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Intervista a Claudio Gioè: "La felicità è poter immaginare un futuro"

Claudio Gioè al Giffoni Film Festival incontra i ragazzi e parla con loro dei suoi ruoli, del mestiere dell'attore, della sua Sicilia, di quei giorni di 20 anni fa di cui ricorda la rabbia e il senso di solitudine, della felicità come processo intimo che serve a restare in vita. Da settembre sarà sul set della nuova serie de "Il XIII Apostolo".

I ragazzi del Giffoni Film Festival lo hanno voluto. Lo hanno voluto per quello che rappresenta. Per le scelte fatte, per quel XIII Apostolo, ma anche – o forse soprattutto – per quei Cento passi e quel discorso fatto alla radio dopo la morte di Peppino Impastato. E poi per Ingroia e Totò Riina che ha interpretato cercando di raccontare l’ 'uomo' che ha tirato i fili della mafia siciliana. La sua professione è un viaggio attraverso se stesso, per scoprire lati del suo carattere che, altrimenti, gli rimarrebbero nascosti, ma ha la stessa dignità del lavoro quotidiano di un agricoltore che può far capire molto di sé da come ara un campo. Ha da poco terminato il tour teatrale con Neri Marcorè e si appresta a cominciare le riprese de "Il XIII Apostolo", fiction che andrà in onda nella primavera del 2013. Al Giffoni Film Festival ha ricevuto il premio Gff Award, che gli è stato consegnato al termine dell’incontro con i giurati, quasi mille adolescenti ai quali ha parlato di sé, della sua Sicilia e di quella mafia di cui tutti i palermitani sono stanchi di parlare.

Hai interpretato “I cento passi” e poi “Il capo dei capi”: ruoli molto diversi tra di loro.

“Quando ho cominciato questo lavoro, mi hanno detto che avrei attraversato varie umanità. L’ho vissuto in modo normale il ruolo di Riina. Credo che faccia parte della carriera di un attore. Essendo siciliano, sono stato reclutato in diversi film che parlano di Sicilia. E quando si parla di cose siciliane, molto spesso si parla di mafia. Purtroppo, non se ne parla nelle sedi opportune, in quelle Istituzioni che oggi come allora sento molto distanti dalla società civile. Istituzioni che, in qualche modo, rincorrendo cavilli, tentano di perdere tempo, di fare dei sofismi laddove c’è una urgenza della verità giudiziaria che due palermitani, 20 anni fa, stavano tentando di mettere in luce con la semplicità del proprio dovere. Stavano smantellando uno Stato, un sistema che fino ad allora - e forse anche dopo - ha galleggiato in quella promiscuità. Ne “Il capo dei capi” la classe politica, per la prima volta, viene messa allo stesso livello delle organizzazioni criminali: non ricordo altre serie in cui lo Scudo Crociato sia stato mostrato tanto. C’è bisogno di fare chiarezza, mettere un punto in una storia che è sempre stata negata. I film sulla mafia non possono essere risolutivi e per raccontare una storia bisogna attendere una sentenza, altrimenti si rischiano denunce. Film del genere possono essere di stimolo ad una cultura sana, ad una buona cultura di cui l’Italia dovrebbe dotarsi per smantellare questo sistema. Ma io sono fiducioso che questo avverrà nell’arco di qualche generazione”.

Come hai fatto ad entrare nei suoi panni?

“È stato difficile perché non c’erano molti elementi rispetto a questo individuo. È uno che è scappato per 40 anni. Non c’erano fotografie e testimonianze. Sono dovuto andare a cercare negli archivi Rai dove ho trovato le dichiarazioni spontanee rilasciate dopo l’arresto e alcuni confronti fatti con i pentiti. E ho letto diversi libri di magistrati che lo avevano interrogato e articoli di giornalisti che avevano seguito le sue vicende. Ho cercato di cogliere quelle linee psicologiche che a molti italiani, come a me, sfuggivano”.

La decisione di interpretare questo ruolo ti ha creato problemi?

“Qualche siciliano si è indignato, come Mastella e Cuffaro, entrambi immortalati 15 anni prima insieme ad un boss di Bagheria, durante il suo matrimonio… Di quei siciliani si occupa la magistratura. Per il resto la Sicilia è piena di tante cose. Però, finché non verrà fatta chiarezza, non avremo modo di goderne. Mi auguro - come tutti i siciliani onesti - che presto non se ne debba più parlare e non si debbano più fare film di questo genere. Anche i siciliani secondo me si sono stufati di sentir parlare sempre di mafia e di vederla sempre accostata alla loro terra!”.

Come si può riuscire a “salvare” lo spettatore da personaggi che, inevitabilmente, esercitano un forte fascino?

“In realtà ci sono tanti esempi “negativi” nella letteratura. È un falso problema che è stato usato in modo strumentale rispetto ad alcuni personaggi: spesso si vuole esprimere a tutti i costi un giudizio etico di questi racconti. In realtà sono racconti tipici del romanzo popolare, dove sai che c’è un buono ed un cattivo. Assodato questo, leggendo “I Promessi Sposi” a te interessava più Renzo o Don Rodrigo? È una cosa scontata. Questo deriva dal fatto che la nostra società rimuove continuamente gli aspetti scomodi dell’essere umano. Noi cerchiamo di fare un discorso che esula dalla cronaca. Abbiamo raccontato Riina, ma l’abbiamo raccontato “alla Padrino”, seguendo un modo shakespeariano di narrare. Come quando Shakespeare descrive Riccardo III, che risulta simpaticissimo, nonostante abbia sterminato non so quante persone in 3-4 ore di spettacolo! Ciò che conta è il contesto che aiuta a trovare la giusta chiave di lettura. Ne “Il capo dei capi” abbiamo raccontato l’ascesa e la caduta dei Corleonesi. Il senso del film è che la sete di potere dissennata di un pugno di uomini si riduce ad una solitaria lacerazione. Riina è un uomo solo. È sottocontrollo 24 ore al giorno, anche quando va in bagno. Non credo sia una bella vita. Il senso di questi film lo trova la coscienza di ognuno degli spettatori”.

A volte, nelle parole di molte persone, si legge rassegnazione rispetto ad un sistema che sembra essere diventata consuetudine…

“La rassegnazione ce l’hanno le persone alle quali sta bene come stanno le cose. Ognuno di noi sa come le organizzazioni criminali siano dei cancri delle nostre società che impediscono l’accesso diretto alle scelte politiche: si mettono in mezzo tra il potere e i cittadini e pretendono di doverlo gestire, togliendo soldi, opportunità, speranza per il futuro. Credo che in maniera naturale tutto ciò verrà spazzato via dalla necessità di vivere. Sta a noi riprenderci le nostre Istituzioni, il nostro territorio e decidere cosa fare del nostro futuro”.

A pochi giorni dall’anniversario della morte di Paolo Borsellino, Gioè ha poi ricordato quei giorni del 1992: “Da palermitano ricordo bene la rabbia che scoppiò tra le gente e soprattutto la palpabile assenza dello Stato. Ricordo il senso di impotenza di fronte alla solitudine di quei due uomini”.

 

Al termine dell'incontro ha spiegato ai ragazzi cosa è per lui la felicità, tema che ha ispirato l'edizione 2012 del Giffoni Film Festival.

“Penso che ognuno trovi a felicità dove meglio gli risuona. Personalmente credo che la felicità sia da considerare come un processo, non come una cosa esterna da raggiungere a tutti i costi. Spesso la nostra società ci parla della felicità riferendosi ad una bella donna, alla villa con piscina. Ma sono felici fino infondo? Credo che la felicità sia un personalissimo ciclo interno che serve a restare in vita. la felicità è poter immaginare un futuro”.

Commenti all'articolo

  • Di (---.---.---.51) 26 luglio 2012 04:04

    Ragionamenti chiari, non so se l’attore - considerando il suo ruolo di testimone d’eccezione e opinion maker, magari indiretto - si renda conto che demandare allo Stato e alle Istituzioni il compito di risolvere tutti i problemi suona un po’ di tendenza all’assistenzialismo. E perché, poi, Gioè ha dato la "cittadinanza onoraria" a Mastella?

    L’intervista è molto ben fatta, ma di questa autrice c’è più poco da scoprire.

    il cinese

  • Di (---.---.---.158) 26 luglio 2012 09:55

    ma quale cittadinanza onoraria a mastella?


    stai sbagliando persona.

    gioè non ha mai fatto una cosa del genere

    considerando pure quello che pensa di mastella.

    documentiamoci prima di scrivere cavolate


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