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La guerra eterna di Israele

Dalla nascita dello Stato di Israele a oggi, l’intera umanità ha assistito, e chissà per quanto tempo ancora dovrà farlo, a una sequenza senza fine di stragi. Frutto di guerre più o meno dichiarate e sopportate dall’Occidente, persistenti e cronicizzate, come un male incurabile. Hanno tolto ogni senso alla ragione e alla convivenza pacifica tra i popoli, e hanno reso plausibile quasi un’incoscia volontà primitiva di aggressione di uomini contro uomini. Un istinto primordiale di autodistruzione, di volutas dolendi, di scomparire. Non c’è ragione alcuna, infatti, al perpetuarsi di una condizione di sempre più grave imbarbarimento delle relazioni tra i singoli e i popoli che possa essere spiegata come dato psicologico, inerzia dello spirito, istinto di sopravvivenza, paura del vicino.

A pensarci bene, altre sono le ragioni di questo incubo senza fine. Non le troviamo nelle popolazioni e nel loro bisogno di pace, ma nelle decisioni del più forte, di chi pensa di potere fare a meno persino della volontà unanime dell’Onu e di tutti i Paesi del mondo circa le condizioni necessarie alla coesistenza in quella landa nodale del Medio Oriente dove dovrebbero coesistere popoli che hanno storie e culture diverse e che hanno tutti, senza distinzioni di sorta, gli stessi diritti.

I termini di questa coesistenza sono stati più volte definiti all’unanimità dai Paesi dell’Onu, ma non per questo Israele, forte della sua potenza, ha desistito dal perseverare in una guerra sempre più aggressiva, senza futuro e senza speranza per la sua stessa sopravvivenza. E’ una demolizione continua, un ritorno ciclico a fatti primitivi e primordiali.

In queste ultime ore sono continuati i raid aerei sulla striscia di Gaza, è stato colpito il quartiere generale di Hamas, Israele ha mobilitato 75 mila soldati per un attacco antipalestinese via terra, dando così seguito all’inizio in grande stile dell’ennesima offensiva bellica, avviata mercoledì scorso con l’uccisione del comandante militare di Hamas, Ahmed Jaabari.

La Palestina è ridotta allo stremo. Non ha più ospedali che possano contenere le centinaia di feriti causati da questa nuova guerra. Ma non sarà l’oggettiva debolezza dei palestinesi a piegarsi all’uso della forza da parte di Israele. Tutto il mondo, con le sue diplomazie, è in fermento. Lo sono soprattutto i Paesi arabi, a cominciare dall’Egitto, per finire al ministro della difesa iraniano Ahmad Vahidi. Ieri la Striscia di Gaza è stata visitata dal premier egiziano Hisham Kandil, e oggi dal ministro degli Esteri tunisino Rafik Abdessalem. Il ministro iraniano sollecita da parte sua “azioni di rappresaglia” contro Israele. Perché la sua azione è “illegittima e inaccettabile” e perché a nessun Paese può essere concessa “l’immunità totale” o di collocarsi “al di sopra del diritto internazionale”.

E si sa, violenza produce violenza, e non è per niente vero che se vuoi la pace devi preparare la guerra, come dicevano i Romani. E’ più logico pensare che con la crisi dell’idea che ci possa essere un Paese guida che assuma il comando della gendarmeria mondiale, cresca il solidarismo tra i popoli che si battono per la loro libertà e per la loro autonomia. E’ anche facile pensare che la forza si trasformi in un boomerang contro chi pensa di risolvere le ragioni del diritto con i missili e gli eserciti. Ha fatto i conti male.

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