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di De Dominicis martedì 7 settembre 2010 - 0 commento oknotizie
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L’ombra più lunga e il Raskol’nikov postmoderno

L’ombra più lunga. Tre racconti sul padre (Editore Colonnese), di Gianfranco Pecchinenda, presenta tre originali racconti di pregevole fattura, all’interno dei quali è possibile individuare alcune lucide riflessioni su tematiche classiche quali la colpa e il castigo, la responsabilità e il destino, collocati e riletti nel’ambito del sempre difficile rapporto tra le generazioni: le complesse dinamiche padre-figlio. Un modo lucido e profondo di confrontarsi con alcuni grandi nomi della letteratura quali Emmanuel Bove e, soprattutto, Fedor M. Dostoievskij.

Pietro Rinaldi, il protagonista de La Pampa Verticale, racconto che apre il trittico sulla figura paterna dell’esordiente Gianfranco Pecchinenda (L’ombra più lunga. Tre racconti sul padre, Editore Colonnese), è un anziano uomo caratterizzato da un’interiorità logorata dal senso di colpa per due tremendi delitti di cui la sua coscienza si è irrimediabilmente macchiata. Pietro ha infatti in passato ucciso prima la madre e poi il padre. Lo ha fatto, come confesserà nel corso del racconto, per motivi di pura e sincera pietas. Ciò però non gli impedirà di soffrire enormemente e – soprattutto – di portare a compimento ciò che già da tempo aveva molto razionalmente programmato: un suicidio. Con tale gesto egli intende, più che assumersi il castigo per gli atti commessi, liberare il proprio figlio da quello che altrimenti sarebbe per lui un destino segnato; egli intende in sostanza evitare che il figlio possa diventare anch’egli l’esecutore materiale di una sentenza definitiva e inappellabile: uccidere il proprio padre.

Senza più Dio, senza i suoi pur fragili succedanei, ciò che sembra restare appannaggio del protagonista di questo racconto, è il dovere di gestire in modo responsabile il gesto che necessariamente sancisce il passaggio intergenerazionale, la trasmissione della colpa di padre in figlio.

Ed è precisamente in tal senso che è possibile inserire il sensibile e complesso carattere questo tormentato personaggio in quella lunga tradizione di narrazioni che mettono al centro della riflessione il rapporto dell’uomo con la colpa e il castigo, tradizione che ha ovviamente quale ineguagliabile maestro Fedor M. Dostoevskij.

Nel romanzo-capolavoro Delitto e Castigo, come è noto, l’evento chiave è rappresentato da un duplice omicidio a scopo di rapina: quello premeditato di un’avida vecchia usuraia e quello imprevisto della sua mite sorella più giovane, per sua sfortuna comparsa sulla scena del delitto appena compiuto. L’autore delle uccisioni è il protagonista del romanzo, un indigente studente pietroburghese che risponde al nome di Rodion Romanovic Raskolnikov. Tra le pagine che hanno reso immortale il romanzo di Dostojevskij vanno senz’altro annoverate quelle in cui Raskolnikov tormenta se stesso in una serie di riflessioni e azioni volte a cercare di sostenere in qualche modo il peso del suo delitto. Una delle questioni centrali è, in estrema sintesi – come ha notato anche con molta acutezza Milan Kundera –, quella della ricerca del castigo. Una volta commesso un delitto, il prezzo da pagare, se si riesce a sfuggire alla condanna prevista dalla società alla quale si appartiene, è praticamente insostenibile: dalla continua paura di essere scoperti (e dalle conseguenze in termini di solitudine esistenziale che ne consegue) al logoramento nervoso dovuto allo stress che accompagna ogni situazione dell’esistenza e quindi l’impossibilità di poter stabilire anche rapporti di tipo affettivo sufficientemente sereni.


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