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L’ateismo felice e vincente. Riflessioni dopo Houellebecq e Charlie Hebdo

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Era il sette gennaio, e Repubblica pubblicava un’intervista di Anais Ginori a Michel Houellebecq sul suo ultimo libro, Sottomissione, in uscita proprio quel giorno. Un giorno ormai famoso, in cui il mondo è stato scosso dal massacro al Charlie Hebdo: il cui numero in edicola prendeva a sua volta in giro lo scrittore francese. Ironicamente raffigurato come una vecchia veggente un po’ suonata, perché nel suo romanzo profetizza l’avvento di un presidente musulmano e la conseguente islamizzazione della Francia. Nell’intervista Houellebecq parlava senza freni di “suicidio dell’Occidente” e dell’ateismo “perdente perché troppo triste”. Dalla parte delle tesi di Houellebecq, scriveva Ginori, ci sono Emmanuel Carrère e Alain Finkielkraut. Ma c’è un po’ anche Michel Onfray, intervistato a sua volta dal Corriere della Sera: “L’Europa è un continente morto, oggi in mano ai mercati. Domani forse all’islam”.

Il sette gennaio il mondo è però cambiato, anche se non sappiamo ancora bene in quale direzione. Ed è per questo che è utile, a mente più fredda, riprendere il filo dov’è stato tragicamente interrotto. L’ateismo è perdente? Non sembra, dati alla mano. Gli atei sono il gruppo “religioso” che in questi anni è cresciuto maggiormente un po’ ovunque nel mondodagli Usa all’Olanda passando per l’America Latina e persino per i paesi arabi.

Per contro, le grandi fedi segnano un po’ il passo. Il papa farà anche il record di fedeli a una messa, superando i record di Wojtyla, ma come Wojtyla sembra soltanto in grado di mobilitare i suoi, non di convincere altri ad abbracciare le sue convinzioni. L’ascesa dell’islam è più mediatica che reale: i convertiti sono pochi e fanatizzati. Auguri. Può certo essere imposto con le armi, come sogna il califfato, ma è difficile considerarlo un motivo di soddisfazione per i suoi apologeti.

 

Anche se dall’Italia non sembra, il mondo scientifico e culturale non è stato a sua volta mai così lontano dalla religione, e questo uno scrittore come Houellebecq lo sa benissimo. Quando scrive che l’ateismo è triste e perdente forse proietta su di esso le proprie paure e le proprie convinzioni. Come quelle di cui si fa portavoce il suo alter ego François, il protagonista di Sottomissione che si converte all’islam per conservare la cattedra alla Sorbona. Certo, l’opportunismo può essere vincente, lo è quasi sempre stato nella storia umana. Ma non è detto che lo sarà anche in futuro: e quanto accaduto il sette gennaio potrebbe aiutare parecchio. Non sono stati pochi coloro che, di fronte a una strage di quelle proporzioni, hanno compreso quale danno può provocare il fanatismo religioso.

Che, quanto a tristezza, non ha nulla da invidiare a nessuno. Come disse l’ayatollah Khomeini: “Allah non creò l’uomo perché potesse divertirsi. Un regime islamico deve essere serio in ogni campo. Non c’è umorismo nell’Islam.” Quanto al cristianesimo e alla sua diffusa avversione per il riso, basta rileggersi il fortunatissimo libro di Umberto Eco, Il nome della rosa. Va detto che Avvenire ci ha provato a sua volta, commentando sulla scia di Houellebecq l’attacco al Charlie Hebdo, a parlare di “laicità triste” perché diventata “sinonimo di ateismo”. Un triplo salto logico che aveva il solo scopo di giustificare la promozione di una “laicità positiva”, intesa come quella che “ammette il confronto fra diverse identità religiose e culturali anche nello spazio pubblico”, l’unica che ci permetterebbe di essere “davvero liberi e ilari”. Ma è proprio il rifiuto del confronto quello che caratterizza non solo i jihadisti, ma anche il papa che si fa promotore di pugni (materni, beninteso). Non c’è niente di più triste della censura dell’umorismo, del “se la sono cercata”, del gruppo Facebook che, in nome delle radici cristiane, invita a “tagliare le mani a chi tocca il crocifisso”.

Quattro milioni di cittadini sono scesi in piazza, nei giorni scorsi. La presenza di qualche impresentabile capo di stato non può sottacere che, con buona pace di Houellebecq (e del pessimismo di Onfray), i valori che hanno voluto manifestare pubblicamente sono proprio quelli di cui la Francia e il continente dovrebbero andare orgogliosi. Hanno mostrato a tutto il mondo che quei valori sono ritenuti fondamentali da una parte consistente della popolazione. E Christiane Taubira, ministra della giustizia francese, è stata veramente splendida a ricordare che “in Francia si può disegnare di tutto, compreso un profeta, perché in Francia, paese di Voltaire e dell’irriverenza, si ha il diritto di deridere tutte le religioni”. Parole pronunciate durante la cerimonia funebre in onore di Tignous, una delle grandi matite spezzate il sette gennaio: un contesto drammatico che si è rivelato un evento gioioso, con la bara di legno chiaro coperta dalle vignette dei suoi amici e il chroniquer Christophe Alévêque a cantare Bella ciao. “La libertà di ridere senza alcun ritegno la legge ce la dà”, scriveva Charb, “la violenza sistematica degli estremisti ce la rinnova”.

Tristi, noi? Ma per piacere!

Raffaele Carcano

Questo articolo è stato pubblicato qui

Commenti all'articolo

  • Di (---.---.---.89) 24 gennaio 2015 23:49

    Hai ragione: questi pazzi fanatici ed assassini sono cupissimi come padre Jorge da Burgos, il vecchio monaco censore de "Il nome della rosa". Khomeini era allergico all’ironia e alle risate. E’ gente che fa pena, perché si ostina ad imporre credenze (l’esistenza di dio e l’immortalità dell’anima) ridicole e ridicolizzabili. Il riso è il loro peggior nemico, perché lenisce la sofferenza generata dall’impossibilità di realizzare il nostro desiderio d’immortalità. Ridiamo perché sappiamo che quel desiderio d’immortalità è irrealizzabile ed infantile. Loro, invece, preferiscono continuare a credere nelle favole e a comportarsi da immaturi.
    Rocco Di Rella

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