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di enrico campofreda lunedì 7 novembre 2011 - 1 commento oknotizie
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L’Operazione Ayatollah che Netanyahu sogna

E’ atteso per domani il nuovo rapporto dell’Aiea, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’uso pacifico del nucleare che da tempo monitora le ricerche iraniane. Attorno a questo rendiconto i falchi della politica israeliana e statunitense hanno lanciato da settimane l’idea di un’azione militare contro Teheran. Una missione aerea, simile ma non eguale all’Operazione Babilonia compiuta da Israele 30 anni or sono sulla centrale irachena di Osiraq. A parlarne sono i politici, e nemmeno tutti, mentre i vertici dell’Idf considerano l’attacco poco praticabile e soprattutto pericolosissimo per la conseguente destablizzazione dell’area. Nel colloquio avuto il 3 novembre col premier Netanyahu il Segretario statunitense alla difesa Panetta è rimasto assolutamente vago sull’ipotesi poi resa pubblica nientemeno che con un’intervista televisiva di Shimon Peres. Da parte sua il presidente Obama s’appresta in questi giorni a incontrare in Asia i leader russo e cinese per valutare la pericolosità dei colpi di testa di Tel Aviv. Diversi osservatori sottolineano come l’auto isolamento conduce Israele a incrementare la campagna propagandistica incentrata su proclami che tendono a discostarsi dalla realtà. Proprio perché nell’incertezza della fase politica regionale ai suoi confini preme la logorante crisi siriana e l’alta tensione con un Egitto prossimo a storiche elezioni, a Israele conviene conservare lo status di “pace armata” senza tradurlo in scontro per giunta gravissimo. Un intervento in Iran non sarebbe né un semplice tiro al palestinese come sulla Striscia di Gaza e neppure una guerra lampo simile ai 34 giorni del Libano 2006.

Nel rimpallo della propaganda le risposte giunte da Teheran sono state sferzanti. Uno dei membri dell’Assemblea degli Esperti, l’ayatollah Mahmoud Alavi ha dichiarato che “Israele ruggisce come un leone ma di fatto è un gatto in un angolo”. Netanyahu cerca di convincere la maggioranza dei quindici ministri che compongono il Consiglio di Sicurezza del suo Gabinetto sulla bontà di un’azione di forza, però l’azzardo è enorme sul piano politico, energetico, militare. Sul primo ha già ricevuto il dissenso del francese Juppé, capo della diplomazia di un Paese tutt’altro che restìo alle soluzioni muscolari. Le prospettive in campo energetico conseguenti a un possibile intervento israeliano dovrebbero riportare lo stesso Barak, aperto sostenitore del blitz aereo, a più miti consigli. L’Iran minaccia la chiusura navale del Golfo, situazione sgradita a tutti i membri del Consiglio della Cooperazione, anche al più filo occidentale: la monarchia saudita. Perciò la pressione psicologica costruita da Israele che, forte delle sue testate nucleari esaspera il pericolo di un prossimo armamento atomico iraniano, porterebbe a innescare un quarto ciclo di sanzioni più che un’azione contro i centri di Parkin e Arak. A insinuare dubbi non sono tanto le beffarde battute del clero vicino a Khamenei, ma esperti militari di Tsahal e studiosi della materia. In un suo intervento, riportato dalla rivista di geopolitica Limes, il professor Reuven Pedatzur sostiene che gli iraniani, oltre ad aver imparato la lezione irachena, hanno distribuito i propri siti nucleari in tutto il Paese. Perderne uno o cinque per loro non significherebbe interrompere le ricerche.


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