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Le memorie proibite di una donna di piacere

I ricordi di una prostituta nel romanzo “Fanny Hill” (Marsilio) di John Cleland. Primo libro a contenuto pornografico della storia letteraria inglese, al centro di processi, vinti in nome della libertà

Oriente e Occidente, cristiani, ebrei e mussulmani, così impegnati a scannarsi per qualche vignetta satirica su Maometto, tralasciando così i veri problemi, condividono stilemi e rappresentazioni del piacere molto comuni. Certo, essi variano in base alla zona, alla cultura o alle mode, ma coincidono con la sacralità dei vasi greci ricchi di corpi sinuosi e nerboruti, con i seni dritti e turgidi delle donne dell’harem, con i fianchi stretti e le natiche sode dei ragazzi in cerca di prede per i loro appetiti: intrecci silenziosi e sussurri immaginati. Le proiezioni del passato, fra vasi etruschi e preziosi ricami del Kamasutra, hanno incontrato nei secoli le pastoie delle religioni e i rigidi schemi di coloro che hanno individuato nella repressione e nel controllo del piacere il vero origine del potere.

Il piacere scacciato dal Paradiso  Nasce il potere e crolla il senso del piacere, si abbassa l’erezione dell’umanità davanti alle guerre e ai condizionamenti. Saffo non può più cantare «C’è chi dice sia un esercito di cavalieri, c’è chi dice sia un esercito di fanti, c’è chi dice sia una flotta di navi, la cosa più bella sulla nera terra, io invece dico che è ciò che si ama». (fr. 16), ma si erge la parola del clero e le abitudini a ricordare all’uomo i divieti: «Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete» (Genesi 3:1). Il piacere, scacciato dal paradiso pubblico in cui un tempo dimorava, si domanda allora se sia quella «la sede / che ci tocca avere in cambio del cielo, questa triste oscurità / invece della luce celestiale» (John Milton, Il paradiso perduto, libro I, vv. 242-245) e nella spontaneità perduta edifica già il suo nuovo concetto di piacere, un luogo in cui Colui che si è nominato simbolo del bene non guardi, poiché in esso si vive liberi.

La pornografia è stupore – Irrimediabilmente e mestamente abituati alla finta pornografia, circondati da donne e uomini ignoranti o incapaci di costruire qualcosa che non sia diventare “importanti”, assistiamo quasi con indifferenza al brulicare di piccoli e grandi fenomeni letterari o mediatici,nei quali il piacere fisico, o almeno presunto tale, assume la forma di una spazzola, di cui si consigliano cento colpi, sfumature di svariati colori e contorni conturbanti di vacche e stalloni rifatti. Simboli della società odierna (per la quale il piacere fisico perde i connotati di divertimento cercato, ma indossa le vesti di un priapismo da oratorio, fra santo e peccaminoso, morboso e spesso scadente oltraggio alla privacy di qualcuno), il membro eretto e gli orifizi aperti per tutti riassumono il paradigma secondo cui la trasgressione, e dunque il piacere, non siano frutto di precisa volontà, ricercata, perpetrata o scavata nelle pieghe dei punti caldi della mente o del corpo, ma una moda passeggera di un mondo che ignora tutto, persino lo stupore sul quale si fonda il vero godimento.

“Fanny Hill”, primo romanzo pornografico inglese – Fra il 21 novembre 1748 e il febbraio 1749, gli editori Fenton pubblicarono in due parti il romanzo di John Cleland Memoirs of a Woman of Pleasure (per leggere il romanzo in versione originale, cliccare qui), edito in Italia col titolo Fanny Hill. Memorie di una donna di piacere (Marsilio, pp. 270, € 6,30). I due editori furono arrestati un anno dopo, con la motivazione di corrompere la morale comune, e il romanzo fu ritirato ufficialmente dal mercato. Nel frattempo, giunto nei puritani Stati Uniti d’America, il libro fu sequestrato per le sue scene erotiche. Soltanto nel 1963 il romanzo fu stampato nuovamente: alcune copie furono esposte in due negozi di Londra e, sequestrate dalla magistratura, divennero oggetto di uno storico processo che, nel 1964, si concluse con l’assoluzione del libro e dei suoi contenuti, considerati, per l’Inghilterra degli anni Sessanta, non pornografici, bensì al massimo “piccanti”. In seguito, la Corte suprema degli Stati Uniti stabilì, nel provvedimento Memoirs vs Massachusetts, che il romanzo non potesse essere definito osceno.

La trama e i contenuti del romanzo – Definito da Johann Joachim Winckelmann come un libro dalla raffinata sensibilità e dallo stile pindarico e mai noioso (cfr. Thomas Pelzel, Winckelmann, Mengs and Casanova: A Reappraisal of a Famous Eighteenth-Century Forgery, in The art bulletin, n. 54, 1972, pp. 300-315), il romanzo narra le vicende di una ragazza di umili origini che, dopo svariate angherie familiari e vari problemi personali, approda a Londra, in casa della signora Brown, abile tenutaria di un bordello. Ospite della sua “benefattrice”, la ragazza conosce da subito i rapporti intimi e sussurrati con la compagna di letto e le attenzioni di un vecchio cliente della casa di piacere. Mentre origlia e spia la sua ospite e le sue coinquiline, la ragazza concentra la propria attenzione sui corpi avvinghiati: «I saw, with wonder and surprise, what? not the play-thing of a boy, not the weapon of a man, but a maypole of so enormous a standard, that had proportions been observ’d, it must have belong’d to a young giant» («Che cosa vidi con stupore e sorpresa? Non il normale giocattolo di un ragazzo, non il pugnale di un uomo, ma un palo di dimensioni enormi che a occhio e croce doveva appartenere a un giovane gigante»).

Il bisogno di emanciparsi – Fanny approda in questo modo alle gioie della complicità intima e alla sottile perversione del dolore applicata al piacere, in cui lacci, frustini e calde gocce di cera assolvono al ruolo di scardinatori di porte prima ben serrate. La fine della storia, che propone l’emancipazione dal ruolo esclusivamente passivo della donna, parla di una protagonista vittima delle costrizioni della società: da ciò forse deriva il suo frenetico bisogno di emendarsi da una dolorosa condizione a lei imposta.

Le immagini: la copertina dell’edizione del 1910 di Memoirs of a Woman of Pleasure, un’illustrazione di Édouard-Henri Avril (1849-1928) e le locandine delle versioni cinematografiche di Russ Meyer (1964) e di Gerry O’Hara (1983) e di quella televisiva di James Hawes (2007).

Matteo Tuveri

(LucidaMente, anno VII, n. 82, ottobre 2012)

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