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di Antonio Mazzeo (sito) mercoledì 5 ottobre 2011 - 0 commento oknotizie
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La partnership Italia-Tunisia contro i migranti

“Gli assetti aerei e navali italiani messi a disposizione della NATO per l’operazione Unified Protector continuano le missioni assegnate per l’imposizione della no-fly zone e dell’embargo navale. Nell’ultima settimana sono state effettuate 39 missioni aeree. Gli assetti impiegati dall’Aeronautica militare sono stati i cacciabombardieri Tornado, F16 Falcon e AMX, gli aerofornitori KC130J e KC767A ed un velivolo a pilotaggio remoto Predator B (…) Per quanto riguarda l’emergenza immigrazione, in applicazione dell’intesa italo-tunisina, Nave Comandante Borsini, Nave Chimera ed un aereo Atlantic continuano la sorveglianza in prossimità delle acque tunisine”.

Il ministero della Difesa italiano emana settimanalmente un dispaccio con un consultivo delle missioni effettuate dalle forze armate nella ormai lunga campagna militare in Libia. Quasi a consacrare che uno degli obiettivi della guerra globale e permanente è quello di contro-arrestare i flussi migratori in direzione sud-nord, lo Stato maggiore congiunge nello stesso comunicato le scarne informazioni sui bombardamenti in Libia e l’esibizioni muscolari delle unità navali inviate per impedire la libera circolazione nel Mediterraneo di uomini, donne e bambini in fuga dalle carestie e dai conflitti africani.  

Che si tratti di vera e propria guerra alle migrazioni, anche se ufficialmente non dichiarata o mascherata dietro la formula di comodo dell’“intervento umanitario”, lo prova l’arsenale militare a bordo delle unità che presidiano le acque tunisine: Comandante Borsini è un pattugliatore d’altura dotato di cannoni OTO Breda 76/62 e mitragliere OTO Oerlikon 25/80 (più un elicottero multiruolo Agusta Bell AB-212), mentre Chimera è una corvetta della classe Minerva con cannoni Oto Melara “Compatto”, lanciatori multi razzi “Barricade” e missili “Aspide”. Truce ostentazione di morte in un mare dove sono ormai naufragate speranze, solidarietà, accoglienza.

Come se non bastasse, il tratto di mare fra Lampedusa, Malta e il nord Africa è sorvegliato giorno e notte anche da numerose unità della Guardia di finanza e della Guardia costiera italiana, in prima linea nelle operazioni di “contenimento” e respingimento dei migranti diretti verso le coste siciliane e calabresi. Poi c’è Frontex, l’Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere, che dopo aver inviato a Lampedusa uno special team operativo nei settori d’intelligence e delle identificazioni, ha schierato nel Mediterraneo centrale quattro aerei, due navi e due elicotteri messi a disposizione da Francia, Germania, Italia, Malta, Spagna e Olanda nel quadro della cosiddetta missione Hermes 2011. Alla crociata internazionale anti-migranti non fa mancare il suo apporto la flotta NATO con quattordici unità da guerra, che presidia le coste nordafricane nel quadro dell’operazione Unified Protector. Al 27 settembre 2011, come riferisce il Comando supremo dell’Alleanza Atlantica di Bruxelles, “un totale di 2.844 navi sono state contattate per un controllo, 293 abbordate e 11 dirottate dall’inizio delle operazioni di embargo sulle armi”. Come dire che nulla sfugge ai mille occhi dei radar terrestri, aerei e navali e ai satelliti della NATO, eppure nel Mediterraneo si continua a morire, troppo spesso proprio a causa di ritardi e omissioni o per l’insufficienza dei soccorsi. 

È quanto accaduto ad esempio l’1 giugno 2011 nel tratto di mare tra la Tunisia e Lampedusa, quando un’imbarcazione con oltre 800 migranti è affondata per un guasto tecnico. Secondo la ricostruzione dei media tunisini, il barcone si sarebbe capovolto quando molte persone, impaurite, hanno cercato di mettersi in salvo e raggiungere i gommoni della guardia costiera tunisina. Le unità, però, potettero soccorrere solo 577 persone, tra cui 92 donne e 21 bambini, mentre altre 200-270 persone morirono annegate, senza che sia stato poi possibile il recupero dei loro corpi. Chissà perché, allora, i potenti sensori delle forze armate atlantiche non furono in grado d’intercettare e lanciare l’SOS in tempo per evitare una delle peggiori tragedie in mare degli ultimi anni.


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