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L’accordo tedesco a 28 ore, i padroni in provincia, l’agenda della classe operaia europea: tre spunti di riflessione

L'accordo firmato in Baden-Wuttemberg da IgMetall sulla riduzione della settimana lavorativa merita di essere analizzato sotto tre aspetti: in che cosa consiste realmente; qual è stata la risposta padronale italiana; che cosa ne possiamo fare noi.

 

28, 35, 40: diamo i numeri

L'accordo prevede, nella parte economica, la rivalutazione degli stipendi del 4,3% a fronte del 6% chiesto dal sindacato, l'erogazione di 100 euro una tantum ad Aprile ed un bonus annuo, fino al 2020, di 400 euro più il 27,5% dello stipendio mensile. Il bonus è subordinato all'assenza di difficoltà economiche per l'azienda.

La parte normativa, invece, prevede la possibilità, per le lavoratrici e i lavoratori con figli o parenti a cui prestare assistenza, di richiedere di lavorare 28 ore a settimana per un periodo di tempo che potrà andare dai 6 ai 24 mesi, con riduzione dello stipendio – inizialmente la IG Metall si era opposta – compensato da ulteriori 8 giorni di ferie. In compenso, la Confindustria del Baden-Wuttemberg – ma si presume una rapida estensione dell'accordo anche agli altri Lander – potrà chiedere a lavoratrici e lavoratori di aderire temporaneamente ad un allungamento della settimana lavorativa fino a 40 ore, per soddisfare eventuali picchi produttivi. La flessibilità oraria, dunque, diventa ambivalente, e considerando il fatto che la possibilità di svolgere settimane da 28 ore è limitata da alcune condizioni, mentre l'estensione a 40 ore è subordinata alla sola volontà del lavoratore, non è peregrino pensare che l'accordo, materialmente, faccia gli interessi dei padroni, tenuto anche conto che la stima dell'aumento del costo del lavoro fatta da Barclays, a regime, sarebbe di circa l'1,5%, contro il 2% indicato come valore massimo sostenibile dalla BCE. Non è un caso che il Sole 24 Ore ne parli bene: singolare è, invece, che ne parli in modo più intelligente e accorto del suo socio di maggioranza, Confindustria.

L'improvvida sincerità di Licia Mattioli

A commento dell'accordo, la vicepresidente di Confindustria dichiara al quotidiano “La Stampa” che una riduzione del genere è possibile in Germania perché lì c'è piena occupazione, mentre da noi no. A noi sembra piuttosto vero il contrario: una riduzione dell'orario settimanale lavorativo favorirebbe il taglio della disoccupazione perché aumenterebbe la domanda di forza-lavoro da parte delle imprese, fatta pari la produttività. La Mattioli, dunque, ha commesso un errore?

Sì, ma di italiano: la riduzione dell'orario in Italia non è impossibile a causa dell'alto tasso di disoccupazione, bensì non conviene ai padroni, dal momento che possono contare su un numeroso esercito industriale di riserva per tenere i salari bassi e le settimane lunghe. Così si spiega anche il resto del suo ragionamento, laddove manifesta interesse per l'accordo come politica per il sostegno dell' “invecchiamento attivo”: con 28 ore settimanali le persone possono restare a lavoro qualche anno in più e il costo del lavoro si abbatte grazie alle mancate nuove assunzioni. Il vero motivo, però, per cui a nessuno dentro Confindustria verrà mai in mente di prendere in considerazione un accordo del genere è un altro.

Mentre in Germania sono stati fatti consistenti investimenti in tecnologia, macchinari, insomma in capitale costante, ragion per cui la produttività per ora lavorata è aumentata ed è dunque possibile restare competitivi lavorando meno ore, i padroni italiani, nonostante i super e iperammortamenti governativi sugli investimenti, preferiscono fare profitti puntando esclusivamente sul caro, vecchio metodo: controllo dei salari, lavoro nero, evasione ed elusione fiscale. Old habits die hard, insomma, anche se Renzi ti ha pagato il macchinario a spese della collettività!

Il bambino e l'acqua sporca

Questo esame oggettivo, che svela le ombre di un accordo propagandato troppo velocemente come “rivoluzionario”, non deve far venir meno la positività del giudizio politico. Nonostante tutto, infatti, il grido che ci risuona in testa è lo stesso del Dottor Frankenstein di Mel Brooks: SI PUÒ FARE!
Le specificità dell'accordo diventano, infatti, dettagli, di fronte alla sua portata simbolica e alla possibilità di utilizzarlo come testa d'ariete per una battaglia europea per la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario: se in Germania, con una vertenza di sei giorni, l'orario lavorativo è stato ridotto di un quinto, crolla tutto il castello di bugie col quale i padroni ci tengono alla catena per così tanto tempo: all'attuale stadio di sviluppo delle forze produttive, la settimana lavorativa di 35 o 40 ore è un rottame della Storia, un abuso sostenuto e portato avanti da chi ha interesse a non perdere nemmeno un briciolo di profitto. Non serve nemmeno alla competitività, anzi, perché, in questa fase di crescita asfittica, deprimere ulteriormente la domanda interna con bassi salari e alta disoccupazione è senza dubbio manifestazione di scarsa intelligenza, anche ponendosi in un'ottica capitalista.
È per questo motivo che non possiamo che salutare con grande gioia, al di là dei dettagli, la conquista della classe lavoratrice tedesca, perché essa ci indica la strada: una strada europea ma non solo, unificante, di classe, da percorrere insieme; la stessa vecchia strada che le lavoratrici e i lavoratori percorrono da anni, noncuranti delle sirene che puntano a distrarli... LAVORARE MENO, LAVORARE TUTTI!

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