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  Home page > Attualità > Cronaca > L’altra faccia della giustizia: caso Niki Gatti
di Angel mercoledì 19 novembre 2008 - 3 commenti oknotizie
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L’altra faccia della giustizia: caso Niki Gatti

Per la prima volta scrivo su AgoraVox e Mediasenzamediatori, siti che ho conosciuto grazie ai Professori Mezza e Pellegrini dell’Università degli Studi di Perugia, spinto dalla voglia di divulgare la verità attraverso la rete, dove ognuno vuole e può dire la sua, senza avere paura di restare intrappolati in sistemi pericolosi, a differenza di giornalisti troppo attaccati a difendere il loro prezioso mestiere.
 
A spingermi a scrivere quest’articolo è stato un video di una madre che sta dando l’anima per giungere alla verità sulla fine del proprio figlio, un video che suscita commozione, ma anche tanta rabbia.
 
Voglio parlarvi di un ragazzo della mia città: Niki Aprile Gatti, 26 anni, di Avezzano, che il 23 giugno viene trovato senza vita nel carcere di Sollicciano, provincia di Firenze, in cui era rinchiuso da quattro giorni. Gatti, che viveva a San Marino, era responsabile di una società informatica; dopo essersi recato dall’avvocato aziendale il 19 giugno a Cattolica, per chiedere spiegazioni sull’incarceramento del titolare della sua azienda, fu arrestato con l’accusa di aver commesso una truffa telefonica. E’ stato riportato che Gatti fu accompagnato nel carcere di Rimini, ipotesi falsa perché venne direttamente imprigionato nel super carcere di Sollicciano, sul verbale del carcere Niki ha avuto regolarmente a disposizione una telefonata, ma nessuno dei suo familiari è stato contattato. La madre è stata informata dell’accaduto soltanto il giorno dopo e non le fu possibile andare a vedere il figlio perché nei primi tre giorni era in isolamento. In questi 3 giorni a Niki gli viene intimato con un telegramma di cambiare avvocato, ed il ragazzo cambia il proprio legale.
 
Niki Gatti non è mai stato arrestato, non ha mai subito una denuncia, e ora la domanda è: perché è stato portato in un super carcere? Al processo i gestori di telefonia coinvolti non sono neanche nominati, durante l’interrogatorio Gatti risponde alle domande perché in buone fede. Al processo non era presente la madre, perché non gli fu permesso di entrare, e al termine del quale quando il figlio stava per salire sul blindato, non ha potuto neanche salutarlo, perchè minacciata dai poliziotti. Nei verbali del carcere viene fuori che Gatti aveva chiesto di essere spostato da quella cella, e di essere messo con italiani possibilmente non violenti. Il giorno 23 giugno, dopo aver usufruito dell’ora d’aria Niki si rinchiude nel bagno della sua cella, e si suicida con un paio di jeans e un numero imprecisato di lacci da scarpe. L’autopsia stima l’ora del decesso alle 10, mentre la chiamata al 118, risulta alle 11:15. Perché tutto questo tempo? Nella testimonianza delle guardie carcerarie nulla coincide. I genitori del ragazzo chiedono che il caso non venga archiviato come suicidio, perché loro non credono che sia andata in questo modo. Secondo i genitori l’utilizzo di un solo laccio è idoneo a causare la morte per strangolamento di una persona ma certamente non così resistente per sorreggere il corpo di Niki del peso di 92 chilogrammi, e inoltre non si comprende come possa essere stata consumata l’impiccagione quando nel bagno non c’era sufficiente altezza tra i jeans e il pavimento, tale da poter garantire il sollevamento e il penzolamento del corpo. Il decesso è più riconducibile a uno strangolamento con successiva simulazione d’impiccagione. Dopo i funerali i genitori si sono recati nel suo appartamento a San Marino trovandolo svaligiato: neanche una maglia è rimasta, i suoi 5 computer spariti.
 

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