Irrazionale Escher
Cosa accomuna l'incisore olandese Escher al nostro Giovan Battista Piranesi? Apparentemente nulla, ma se osserviamo alcuni dei loro lavori, non potremo non notare moltissime consonanze stilistiche e tematiche. Un omaggio ad uno degli incisori più grandi del Novecento.

La mostra di Maurits Cornelis Escher è la testimonianza tangibile dello sguardo dell'artista olandese, che ha preso le mosse dall'osservazione della natura e dal contesto socio- culturale e scientifico di inizio '900. L'arte di Escher è un'estensione del Surrealismo, dell'illogico che regna sul logico, lo sovrasta e lo sostituisce nel gioco dell'irrazionalità: si viene a sviluppare un'arte basata sulla Gestalt, sulla percezione, che viene filtrata e riproposta in chiave logico-matematica. L'artista diviene uno di quelli che si appropriano della scienza e delle sue terminazioni e ne trasferiscono i concetti nelle proprie produzioni, includendo, chiaramente, anche una componente emotiva, ovvero la personale visione delle cose.
Piranesi fu un incisore famoso per aver rappresentato le rovine di Roma, in un periodo che, in seguito alle numerose scoperte archeologiche e ai Grand Tour dei signorotti europei, vedeva nelle immagini dell'Urbe antica il soggetto ideale. I suoi lavori, a differenza di altri, mostravano un'intonazione drammatica che restituiva l'idea della dignità e magnificenza dell'Urbe. Ma è tra il 1745 ed il 1750 che Piranesi si diletta in una serie di incisioni che prendono il nome di “CARCERI D'INVENZIONE”. Scrive Marguerite Yourcenar, scrittrice belga "(...) una delle opere più belle che ci abbia lasciato in eredità un uomo del XVIII secolo". Per molti, le “Carceri” rappresentano la negazione del tempo, un pizzico di follia stampato sulla carta, l'ebbrezza dell'impossibile unito ad un segno di claustrofobia; è una sfida alle leggi prospettiche e alla costruzione dello spazio: si crea un senso di vertigine che vive in ogni angolo e si avvicina ad illusioni ottiche sempre più grandi. Si ha la sensazione che lo spazio rappresentato non abbia né inizio e né fine, non esiste un punto di vista privilegiato, le figure sono ovunque cosi come scale, travi, iscrizioni, oggetti di tortura che rendono impossibile inquadrare mentalmente quello spazio ed acquisiscono la peculiarità dell'incubo.
Ora, se si confrontano le “Carceri” con “Relativity” di Escher, non può non saltare all'occhio la grande somiglianza che le accomuna, entrambe basate sull'inganno prospettico, sul trombe d'oeil che fa spaziare l'occhio senza un riferimento specifico da cui partire; è chiaro che Escher ha avuto modo di entrare in contatto con le incisioni di Piranesi, ma quando? Una conferma della conoscenza delle opere di Piranesi è data dalla testimonianza riportata nella biografia redatta da Wim Hazeu, che racconta di aver visto opere dell'artista veneto nella casa svizzera di Escher; l'incisore olandese ha vissuto a Roma per anni, tra il 1923 ed il 1935, e sicuramente ha avuto modo di osservare da vicino, e non solo, alcuni dei lavori dell'incisore veneto. È del 1923, infatti, anno di arrivo di Escher in Italia, la monografia fotografica dedicata a Piranesi da Federico Hermanin. È chiaro che Escher ha avuto molti modi per entrare in contatto con la produzione di Piranesi, di approfondirla e trovare delle consonanze stilistiche a cui ispirarsi.
Escher con Relatività evoca le Carceri del Piranesi, ma più per differenze che per consonanze. Avanza un dubbio conoscitivo, se non epistemologico, ponendo in stato d’assedio le nostre certezze quotidiane, mentre Piranesi ci invita a rivisitare un archetipo, evocando un dubbio ontologico che riguarda la conoscenza di noi stessi. Gli universi paralleli di Escher sprofondano in Piranesi nel mondo delle tenebre. Escher mette in crisi la realtà, Piranesi ci invita a un viaggio negli inferi, dove la realtà viene vista dal di sotto. Osservando questi lavori veniamo sopraffatti da un profondo senso di vertigine , ove architetture fantastiche e scenografie cerebrali moltiplicano i punti di osservazione. Escher, dunque, abolisce l'unicità dello spazio come partenza della sua poetica; a differenza del senso di soffocamento e angoscia prodotto dalle “Carceri”, i giochi illusionistici di Escher creano nell'osservatore un disorientamento spaziale, dove ripide prospettive di gradini, corridoi che si intersecano fra loro, in un risultato molto simile a quello di Piranesi, regalano allo spettatore la magia dell'illusione, la consapevolezza di poter manipolare geometricamente ed illusoriamente lo spazio.Lasciare un commento
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