La Phillips, accogliendo la richiesta di un gruppo di attivisti per i diritti civili che si battono per i diritti dai gay, ha sentenziato che l’esercito deve «immediatamente sospendere e interrompere qualsiasi indagine, espulsione, o provvedimento che possa essere stato preso applicando la norma del don’t ask, don’t tell». La sentenza, emanata il 13 ottobre scorso, completa di fatto una precedente sentenza dello stesso giudice – non ancora emanata – che dichiarava incostituzionale la don’t ask, don’t tell perché violava il quinto emendamento il quale dice:
“Nessuno sarà tenuto a rispondere di un reato che comporti la pena capitale, o comunque infamante, se non per denuncia o accusa fatta da una grande giuria, a meno che il reato non sia compiuto da individui appartenenti alle forze di terra o di mare, o alla milizia, quando questa si trovi in servizio attivo, in tempo di guerra o di pericolo pubblico; né alcuno potrà essere sottoposto due volte, per un medesimo delitto, a un procedimento che comprometta la vita o la sua integrità fisica; né potrà essere obbligato, in una qualsiasi causa penale, a deporre contro se medesimo, ne potrà essere privato della vita, della libertà o della proprietà, se non in seguito a regolare procedimento legale (without two process of law); e nessuna proprietà potrà essere destinata a un uso pubblico, senza un giusto indennizzo”.
Naturalmente il Dipartimento di Stato americano potrà fare ricorso entro sessanta giorni impugnando la sentenza.
Non è la prima volta che la politica americana cerca di smuovere, senza finora riuscirvi, la don’t ask, don’t tell. A fine settembre il Senato ha dovuto rimandare il dibattito perché si era venuto a creare un problema di voti mancanti, per cui la legge non sarebbe stata abolita ma addirittura rafforzata perché, dato l’ostruzionismo dei Repubblicani, si chiedeva al Senato di rimandare il voto finale dopo aver ricevuto il rapporto del Pentagono sugli effettivi benefici alle truppe in guerra dopo l’abolizione della don’t ask, don’t tell. Per cui si era deciso di rimandare la votazione ai primi di dicembre. I vertici militari e politici americani – il capo di stato maggiore Mullen e il ministro della difesa Gates - si erano già dichiarati favorevoli all’abolizione della legge, quindi il passaggio da semplice proposta a legge definitiva sembrava abbastanza scontato. Ma non si pensava al conservatorismo smisurato dei Repubblicani, per questo è servita una sentenza di un giudice federale per dichiarare la don’t ask, don’t tell incostituzionale.