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La criminalizzazione delle proteste

 Dalle proteste sui rifiuti a quelle contro il decreto Gelmini. A Napoli politici e media fanno fronte comune: "Dietro i cortei vi è sempre la camorra". Pretesto ampiamente abusato per coprire le gravissime colpe della classe dirigente.

 Il Mattino di Napoli è sicuramente uno dei giornali più vicini a quel potere che strozza la libertà di stampa e di pensiero. Al suo interno comanda la famiglia del noto costruttore Francesco Gaetano Caltagirone, proprietaria tramite la "Caltagirone Editore" del quotidiano partenopeo. Il consiglio d’amministrazione del giornale assomiglia più ad una riunione di famiglia, essendovi al suo interno ben tre parenti del costruttore. 

Corriere di Caserta Il Mattino non è nuovo ad articoli apertamente filogovernativi. Ma il ridicolo spesso è un obiettivo raggiunto (emblematico il racconto di una delle visite in città del "presidente-spazzino Berlusconi" che "con ramazza e secchio dell’immondizia educa i Napoletani alla civiltà") Ed è inoltre un amplificatore della voce di quei politici che utilizzano il pretesto camorristico per occultare le proprie incapacità. Un esempio? Proprio sul Mattino il presidente della Camera Gianfranco Fini fa illazioni sulle manifestazioni anti-discarica in Campania: «Spesso le proteste sono state causa o elemento determinante di illegalità ed è compito delle istituzioni evitare che vi siano presenze motivate da interessi che nulla hanno a che vedere con la qualità della vita. È stato dimostrato - aggiunge il presidente della Camera - in alcuni casi, che dietro le proteste c’era la presenza camorristica, c’erano intrecci di interessi o istituzioni poco attente. Le istituzioni - conclude Fini - devono intervenire prima che si generi la protesta». Se si riferisce ai fatti di Pianura, occorre ricordare che il consigliere di AN Marco Nonno, che è un suo uomo, è sospettato di avere legami con i clan del quartiere e indagato per aver utilizzato a fini personali un manipolo di violenti, gettando di fatto ombre sulla sacrosanta protesta degli abitanti della zona, per niente legati con la camorra. Colpa della politica, dunque. E poi impedire lo svolgimento di libere manifestazioni, come sancito dalla Costituzione, con l’accusa infamante e tutta da dimostrare che la camorra animi le proteste. Sarebbe il caso di ricordare che il sistema criminale è al contrario interessato a mantenere lo status quo per poter proseguire i propri affari. Elementare, tranne che per una delle più importanti cariche dello Stato.

 

Il Giornale su Napoli
Il Mattino non si è fatto scrupoli di criminalizzare perfino la protesta dei ragazzi liceali. Titola il giornale: "Genovesi (liceo classico di Napoli, ndr), assalto di giovani incappucciati" - Tensione in piazza del Gesù. Ragazzi a volto coperto tentano di occupare il liceo: la polizia li mette in fuga. Oggi maxi-corteo. E giù un articolo denigratorio nei confronti di studenti interessati a combattere le iniquità del decreto Gelmini. Mostrare i muscoli con chi ha meno voce in capitolo (soprattutto se studenti liceali), invece che con politici collusi più che mai con i clan, è una prassi.
Ovviamente non vi è solo il Mattino. "Il Giornale" dell’on. Italo Bocchino non esitò a dare del "camorristi" ai manifestanti che tuttora protestano contro l’apertura della discarica di Napoli nel quartiere di Chiaiano, pubblicando in prima pagina una sorta di tariffario dei clan per coloro che eseguivano i blocchi ed animavano i cortei. Un controsenso che, nel libro Gomorra, Roberto Saviano smentisce ricordando come le proteste dei cittadini vengano rapidamente soffocate dall’azione del sistema camorristico.
Si arriva così definitivamente all’apice della diffamazione: le "Cronache di Napoli" titolò "Molotov e spari contro la polizia" nei giorni della rivolta sempre contro la discarica di Napoli del 23 e 24 maggio, omettendo di segnalare gli abusi commessi dagli agenti. La stessa redazione che, controllando anche il Corriere di Caserta, diede del camorrista al parroco Don Peppino Diana, ucciso dal clan dei Casalesi.
 
In Italia vi è un reato, si chiama falso ideologico, ed è perseguibile penalmente. Purtroppo nessuno può effettivamente dimostrare le falsità (seppur palesi) di certi articoli. Ben vengano iniziative come AgoraVox che diano la possibilità ai cittadini di poter esprimere la propria voce, sicuramente più sincera e genuina di un sistema giornalistico ormai sempre meno pulito e più vicino agli interessi dei partiti e delle lobby economiche di questo Paese.

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