Capitale sociale e culturale formatosi sul contrabbando e sul narcotraffico, grazie a reti etniche, savoir-faire e riciclaggio nelle attività industriali con la mediazione storica dei mercati della finanza. Per provare a capire la mafia bisogna tentare di ingrandire l'immagine.
A Cuba, Ernest Hemingway (nella foto) vi si trasferì, nel 1946, per rimettere in sesto il suo stato di salute fisico e psichico, dando ascolto finalmente alle grida d'allarme del suo fegato. Un periodo di relax dopo la fine di una guerra che gli era costata un processo a Nancy per "violazione della convenzione di Ginevra", un incidente di macchina, emicranie, due polmoniti, un divorzio ed un esaurimento nervoso causato dalla cattura del figlio da parte dei tedeschi. In quell'anno sposò Mary e trascorse un periodo lontano dai bagordi etilici, completò la scrittura de "Il giardino dell'Eden", interrompendo la scrittura di "Morte nel pomeriggio". Una nuova dimensione intellettuale anche l'assunzione dei superalcolici, se è vero ciò che lo scrittore cubano, Leonardo Padura Fuentes, ci racconta nel suo romanzo “Addio Hemingway”. Al Floridita, in una delle sue lunghe disquisizioni, Hemingway avrebbe rifiutato al cocktail di rum Papa Doble la grazia salvifica di un cucchiaino di zucchero di canna, capace di segnare la differenza tra un ottimo cocktail ed un Ron mal battezzato. Va bevuto così anche oggi.
Ma a dispetto degli aneddoti sullo scrittore americano, pesca d'altura nel mare caldo dei caraibi e chiacchierate con gli anziani pescatori a cui dedicherà "Il vecchio ed il mare", piuttosto che essere un'isola visceralmente letteraria, quando era ancora un protettorato americano e viveva il suo "periodo d'oro" nell'egida del dittatore fantoccio degli USA, Fulgencio Batista, detto "El Sargento", rimpianto ancora oggi dagli esuli cubani di Miami, sull'isola caraibica era frequente incontrare mafiosi e uomini d'affari americani ed europei, intellettuali e businessmen che, indisturbati, giravano per i locali notturni, ristoranti e postriboli dell'Havana, all'epoca una delle capitali internazionali della malavita.
Ah! 'E bei tiemp' e 'na vota!
Grazie alla sua situazione "politica" e per la sua vicinanza alle coste orientali degli Stati Uniti, Cuba era così diventata una base strategica delle mafie, uno snodo nevralgico lungo la rotta Europa-Panama, dove i carichi di stupefacenti potevano essere immagazzinati prima di proseguire la navigazione verso i docks di Miami, New Orleans, New York e Montreal, al punto che, verso la fine degli anni '50, lo stesso Lucky Luciano, alias Salvatore Lucania - l'ex capo della commissione di Cosa Nostra a New York, condannato all'ergastolo e scarcerato per meriti di guerra dopo soli 10 anni di detenzione, che si era trasferito a Napoli, dove la NATO aveva stabilito la base strategica per le operazioni militari per tutto il mediterraneo - stava progettando di andare a vivere proprio a Cuba.
Il 22 dicembre 1946, subito dopo la guerra, si tenne proprio all'Havana, all'Hotel Nacional, un incontro di mafiosi italoamericani e del "Jewish Syndicate", noto alle cronache storiche come la Havana Conference, organizzata da Meyer Lanski e da Charles "Lucky" Luciano, i due uomini che avevano il controllo assoluto sui docks di New York.
La fine della guerra prometteva affari d'oro e, nel summit dell'Havana, furono definite le competenze e gli affari delle famiglie mafiose e dei cartelli criminali negli USA. Uno dei punti fondamentali su cui si trovò l'accordo fu l'organizzazione del primo cartello internazionale di contrabbando verso l'Europa e di narcotraffico verso gli Stati Uniti, attraverso le rotte provenienti dal nord Africa, dal Medio Oriente e dal sud America.
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