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La teoria della nuova borghesia | Teoria della classe disagiata di Raffaele Alberto Ventura

Raffaele Alberto Ventura è un giovane studioso che ha pubblicato il suo primo libro: “Teoria della classe disagiata” (Minimum Fax 2017). Il saggio è molto scorrevole, è arricchito da citazioni letterarie e riassume in modo magistrale la deludente evoluzione della civiltà occidentale.

L’imperante evoluzione tecnologica e la stentata crescita economica di oggi non sono paragonabili al grande processo economico e sociale avviato dalla gestione industriale dell’energia elettrica e dal progresso della medicina dei primi del Novecento (Robert J. Gordon, The Rise and Fall of American Growth, 2016).

La teoria di Keynes ha funzionato molto bene per decenni, ma ora non funziona più: “Perché il sistema funzioni, lo Stato deve fare al capitalista quello che il capitalista fa al lavoratore. Da una parte preleva una quota del profitto privato, dall’altra spende per assorbire il surplus prodotto dagli incrementi di produttività. Tutto perfetto, se non fosse che non c’è limite agli incrementi, quindi non c’è limite alla ricchezza che deve essere prelevata per inseguirli… In un contesto concorrenziale caratterizzato dalla corsa al ribasso dei prezzi – la famigerata competività – questo inseguimento infinito non è possibile” (p.54). Tutte le cose hanno un limite. Anche i prelievi fiscali. Anche l’indebitamento statale, quello privato, quello bancario e quello aziendale…

Inoltre la grande crescita del settore terziario negli ultimi decenni, non è una vera accumulazione, ma è “l’effetto derivato dell’espansione del capitale fittizio. La grande maggioranza degli impieghi nei servizi è, in modo diretto o indiretto, totalmente dipendente dai flussi in provenienza dal settore finanziario e non può, di per sé, sostenersi” (Lohoff e Trenkle, citati a p. 56, in Terremoto nel mercato mondiale, Mimesis, 2012, a cura di Massimo Maggini). Oggi rischiamo “la grande devalorizzazione” e il nocciolo del problema consiste nella “polarizzazione della nostra società: non soltanto c’è chi vince e c’è chi perde, ma lo scarto tra massimo e minimo continua a crescere in maniera esponenziale. La concorrenza per lo status, ovvero per saltare dal minimo al massimo, diventa così sempre più disperata e costosa” (p. 69, come descritto dal grande economista Thorstein Veblen nella Teoria della classe agiata, 1899).

Bisognerebbe sempre ricordare che “il plusvalore si realizza soltanto quando la merce [o il servizio] viene comprata e così compiuto il ciclo denaro-merce-denaro… Solo in questo modo il capitale investito si trasforma in profitto… Si dice che l’economia sia la disciplina che studia l’allocazione delle risorse scarse. Oggi, in tutta evidenza, si deve rovesciare la definizione – il vero problema è l’abbondanza, non la scarsità – o includere il consumatore tra queste risorse scarse” (p. 92).

Quindi “quella che oggigiorno viene chiamata recessione non è altro che una crisi capitalistica classica ammortizzata per effetto del welfare pubblico” (Ernest Mandel, Late Capitalism, 1972), ma tutti noi non vogliamo vedere la vera profondità delle acque in cui stiamo per immergerci. La maggioranza dei cittadini ha conosciuto solo la società del benessere e “la classe dirigente non può permettersi di rivelare il proprio fallimento; deve continuare a promettere, promettere, promettere, finanziando la propria sussistenza con il debito pubblico. Se necessario, trovandosi un capro espiatorio in quelle che sono le conseguenze della frana o più precisamente i nuovi strumenti che abbiamo trovato per gestirla: l’espansione del commercio internazionale, la finanziarizzazione, la robotizzazione, l’immigrazione, l’euro, eccetera” (p. 68).

Comunque quasi tutti gli adolescenti e i giovani di tutte le classi sociali amano i vantaggi della condizione universitaria o formativa borghese e odiano i lavori faticosi o spiacevoli. E “La classe borghese offre più figli di quanti sono i mestieri borghesi richiesti dal capitalismo. Questo surplus farà le rivoluzioni. Ma rivoluzioni borghesi” (Michel Clouscard, Critique du libéralisme libertaire, 1986, intellettuale snobbato come tutti i veri intellettuali). Perciò “i borghesi occidentali fanno sempre meno figli, o li fanno più tardi, perché nella maggior parte dei casi mettere su famiglia significa rinunciare… ai consumi finalizzati alla realizzazione personale” (p. 252).

In definitiva la società occidentale si sta popolando di una nuova classe sociale di persone colpite dall’esperienza negativa della mobilità discendente. A livello economico ed esistenziale la qualità della vita di una persona è peggiore di quella di partenza familiare. Quindi la classe disagiata è quella classe eterogenea e con una valenza di povertà più o meno relativa, popolata da individui appartenenti a tutte le categorie sociali: dal nobile decaduto al disoccupato mai occupato. La classe disagiata “è come incatenata a un’educazione che la costringe a desiderare un’esistenza che non può permettersi, perlomeno a lungo termine” (p. 17).

 

Raffaele Alberto Ventura è nato nel 1983 e lavora nella famigerata industria culturale (soprattutto nell’area marketing). Scrive su Linus e in rete (www.eschaton.it/blog/?tag=michel-clouscard).

Per approfondimenti: www.youtube.com/watch?v=nh2A6B5Ka5Y.

 

Nota fondamentale – “Secondo Keynes, il risparmio delle famiglie e delle imprese è strutturalmente eccessivo ed è necessario stimolare artificialmente la domanda, a credito se necessario, al fine di stimolare la crescita” (p. 100). In realtà oggigiorno, non solo in Italia, il risparmio della maggioranza delle famiglie è stato debellato dall’aumento delle tasse, dei tributi e dei costi energetici e di molte tariffe. Bisogna poi riconsiderare la stratosferica entità di denaro che viene convogliato ai superricchi attraverso il pagamento degli interessi alle banche, sia in relazione ai debiti pubblici (europei, statali, regionali, locali), sia a quelli privati (aziendali o personali). Quindi “oggi siamo costretti a dare contemporaneamente ragione ai keynesiani che ci ripetono che l’austerità sta distruggendo l’Europa e ai contabili che ci segnalano che non è più possibile continuare a indebitarci” (p. 90). Di sicuro “il debito si rifinanzia da sé fintanto che l’economia” cresce (p. 91), oggi stiamo peggio di ieri e “a lungo termine siamo tutti morti” (Keynes).

Nota personale – I soldi li deve spendere chi li ha. Ad esempio le grandi aziende negli investimenti e nell’assunzione di lavoratori pagati dignitosamente e i riccastri in consumi di tutti i tipi. Tutti noi possiamo vivere meglio e molto meglio, grazie all’innovazione tecnologica, che ci permette la crescita infinita, ma che non ci garantisce alti tassi di crescita infinita. Le banche si nutrono di futuro, ma non possono mangiarsi quasi tutto il futuro creato dagli scienziati e dai veri imprenditori, attraverso la servitù da interessi e lo schiavismo finanziario. Per risparmiare basta restare seduti sul divano. Per consumare bisogna muoversi o attivarsi nel web. Forse arriveremo al punto che molti Stati dovranno finanziarie direttamente i consumatori. Anche per rimettere in circolo il denaro accumulato dai grandi possessori dei nuovi robot e dei nuovi sistemi informatici.

Nota aforistica – “La critica della cultura di massa è anche un modo per sopravvivere, per i conservatori come per i progressisti” (Ventura, p. 133); “Se la Bibbia insegna ad amare il prossimo ma anche ad amare il proprio nemico, probabilmente è perché si tratta della stessa persona” (Chesterton); Ogni capitalista vende qualcosa, quindi realizza la corda per impiccare un altro capitalista, meno potente o meno abile (Amian Azzott); “Il capitalismo ci ha liberati dalla miseria assoluta ma ci ha insegnato a soffrire della povertà relativa” (Ventura).

Nota girardiana – “La rivalità mimetica tra gli uomini e tra le macchine”, e “tra gli uomini e le macchine”, in un primo momento favorisce l’innovazione, ma in un secondo momento “il costo strutturale della concorrenza generalizzata eccede i benefici che genera” (p. 166). Il desiderio comune pone le basi di ogni conflitto e dell’invidia, e può generare la scarsità o la percezione della scarsità e la violenza. Per questo motivo “la rivalità economica tra le nazioni rischia di sfociare presto o tardi in un conflitto armato globale” (René Girard, Portando Clausewitz all’estremo, Adelphi, 2008). Secondo René Girard “Il conflitto tra [Usa e Cina] avrà luogo nel momento in cui l’indifferenziazione tra i due avversari avrà raggiungo il suo punto di non ritorno” (p. 167).

Nota amarissima – “I patrimoni accumulati nel dopoguerra vanno a finanziare la lotta di tutti contro tutti per restare nel ceto medio, lotta fratricida che a sua volta tira verso il basso i salari come in un’asta al ribasso per vendersi al miglior offerente. “Pagare per lavorare” (o per sperare di lavorare) è diventata la regola in una società in cui è più facile accedere al credito che accedere a una posizione… Al cuore di questa economia disfunzionale dello status, il patrimonio è diventato un’arma contro il reddito” (p. 122 e p. 123). Oltretutto il borghese non vuole “scivolare nella classe operaia e svolgere la professione di operaio” (Michel Clouscard, citato a p. 120).

Nota classista – I beni materiali e i servizi possono essere prodotti a basso costo e in grande quantità, ma lo status è una merce per sua natura limitata (Fred Hirsch, Social Limits to Growth). Comunque “la scuola si prefigge d’inculcare valori e abitudini della classe borghese senza preoccuparsi che questi possano entrare in conflitto con le risorse materiali presenti e future degli studenti” (p. 193). La scuola insegna a “pensare da ricchi e vivere da poveri” (Ivan Illich).

Nota cinematografica – Per sfruttare meglio il tempo libero che ci può riservare un mese molto freddo, vi lascio i riferimenti di tre film che ci consentono di comprendere meglio i meccanismi fondamentali dell’economia: “La vita è meravigliosa” (le relazioni di un banchiere buono e fortunato, di Frank Capra, 1946); “Amaro destino” (la vita drammatica di un banchiere sfortunato, di Joseph L. Mankiewicz, 1949); “La grande scommessa” (l’economia oggi, di Adam McKay, 2015).

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