Da tempo, in Italia, quasi non vi sono più partiti che si candidino per essere eletti in Parlamento. Intendiamo partiti che si candidino per parlare della situazione politico-giuridica e della direzione che si vuole imprimere, mediante l’attività legislativa, alla vita collettiva della nazione.
Da tempo i partiti non si candidano alle elezioni politiche parlamentari per parlare, ma per governare. E infatti non si candidano i partiti ma le coalizioni. Due coalizioni di partiti, godendo per diritto – in particolare in forza della modifica delle leggi elettorali proporzionali e della legislazione sul finanziamento pubblico dei partiti – di posizione privilegiate (e si tratta di privilegiogiuridico, non di mero fatto) rispetto a possibili nuovi partiti, si offrono alla scelta del popolo, raccomandando il voto utile e spingendo silenziosamente al non voto molte tra le forze più sane della nazione.
Da un lato i cittadini sono sottoposti ad un potere – il privilegio conferisce un potere – che ostacola l’emersione di idee e proposte nuove; dall’altro le coalizioni non si candidano per parlare, bensì esclusivamente per governare. La parola è ormai inutile. Non c’è da parlare.
Non c’è da parlare, perché non c’è da pensare. Pensare significa vagliare ipotesi alternative. Scegliere tra diversi principi. Ma da lungo tempo il Parlamento non è più chiamato a scegliere tra principi, bensì, al più, tra norme di dettaglio.
Non c’è da pensare. C’è si da introdurre norme, ossia scrivere parole vincolanti per il popolo italiano – invero sempre più mediante decreti legislativi e regolamenti con deleghe in bianco ovvero mediante decreti legge -; ma legiferare ormai da lungo tempo significa applicare ed adeguare. Ed è per questo che basta un governo e non serve il Parlamento.
Applicare le direttive europee; applicare gli accordi del WTO; applicare il principio della libera concorrenza; applicare il dogma delle privatizzazione delle imprese pubbliche; applicare i suggerimenti della analisi economica del diritto; applicare il principio più caro al capitale finanziario, ossia il principio di non tassare severamente le rendite; applicare il principio della precarietà del lavoro subordinato; adeguare la legislazione di spesa e tutta quella connessa ai criteri di Maastricht; applicare gli accordi di Schengen; applicare la strategia di Lisbona; applicare il principio “economico” (ossia l’inganno ideologico) che si crea valore anche se si moltiplicano gli intermediari; applicare il principio che bisogna lasciare al “mercato” la decisione sui rapporti di forza tra produttori e intermediari; applicare la suprema direttiva della libera circolazione mondiale del capitale finanziario; adeguarsi alla dottrina della guerra preventiva; addirittura applicare le direttive del vaticano; e così via.
E anche là dove sembravano esservi spazi di libertà, in realtà le coalizioni che si sono succedute al governo si sono ingegnate nell’applicare il modello statunitense, nel tentativo, ingenuo, oltre che malefico, di “importare il sistema”, scambiando così il modello con la realtà.
È verosimile che la crisi economica , aggravandosi, possa cambiare, almeno in parte, le cose. Ma intanro è indubbio che negli ultimi anni il Parlamento non è stato un decisore, bensì un esecutore.
Proprio per il ruolo di esecutrici, le due coalizioni sono state e sono omogenee. E non potrebbe essere diversamente. Quando si tratta di eseguire ordini o direttive ovvero quando si tratta di applicare e non di legiferare veramente, è naturale che debba esservi un comune consenso sui presupposti – ideali, economici, politici – delle direttive e dei vincoli “giuridici” internazionali.