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La memoria, l’uomo, la città.

Quale è il momento della memoria, cosa ci trasmette il ricordo e perché la nostra mente scava in ciò che è stato alla disperata ricerca di qualcosa che poi alla fine ci sfugge?

Mi trovo sull’autobus, di sera, rientrando dal lavoro.
 
Osservo i visi delle persone che mi circondano e lascio vagare lo sguardo al di fuori, oltre il vetro che mi separa dal freddo autunnale, dallo smog cittadino, dal rumore, dal traffico, dalla confusione.
Gruppi di motorini sfilano, ordinati, sotto i miei occhi. Siamo ad un semaforo.
Tanti piedi, come rispondendo ad un comando, sfiorano l’asfalto, mantengono l’equilibrio, in modo automatico.
Le mani sono attaccate al manubrio, lo sguardo, lontano, va oltre il semaforo, oltre le macchine, oltre le altre persone, oltre la città.
 
La sera fa questo effetto: quando si finisce di lavorare ma non si è ancora a casa si crea quell’istante dedicato alla memoria, dedicato all’uomo e a ciò che è stato.
Non ci sono più le frenesie della mattina, le corse al bar per rubare una pausa dal lavoro, sigaretta, due parole…
Non c’è l’ansia del pranzo, la coda alla macchinetta, la corsa al bagno….
Non c’è nemmeno l’occhio fisso sull’orologio quando ormai sono le cinque, o le sei, o qualsiasi orario segni l’interruzione della nostra routine lavorativa o scolastica che sia.

Il rientro a casa è un rito a sé, una cerimonia celebrativa della nostra vita vissuta. Si recuperano azioni, e si connettono momenti imprevisti. La mente vaga, senza meta, il controllo è cessato. La strada la consociamo, non dobbiamo prestare troppa attenzione. I neuroni danzano felici, riappropriandosi dei loro spazi. La materia grigia pulsa, e i ricordi riaffiorano.

Senza senso, successione casuale, invito al riposo, timori, ansie, gioie improvvise e lacrime dimenticate.

Credo che questo sia il momento in cui potremmo entrare in contatto con l’intero universo se solo riuscissimo a scindere la nostra esistenza dalle azioni conosciute. Perdendo il controllo sulle funzioni neuro-visive, il nostro occhio interiore potrebbe vagare, senza timore, recependo profumi e sensazioni altrimenti escluse, catalogate come intrusive od estranee.
Ma la coscienza ci costringe a focalizzarci su elementi che abbiamo registrato senza troppo farci caso. Come nel sonno, in uno stato che si avvicina alla veglia, al momento prima della reale coscienza, ci balzano agli occhi avvenimenti trasversali.

Sorrido osservando coppie che condividono il ristretto spazio di un sellino senza nemmeno accorgersi di esserci, di condividere calore e aria e momenti. Ognuno rapito da se stesso.

Rimango incantata e, con loro, mi perdo.

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