo libro "Il contagio"(Rizzoli), per analizzare l’avidità dell’alta finanza predatrice e l'incapacità della politica che da vita a delle istituzioni internazionali inefficienti, ma anche con "L'eclissi" di Franco - Bifo - Berardi e Carlo Formenti (Manni Editore), basato su di un Dialogo precario sulla crisi della civiltà capitalistica.
 
Il potere del sussurro, l’arricchimento attraverso le parole, per spostare gli interessi finanziari e quindi influenzare le politiche, per la buona pace di Alfano che grida l’impossibilità dei mercati a condizionare i Governi. In un’Europa senza una leadership credibile, per una politica economica concordata, se non unitaria, è l’emissione di obbligazioni europee, degli Eurobond, a rendere l’Unione degli stati di Europa, maggiormente impermeabili alle stravaganze della speculazione finanziaria. Ai giochi di chi, solitamente, compra senza soldi per rivendere in breve tempo e trarre forti profitti.
 
Si vuole rendere la realtà dell’Unione Europea credibile verso il mondo, ma ha già fallito con le rappresentanze per la politica estera e per la mancata realizzazione di una forza d’intervento europeo; e il tener ulteriormente in sospeso la presenza di una politica economica e finanziaria europea, questione fondante per rendere l’Euro una realtà tangibile e non una forzatura politica, non mette a rischio le economie più deboli, ma quelle di tutte le singole nazioni che hanno adottato l’euro e influenzato fortemente quelle del resto degli Stati europei.
 
Si continua a teorizzare sull’economia basata sul consumo, sulla necessità di far “circolare” i soldi, di saturare ogni pertugio recondito del desiderio umano.
Una finanza estranea agli indigenti che notoriamente, nei loro diversi gradi di povertà, non hanno fondi da investire e il cosiddetto ceto medio rimane seduto sul suo portafogli in momenti incerti, mentre sono solo i più che benestanti a poter continuare a consumare, sprecare e soprattutto speculare sulle disgrazie altrui.
 
Non si vuole negare il diritto alla felicità a tutti coloro che con fatica hanno raggiunto la meta di guadagnare 80 e oltre mila euro annui, ma è differente sottrarre il 10% da 80 mila e toglierne 2 mila a chi ha una busta paga di 20 mila.
 
In un momento di crisi è forse opportuno un sacrificio maggiore da chi ha maggiori possibilità e andare oltre la campagna governativa contro l’evasione fiscale e rafforzare, senza ulteriori condoni, i controlli non solo sulle attività, ma sul tenore di vita e il dichiarato.
 
Le ultime iniziative del governo sulla sensibilizzazione dell’Opinione Pubblica, con una serie di spot televisivi e radiofonici, sul problema dell’evasione fiscale, bollando tutti quegli individui come parassiti della società, ma ancora timido nei controlli di tracciabilità dei soldi.
 
Iniziative che rendono onore al governo Prodi che, con i suoi ministri Padoa Schioppa e Vincenzo Visco, avevano già varato e che con altrettanta velocità eliminate dal governo Berlusconi, per non parlare dei tentativi di liberalizzazione di professioni e attività commerciali. Quanto tempo sprecato per un falso senso di Liberalismo che punta alla dismissione del patrimonio immobiliare pubblico per appianare il bilancio, ma quello che si vende non ci appartiene più.
 
La vendita del patrimonio abitativo pubblico non potrà risolvere le finanze governative, ma creerà ulteriori iniquità sociale, perché non si può avere la certezza che l’inquilino possa essere nelle condizioni di acquistare l’abitazione nella quale vive. Quali garanzie può avere una famiglia in affitto di non vedersi sfrattata o con il canone aumentato dal nuovo proprietario?
 
Il Capitalismo promuove la fortuna di alcuni a discapito di altri, ma è antidemocratico cercare di calmierare gli affitti o i generi di prima necessità e il Liberalismo lo accentua influenzando il mercato delle materie prime alimentari, come quelle industriali, rendendo la delocalizzazione dell’agricoltura estremamente conveniente, a danno delle fasce sociali più disagiate e meno protette: in Occidente come nei paesi del “sud” del Mondo.
 
Non può esserci un’alzata di scudi contro le richieste di una tassazione meno squilibrata nei confronti delle fasce sociali più svantaggiate e tanto meno pretendere uno svincolarsi della politica dall’influenza della finanza, smettendo di foraggiare le banche con la scusa di evitare aggravi della crisi. Non si può continuare a ricapitalizzare le banche; per salvaguardare i risparmiatori basta che sia la Banca centrale europea a tutelarli, per poi far pesare alla maggioranza delle persone che vivono negli Stati uniti, come in Spagna o in Gran Bretagna, ma anche in Italia e nel resto dell’Occidente, aggregando milioni di persone indignate dal dover pagare loro la crisi che altri hanno causato.
 
Fortemente simbolico è l’assedio che migliaia di americani stanno portando avanti a Wall street e la voglia dei britannici di fare altrettanto a Londra con la Stock Exchange, ma che per ora si limitano a bivaccare sulla scalinata di St. Paul. La crisi di un Occidente, e non solo dell’Europa, sulla soglia di povertà, ha rimescolato e delineato gli schieramenti che negli ultimi anni vivevano in una confusione ideologica, superando l’impegno politico, rendendo insignificante i termini come Destra e Sinistra, per definire chi vuole demolire lo stato sociale e chi vuole difenderlo.
 
E' in gran parte una classe media che si sente sull’orlo della povertà, come i professionisti multi accessoriati, nella Londra narrata da James G. Ballard in Millennium People, dove si trovano a perdere i loro privilegi.
 
Questa è l’unica discriminante che porta la maggior parte delle persone nel sostenere un politico piuttosto che un altro. Si delinea una nuova lotta di classe, non più tra padroni e operai, ma tra quelli che vogliono conservare i privilegi di una bella vita di sperperi e gli altri stanchi di dover rinunciare, passo dopo passo, tutte le tutele sociali, conquistate con la Costituzione e le lotte sindacali, cercando di conservare la possibilità di vivere e realizzarsi.
 
Gli Indignati italiani sono dei Draghi ribelli che si contrappongono ai tagli del Ministro Giulio Tremonti e alle scelte dei governi, non solo europei, nel ricapitalizzare gli istituti finanziari e ignorare le necessità dei cittadini.
Sono dei Draghi che da novembre si confronteranno con il neo eletto governatore della Bce Mario Draghi, continuando a tenere una presenza in strada (Palazzo delle Esposizioni, nel prato antistante la basilica di S.Croce in Gerusalemme a Roma), senza farsi scoraggiare dalle provocazioni di una esigua minoranza di violenti, come hanno dato dimostrazione, durante la manifestazione romana del 15 ottobre, senza apparenti sbocchi se non quello di dare sfogo ad una rabbia strumentalizzabile.
 
I violenti italiani sono lontani dalla metodologia britannica dei saccheggi, per afferrare il miraggio di sentirsi uguali alle schiere di rape ipotizzate dall’high-tech e delle griffe, ma più vicini alle notti berlinesi rischiarate dalle fiamme di auto incendiate. Fautori di una lotta di “classe” senza sbocchi o un manipolo di “tifosi” in trasferta che non lanciano slogan, ma solo pietre e petardi, intenti dare alle fiamme delle automobili che potrebbero appartenere a persone di loro conoscenza, solo per affermare la propria esistenza e non essere più una figura di contorno.
 
Gli Indignati vengono accusati di essere contro le liberalizzazioni e il liberalismo, ma richiamarsi alla Costituzione e al rispetto della legge non significa essere liberticidi. E' il voler denunciare il mancato rispetto delle regole in una società soggiogata dalla prepotenza e dall’arroganza. La presenza in video e in radio di alcuni sui giovani indignati, non ha reso un buon servizio al movimento, diventando il bersaglio di derisione di alcuni giornalisti, per la loro vaghezza, senza riuscire ad articolare una frase compiuta perché intimoriti dal microfono.
 
Una crisi che indebolisce una parte del mondo, accomunando i Paesi ricchi e poveri, mentre la Cina e l’India rafforzano le loro posizioni economiche, influenzando non solo la finanza dell’Occidente, ma soprattutto esercitando pressioni sulla sovranità alimentare dell’Africa.
 
Una sovranità scardinata da vari anni, grazie anche alla disponibilità di alcuni governanti africani, che condiziona le fluttuazioni al rialzo dei prezzi, la maggiore minaccia alla sicurezza alimentare nei paesi in via di sviluppo.
 
Un fenomeno che ad ogni Giornata Mondiale dell’Alimentazione diventa il tema centrale per trovare delle soluzioni per contenere il saccheggio delle terre, con degli affitti irrisori, già denunciato nel 2009 dall'Onu e che nella riunione di questo ottobre alla Fao non si è riusciti a trovare degli strumenti efficaci per arginare il land grabbing, l’accaparramento delle terre, senza inimicarsi la Cina e l’India. Il cibo, come le cause della fame, sarà anche il tema dell’Expo dei popoli, a Milano nel 2015, con i progressi e i fallimenti, per la stessa sopravvivenza del pianeta.
 
Il cibo è anche il tema di iniziative divenute veri e propri eventi glamour, modello Slow Food con il Salone del Gusto e Terra Madre, o sul confronto meno mondano di Terra Futura e Kuminda, per un diritto al cibo. Un’emergenza alimentare affrontata anche nel primo appuntamento, tenutosi in concomitanza della Giornata Mondiale dell’Alimentazione, del ciclo d’incontri Aspettando Roma InConTra, al Museo dell'Ara Pacis, per confrontarsi con la drammatica attualità dell’emergenza che sta flagellando non solo il Corno d’Africa, trovando delle risposte globali alla volatilità dei prezzi alimentari.
 
Un Liberalismo selvaggio che valica i confini dell’Occidente, al quale non si riesce a trovare uno strumento adatto per limargli le unghie, trovando l’esaltazione nel concepire i nuovi bisogni delle persone, come unico stimolo della crescita, per una produzione sfrenata, accantonando la decrescita teorizzata da Serge Latouche, come modello di passaggio per una società non più basata sulla voracità consumistica e tanto meno manipolata dalle nuove ricapitalizzazioni degli istituti finanziari, pratica intrapresa recentemente anche dalla Cina, che verrà nuovamente proposta come unica soluzione alla crisi nel summit dei G20, ai primi di novembre, a Cannes.
 
Un Occidente in crisi che, come viene ammonimento dalla quarantenne economista africana Dambisa Moyo nel suo recente libro La follia dell’occidente, è piegato da privilegi, sussidi e sprechi.
 
Un problema che l’Italia vede duplicato se non addirittura triplicato.

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