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 Home page > Tempo Libero > Musica e Spettacoli > La Clemenza di Tito alla Fenice, una lezione di filologia

La Clemenza di Tito alla Fenice, una lezione di filologia

Una produzione che ha dimostrato l’impegno del teatro veneziano nei confronti della cultura. Tutto risponde alle esigenze di un grande spettacolo.

Al Teatro La Fenice di Venezia, assistendo a La Clemenza di Tito abbiamo avvertito un brivido che non siamo soliti provare: abbiamo avuto cioè la sensazione di quello che poteva essere il melodramma serio del Settecento, e ciò a dimostrazione che è possibile mettere in scena un’opera di Mozart nello stile dell’opera seria settecentesca.

L’opera, dramma composto per celebrare l’imperatore Leopoldo II incoronato re di Boemia nel 1791, torna al Teatro la Fenice dopo quasi un trentennio di assenza e lo fa dunque con un’operazione di gran classe anche trasmessa in diretta su RAI Radio3. La Clemenza di Tito è uno dei 26 drammi per musica di Pietro Metastasio, e quando Mozart e il librettista Caterino Mazzolà decisero di metterci mano dovettero adattarne la forma, che non era più idonea ai canoni dell’epoca: condensarono il dramma da tre a due atti, riorganizzarono i punti rilevanti dell’intreccio e ridussero di molto i recitativi.

Alcune arie furono riunite in pezzi d’assieme mentre altre furono eliminate, lasciando l’essenziale. Ne uscì un’opera che alla première non fu accolta con entusiasmo, ma il cui successo crebbe nel corso degli anni fino alla metà dell’Ottocento, poi sparirì dalle scene. Verrà riscoperta nella seconda metà del secolo scorso attraverso autorevoli incisioni che l’hanno riportata a pieno titolo sui cartelloni internazionali.

L’elegantissima e filologica direzione musicale di Ottavio Dantone ci offre la magia di un cesello sonoro. Il cast si avvale di specialisti mozartiani a partire da Monica Bacelli, mezzosoprano, che possiede uno stile, una pulizia, direi quasi una castità nella voce che ci commuove. La Bacelli tratteggia intensamente i conflitti di Sesto, combattuto tra la lealtà verso l’amico imperatore e la brama per Vitellia. Proseguiamo poi con il tenore Carlo Allemano, nel ruolo eponimo, che delinea con misura e giudizio la personalità dell’imperatore; il soprano Carmela Remigio, una Vitellia dalla raffinata linea di canto, i soprani Julie Mathevet e Raffaella Milanesi anch’esse accurate interpreti rispettivamente di Servilia e Annio, il basso Luca Dell’Amico, un Publio all’altezza del cast.

Roberta Ferrari accompagna al cembalo i numerosi recitativi con incisività ed espressione. Claudio Marino Moretti dirige il coro del teatro che si disimpegna con onore. Il Teatro la Fenice mette in scena la storica regia dei coniugi Ursel e Karl-Ernst Herrmann che firmano anche scene, costumi e luci.

Contrastata al suo debutto a Bruxelles nel 1982 e successivamente rivisitata dagli stessi, è diventata oramai una regia di riferimento che disegna una cornice pulita, classica, con autentiche fiamme per l’incendio del Campidoglio. Pochi i colori: bianco, nero, verde pallido, tranne che per gli accesi costumi di Vitellia, “la perfida”. Su tutto domina la luce: quella del sovrano illuminato. Alla fine giustissimo tributo del pubblico alla cultura e al gusto, alla direzione consapevole dello stile mozartiano, al nobile contegno scenico, alla qualità dei cantanti.

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