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"L’ascensione di Roberto Baggio" di Matteo Salimbeni e Vanni Santoni

Baggio è qualcosa di irraggiungibile, lo sappiamo. Baggio è una molecola amabile. Baggio è un attimo trascendentale lo supponevamo e il libro di Matteo Salimbeni e Vanni Santoni, “L’Ascensione di Roberto Baggio” (Mattioli 1885), riesce a chiarircelo una volta per tutte.

L’Ascensione del titolo è un processo rapidissimo. Il Baggio che entra nel tempio della serie A e distrugge San Paolo e San Siro (perfettamente in tema) tra l’ultima di campionato del 1986-87 e la seconda del 1987-88 crea una crepa dove il tempo si ferma e le partite iniziano a contare per la loro bellezza, non tanto per quello che valgono.

In questo senso Baggio è pienamente un santo laico perché capace di mostrare con i piedi più di quello che la gente gli chiedeva. Ma l’ascensione non è un percorso piano, da fare in scioltezza. Il passaggio alla Juve crea i nemici. Baggio non è più puro. Anni di magie e goal, persi dietro a titoli e vittorie che non piacevano. E poi USA ’94, dove all’ '88 di Italia-Nigeria arriva la chiamata: vai figlio mio e compi il miracolo. Baggio esegue e urla per il campo. Da lì in poi cambia tutto. Chi lo rinnega (Capello, Ancellotti) è un ortodosso cattivo.

Chi lo sopporta (Lippi, Maldini, Ulivieri) è un Ponzio Pilato rasato di fresco. Chi lo ama (Mazzone su tutti) è mosso da uno spirito. Cosa è stato Baggio? Uno che si aspettava ogni domenica. Oggi con chi succede?

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