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"Io e la giustizia italiana: dalla condanna per pedofilia all’assoluzione"

Il caso di R.S. da Como. Le accuse della moglie nella causa di divorzio. Psicologhe, poliziotte e giudici – tutte donne – un po’ “superficiali”, o forse con qualche pregiudizio “di genere”. Risultato: quindici anni tra carcere e sofferenze senza alcun adeguato indennizzo.

Lo stato non è mai colpevole. Ed eventuali oneri economici spettano sempre e solo al popolo italiano. Mai a quegli operatori che non sono all’altezza dei loro compiti. Cosa mi è successo? Ve lo racconto.

Mi chiamo R.S., ho 48 anni, una vicenda in sospeso con il sistema “giustizia” italiano che è iniziata quando ne avevo 33, con l’avvio della separazione giudiziaria dalla mia ormai ex moglie. Non so se la vicenda che sto per raccontarvi riuscirò a vederla giudizialmente chiusa, prima di "chiudere gli occhi".

Inizio 1997: la separazione da mia moglie – Prendo atto che è inevitabile separarmi da mia moglie (ma non certo da mia figlia di quasi cinque anni). Rifiuto il tentativo di riconciliazione, le richieste economiche di mia moglie vengono drasticamente ridimensionate e, come conseguenza, non riesco mai più a rivedere la mia cara bambina. Vi domanderete: "Come è potuto accadere questo?". La risposta può apparire sconvolgente: la mia bambina di punto in bianco ha detto di aver ricevuto “attenzioni sessuali” da parte del papà.

Ma andiamo con ordine: per tutto il 1997 la vicenda che segue alla separazione viene gestita dalla mia ex moglie in maniera tortuosa, ma senza che nessuno allerti il sistema giudiziario: nel frattempo non sono già più nella casa coniugale e – ogni volta con scuse diverse – mi viene impedito, di fatto, di vedere mia figlia negli orari stabiliti.

Fine giugno 1997: prima valutazione di un perito su mia figlia  La bambina – sempre a mia completa insaputa – viene ricoverata nell’ospedale di Cantù (Como), nel reparto pediatria, dove viene sottoposta a visita ginecologica (dalla quale, come spiegherò più avanti, non emerge alcuna traccia di abusi). I sanitari, prima di dimetterla, annotano in cartella clinica che chiedono il "permesso" di farlo all’avvocatessa della madre e al capitano della locale caserma dei Carabinieri (!).

Io vengo lasciato fuori, nessuno mi informa, scopro tutto questo solo dopo parecchio tempo e con grandi difficoltà riesco a ottenere una copia della cartella clinica (l’ospedale ha preteso per darmela un atto notorio in cui dichiaravo di avere ancora la patria potestà). Sempre a metà del ’97 l’avvocatessa della madre fa valutare la bambina da un loro perito di fiducia privato, un neuropsichiatra infantile, il quale non si limita ad esaminare la bambina, ma prende in esame tutto il contesto familiare, tra cui anche il “presunto abusante”, il papà.

Fine 1997: vengo denunciato al Tribunale dei minori – Il perito si pronuncia dicendo che la bambina non era assolutamente attendibile nei suoi racconti, esprimendo non soltanto valutazioni positive sul papà, ma indicando altresì gravi patologie comportamentali della madre (nonostante fosse proprio lei la committente), anche relative alla sfera sessuale, e raccomandando di non interrompere le visite tra papà e figlia. Madre e zie materne non accettano questo “verdetto” e si rivolgono al consultorio di Cantù, denunciando ciò che la bambina diceva.

Si presentano in forza al consultorio anche zie e cugine materne spronando la denuncia. Infine il consultorio trasmette denuncia al Tribunale dei minori di Milano, il quale apre un suo provvedimento di tutela del minore e contemporaneamente trasmette segnalazione alla Procura di Como, che apre un fascicolo penale su di me. Le indagini vengono svolte dalla Questura di Como e io, il padre, “presunto abusante”, vengo convocato e interrogato – da poliziotte donne – solo per ultimo, dopo aver sentito tutti gli altri.

Alcuni elementi di riflessione sulla “impeccabilità” ed “esaustività” delle indagini 

1) Nessuno è mai venuto dove abitavo per vedere come vivevo, o se detenevo materiale pedopornografico, come credo dovrebbe essere la prassi in questi casi (forse in via ufficiosa si sapeva già che non avrebbero trovato nulla?).

2) Non risulta agli atti che siano state prese informazioni su di me presso il mio datore di lavoro nel supermercato dove lavoravo. Ricordo che in quel periodo vidi nel cortile della ditta una volante della Polizia. Mi aspettavo che a fine indagine, una volta che fosse possibile avere copia degli atti, avrei trovato un verbale con una dichiarazione del mio datore di lavoro sul mio comportamento in servizio, invece niente. (Quindi la volante della Polizia era in ditta per altri motivi? Chissà!).

3) Non viene sentito il suddetto perito incaricato dalla madre (che si era pronunciato per una completa inattendibilità della bambina).

4) Non viene citato affatto il precedente ricovero della bambina in Pediatria a Cantù e l’esito della visita ginecologica lì effettuata in cui non era stato riscontrato alcun abuso (eppure in quell’occasione era stato coinvolto, pure formalmente, anche un rappresentante delle Forze dell’ordine perché le dimissioni della bambina erano state “autorizzate” dal capitano dei Carabinieri di Cantù, oltre che dall’avvocatessa della madre, e tutto questo era regolarmente annotato nella cartella. Si deve supporre che le poliziotte comasche non fossero a conoscenza di questo episodio?).

5) Vengono interrogate le maestre dell’asilo di Cantù, che la bambina frequentava solo da pochi mesi e che non mi avevano praticamente mai visto, salvo in un unico episodio (che tra l’altro verrà strumentalizzato a mio danno, insistendo sulla maestra, per insinuare che ero andato all’asilo al fine di intimare il silenzio alla bambina), ma non vengono sentite le maestre dell’asilo che mia figlia aveva frequentato per anni fino alla separazione, che invece mi conoscevano bene e che – anzi – informate da me su questa vicenda, si mostrarono molto addolorate e solidali nei miei confronti. Insomma, la “trama” era tessuta, e il cerchio si stava stringendo intorno a me. Chi mi avrebbe difeso?

Metà 1998: l’incidente probatorio  Ben un anno dopo l’inizio dei “racconti” di mia figlia, viene eseguito l’interrogatorio della bambina (l’incidente probatorio). Il giudice – donna – lo effettua in presenza soltanto della madre che ad un certo punto addirittura sollecita la bambina dicendole "Ma non ti ricordi?" (è tutto registrato in un nastro). Il giudice interroga la bambina senza la presenza della psicologa che era stata incaricata dai giudici di peritare la bambina (il consulente tecnico d’ufficio).

La bambina, inoltre, nell’incidente probatorio nega di aver fatto un disegno “erotico” che la madre presenta in Questura dicendo di averlo trovato in casa. Cosa di ulteriore gravità, in nessun atto viene mai scritto quanto tempo è passato da quando ho visto la bambina per l’ultima volta (quasi un anno prima), eppure avrebbe dovuto essere la prima cosa da verificare da parte sia delle poliziotte che dei giudici. Questo elemento fondamentale è stato tabù. Per farla breve, la psicologa nominata dai giudici – la stessa che era assente all’incidente probatorio – si pronuncia per l’attendibilità della bambina, senza valutare il contesto familiare.

A me – “presunto abusante” – non mi ha convocato per nulla, cosa che aveva fatto invece il perito privato della madre. Un medico legale incaricato dal pubblico ministero, solo perché trova delle ragadi all’ano, si pronuncia per un’alta attendibilità di abusi senza chiedersi (nemmeno lui) da quanto tempo non vedevo la bambina. Roba da folli. Le ragadi possono andare e venire nell’arco di una settimana anche per problemi di stitichezza (di cui mia figlia soffriva spesso), mentre era più di un anno che la madre non mi faceva vedere la mia bambina, salvo che in rarissime occasioni, in maniera “vigilata e controllata”.

Condanna definitiva  Como, settembre 1999, venerdì 17, processo di primo grado. Sono condannato a 3 anni e 10 mesi di reclusione. Febbraio 2002-aprile 2005: l’appello, la condanna, la detenzione. La condanna è confermata in appello a Milano e dalla Cassazione romana. Mia figlia viene resa orfana di un papà vivo. Io finisco in galera come pedofilo con condanna definitiva. La sconterò fino all’ultimo giorno (dal 14 marzo 2002 al 18 aprile 2005), senza concessione dei domiciliari, perché colpevole di continuare a negare il reato che mi viene addebitato. Per questo dovevo restare in galera, per un “processo di revisione critica” fino ad ammettere le mie colpe, il cosiddetto “programma di rieducazione”.

Le condizioni in cui si è svolta la mia detenzione, gravato di un’accusa così infamante, ve le lascio solo immaginare. All’inizio di questa storia, a causa della mia “ingenuità” mi sono fidato della giustizia. Mi dicevo: "Gli esperti saranno in grado di capire la verità". Infatti pareva che la vicenda avesse preso la giusta piega: il perito della madre aveva valutato attentamente tutto il contesto familiare individuando lo “spessore” della figura paterna, le turbe della madre e soprattutto l’inattendibilità della testimonianza della bambina in quanto non presentava gli elementi della bambina abusata. Lo stesso criterio – con grave negligenza – non è stato però seguito dalla giovane psicologa nominata dai giudici come perito.

La riapertura del processo e la piena assoluzione – Vedendomi ormai condannato in via definitiva, mi sento impazzire e la mia missione di vita diviene ribellarmi a tutto questo. Scrivo a tutte le istituzioni, a destra e a manca (in senso proprio), ma nulla si muove. Tra i tanti, scrivo perfino al pm comasco che aveva chiesto la mia condanna e per “fortuna” (con una bella spinta alla dea “Fortuna”) questo magistrato si mostra disponibile a mettere in discussione il suo operato: finalmente crede che poteva essere vera la mia dichiarazione di innocenza “a oltranza” e mi aiuta a riaprire il processo presso il Tribunale del riesame di Brescia, presentando come fattori “nuovi” ciò che in realtà era presente fin da subito.

Bastava indagare guardando in faccia la realtà per vederlo: una cartella clinica attestante i gravi disturbi psicologici della madre anche relativamente alla sfera sessuale, che quindi andavano fatalmente a influenzare quello che la bambina diceva (cosa che aveva capito fin da subito il perito incaricato dalla madre). Altro elemento di riapertura sarà il mio reclamo all’Ordine degli psicologi della Lombardia contro l’operato della psicologa nominata dai giudici, in seguito al quale sarà aperto un provvedimento disciplinare a carico della psicologa stessa, stabilendo che non aveva seguito la procedura corretta prevista nei casi di presunto abuso nei bambini in età prescolare. Quindi, in definitiva sono riuscito a far crollare i cardini su cui avevano per forza voluto massacrare un papà innocente e che tutti ormai davano per scontato che non potesse più essere dichiarato tale; nel frattempo, oltre tutto, avevo anche finito di scontare per intero l’infame galera, ma continuavo a ribellarmi.

Un altro anno di strascichi giudiziari  Il nuovo processo, a Brescia, si conclude finalmente con la sentenza di "assoluzione piena per non aver commesso il fatto". Ma il pm di Brescia – ancora una volta una donna – si appella in Cassazione contro l’assoluzione e così la telenovela si trascina ancora, con indescrivibile sofferenza e rabbia da parte mia, fino a che, un anno dopo (!), anche la Cassazione conferma la validità della sentenza di assoluzione, dichiarando infondati tutti i motivi di opposizione del pm di Brescia.

Il mancato intervento di sostegno per mia figlia  A questo punto, forte della sentenza di assoluzione, chiedo al Tribunale dei minori di Milano di intervenire con un percorso di sostegno psicologico su mia figlia, ancora minore (16 anni), ma – anche questa volta solo dopo qualche anno – mi rispondono che nel caso di mia figlia non ritengono di fare nulla e archiviano il caso. Mi sono ancora una volta sentito abbandonato e tradito dalle Istituzioni.

“Equo”(?) risarcimento: sarà mai possibile? – Con grande fatica riesco a far impostare la causa per il risarcimento dei danni che ho subito, competente sempre il Tribunale di Brescia. Ammesso che si possano risarcire 15 anni di vita, di cui tre trascorsi ingiustamente in prigione. E se non ce l’avessi fatta? Ci sono stati momenti di acuto dolore e di cupa disperazione e solo la consapevolezza della mia innocenza e il pensiero di non abbandonare mia figlia mi hanno sostenuto. E se non ce l’avessi fatta? Chi avrebbe mai potuto risarcire la perdita della vita di una persona innocente? E chi avrebbe mai potuto riabilitare la mia persona?

Il Tribunale dopo qualche anno – siamo nel 2009 – si pronuncia liquidandomi con una cifra irrisoria perché ritiene in definitiva che non sia colpa delle istituzioni se sono stato condannato, visto che all’epoca c’erano i motivi per condannarmi e solo adesso con i “motivi nuovi” si è potuto assolvermi e ritenendo che comunque la bambina sia corresponsabile per quello che ha detto e anche io stesso che, in quanto genitore, non ho saputo educarla e una serie di altre assurdità giudiziarie che sarebbe troppo lungo elencare.

Luglio 2010, di nuovo in appello per il risarcimento. Di fatto mi vedo costretto con i miei avvocati ad appellarmi nuovamente in Cassazione contro questa assurda sentenza. Oggi: ancora ritardi e richieste ignorate. Dopo un anno dal ricorso, non ricevendo risposta, i miei legali scoprono che l’appello era ancora in giacenza presso il Tribunale di Brescia e solo a seguito di un loro intervento viene presentato alla Cassazione. Intanto, si è perso un anno.

Ma che paese siamo? – Che serietà abbiamo? Quale livello culturale e senso di correttezza, che esempio diamo all’Europa intera, se questo è il comportamento delle Istituzioni? Dello Stato? La giustizia che avrei dovuto trovare in via ordinaria fin da subito, l’ho trovata in via del tutto eccezionale e tardiva (certo, meglio tardi che mai) e intanto ho perso una figlia che era affezionatissima al proprio papà. Io stesso porto su di me conseguenze fisiche e psicologiche che mi devasteranno la vita finché campo.

Ma quello che è più grave è che da ormai 15 anni (!) il devastato non sono solo io, ma anche mia figlia, che ha dovuto praticamente crescere da sola, con una madre non all’altezza del suo ruolo, e che non è riuscita a terminare la scuola dell’obbligo, sviluppando un carattere ribelle, senza ricevere sostegno da parte di alcuno nelle sue difficoltà. La mia famiglia di origine, che vive in un piccolo paese, com’è immaginabile, è stata sconvolta da questa vicenda, subendo anch’essa gravi sofferenze. Mio padre – un uomo semplice e onesto e un grande lavoratore – è morto prematuramente, dovendo affrontare il dolore di un figlio in carcere e di una nipote che non ha potuto veder crescere.

Non si può “giocare” così con la vita delle persone – Non è accettabile, proprio da parte di coloro che dovrebbero difenderle. Ci rendiamo conto del “disagio sociale” che cose come queste possono creare? Di quanto si rischi di minare proprio le forze più creative e produttive della società: le persone che lavorano e cercano di condurre un’esistenza onesta e dignitosa e soprattutto le giovani generazioni, destinate a perdere la fiducia nelle Istituzioni, nella giustizia e anche nella Democrazia, quando non nella stessa prospettiva di un futuro?

Non tutto è perduto o corrotto: ma bisogna organizzarsi per rimuovere le mele marce, che rischiano di inficiare in tal modo anche quelle buone. Aiutatemi, ribelliamoci a questo modo di fare. Se continuiamo così, bisogna quasi vergognarsi a dire di essere italiani. Vi prego, pensateci e riflettete su questo racconto. Oggi è toccato a me e domani?

Questo articolo è stato pubblicato qui


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