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La doppia morte di Calogero Cangelosi

 

Oggi mi fanno ridere quelli che fanno antimafia. Pubblicando un libro al mese, preparando fiction o mostre di pittura o, semplicemente, facendo retorica politica, allestendo incontri, dibattiti e manifestazioni varie. Certo, per niente e niente è meglio che ci siano tutte queste belle iniziative, ma non è detto che creino coscienza, come potrebbe, invece, avvenire con un lavoro ben fatto a scuola. A tutta questa massa di gente darei in mano una pala e un pico per spalare la polvere che si è sedimentata sotto i loro piedi e per togliere le incrostazioni cementatesi sulla loro coscienza, nella loro percezione deformata, nella presunzione tronfia di chi predica bene e poi magari razzola male. O, predica soltanto. Il che è quanto ci basta e ci soverchia.

Se penso all’antimafia, cuore e mente vanno ai pionieri che sapevano solo di rimetterci le penne, che si battevano per la gente comune, che avevano il nemico dietro l’angolo, a portata di fucile, di coltelli, di pistole, di bombe. Sindacalisti e uomini di Stato, come La Torre, Falcone e Borsellino, che ci rimettevano sempre di tasca propria, pelle compresa. Che tiravano dritto armati solo dei loro ideali. Come fu Calogero Cangelosi, sindacalista di Camporeale, ammazzato il 1° aprile 1948 da Vanni Sacco che non gradiva che nel suo paese qualcuno se la pigliasse contro i latifondisti e si battesse per portare un paese sperduto ai confini del mondo allo stesso livello dei paesi civili dell’Italia. Applicando le leggi di riforma agraria, lottando perché i contadini poveri avessero riconosciuto il diritto a un’equa ripartizione dei prodotti agricoli, o perché l’intera comunità di quel paese dimenticato da Dio fosse finalmente condotta sotto le regole della legge dello Stato e non della mafia.

Camporeale

La sera del 1° aprile di quell’anno, Calogero usciva dalla Camera del Lavoro dopo una giornata di fatiche e di impegno per la stipula di nuovi contratti di mezzadria. Si era già in piena campagna elettorale e ai signorotti locali non piaceva che quell’uomo deciso, se ne tornasse a casa indisturbato. Dava troppo fastidio e questo, come era accaduto a Epifanio Li Puma il precedente 2 marzo e a Placido Rizzotto, il 10 marzo successivo, non poteva essere perdonato.

I killer di Sacco lo aspettarono per il suo rientro e, quando lo videro, gli scaricarono addosso le loro armi.

Si chiudeva, così, con l’uccisione di questi tre sindacalisti socialisti, la reazione armata contro le punte più in vista del movimento contadino nella Sicilia occidentale. L’ala che non aveva aderito alla scissione, avvenuta nel gennaio dell’anno precedente, di Palazzo Barberini, ma che era stata fedele al Blocco del Popolo che, in Sicilia aveva vinto le elezioni regionali del 20 aprile 1947.

E come non ricordare, assieme a Calogero, sua moglie Francesca Serafino? Fino ad alcuni anni fa mi telefonava di tanto in tanto. Il suo grande desiderio era di tornare in Sicilia e di essere seppellita accanto alla tomba del suo Calogero. Lei, donna indifesa, 94 anni, dopo oltre sessant’anni da quando era stata costretta ad abbandonare la Sicilia, aveva solo questo desiderio. Era dovuta emigrare a Grosseto con i suoi quattro figli ancora piccoli, ma nessuno era riuscito a togliere dalla sua testa le scene di morte della sua Camporeale. Con i suoi vestiti a lutto le conservava ancora come cimeli di una lacerazione sempre viva, senza rimedio come un male incurabile. La cravatta di suo marito crivellata di colpi di arma da fuoco. La camicia sporca di sangue. Il nero del lutto che da allora l’aveva uccisa, dentro e fuori, assieme al suo Calogero. Un lutto reso ancora più pesante dall’ignoramento costante e maligno dello Stato che ancora non ha profferito una sola parola su un processo mai istruito, su un atto dovuto da sempre rifiutato. Imperdonabili gli assassini, imperdonabile questo Stato.

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