Quasi tutti gli uomini della pratica, i quali si credono liberi da ogni influenza intellettuale, sono gli schiavi di qualche economista defunto (John Maynard Keynes, economista atipico che sposò una ballerina russa). E “Il fascino della storia e la sua enigmatica lezione sta nel fatto che, da un’epoca all’altra niente cambia eppure tutto è completamente diverso” (Aldous Huxley).
Il famoso economista Nouriel Roubini ha finalmente scritto un saggio sullo sviluppo delle crisi economiche: “La crisi non è finita” è una pubblicazione elaborata in collaborazione con lo storico Stephen Mihm (Feltrinelli, 2010). Roubini è stato uno dei pochi economisti ad anticipare gli effetti dei punti deboli del capitalismo d’azzardo e del “debitalismo” (gli altri furono Lyndon LaRouche e Palo Sylos Labini). Roubini e Mihm hanno preso in esame il pensiero dei più autorevoli economisti di diverso orientamento dottrinale, per realizzare un’analisi molto complessa e una panoramica molto ampia ed equilibrata dell’attuale crisi economica e finanziaria. Il risultato è un’opera di una bellezza e di una intelligenza così rara e provocante da far venire i brividi di piacere.
Per i due autori la naturale avidità e libidine per il potere degli esseri umani fu esasperata dai “nuovi sistemi di incentivazione e retribuzione… Negli ultimi venti anni i banchieri e i trader sono stati remunerati sempre più spesso tramite bonus collegati agli utili di breve periodo che davano loro un incentivo a esporsi a rischi eccessivi, ad aumentare la leva finanziaria dei propri investimenti e a scommettere letteralmente l’intera banca su strategie d’investimento straordinariamente imprudenti” (p. 45). Solitamente con la finanza creativa e truffaldina e questi bonus si poteva arrivare a guadagnare più di dieci volte lo stipendio base. Una soluzione per ovviare a gran parte dei problemi potrebbe essere quella adottata dal Credit Suisse: trader e banchieri ricevono i bonus sottoforma di trance dei titoli Cdo che creano (se sono tossici saranno i primi ad intossicarsi).
Comunque il punto di vista di Roubini si può riassumere così: “Errato pensare di essere di fronte ad avvenimenti rari, eccezionali, al passaggio di un cigno nero che prima di ricomparire chissà quanto tempo passerà ancora. Macché. Questo secolo, specie per quel che riguarda le economie emergenti, è disseminato di crisi. Eppure non sono avvenimenti da accettare supinamente, in parte sono prevedibili e in qualche misura anche prevenibili. Va soprattutto compreso quel delicato passaggio rappresentato dal passaggio dal debito privato a quello pubblico. Rimettere a posto le cose ha costi altissimi, si pensi a quel che significa il salvataggio delle banche che in alcuni Paesi ha voluto dire metterle nella lista spese del bilancio pubblico. Le crisi hanno tratti comuni: il boom economico che precede il crollo, un incremento assurdo del valore della Borsa, la deviazione enorme dei prezzi dal valore reale, il rapido accumulo del debito. Chi è il colpevole? Sono in molti. Scarsi controlli delle istituzioni finanziarie, un certo lassismo, distorsioni nel comportamento dei banchieri, agenti di rating disinvolti, la stessa stampa che dipinge una realtà nella quale sembra sia tutto possibile senza accorgersi che molto si regge su un castello di carta. L’errore degli esperti che continuano a pensare alla crisi come a qualcosa di eccezionale e non come ad una regola” (relazione presentata al Festival dell’Economia di Trento, 2010).
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