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In Sicilia, per un caffè al bar servono tre chili e mezzo di frumento

Per comprare un caffè al bar occorrono tre chili e mezzo di frumento e se vogliamo comprare un chilo di pane dovremmo portare l’equivalente di dieci chili di frumento. Si tratta di una vera e propria sproporzione di valori. Quello che per i siciliani era l’oro, la risorsa primaria di sopravvivenza, la vera e propria ricchezza si è ridotta a non aver nessun valore.

Con la conseguenza che progressivamente vengono abbandonati i terreni destinati alla granicoltura.

Il sostegno contributivo della Comunità Europea nel breve termine ha dato un aiuto ai coltivatori, ma se analizzata nel lungo termine li ha ulteriormente affossati. La politica dell’ammasso ha prodotto un abbassamento della qualità del frumento prodotto. Se poi a questo fatto aggiungiamo la mancanza di tracciabilità del prodotto finale, si ha un vero quadro inquietante per noi siciliani. Tutto ciò nell’assenza di una vera e propria politica di lobby da parte della rappresentanza parlamentare siciliana in Europa.

Per la filiera olivicola e vinicola si sono introdotti marchi DOP così quando vogliamo comprare un prodotto di qualità sappiamo da dove viene, come viene prodotto e lo paghiamo di conseguenza. Per il grano tutto questo non avviene. Quando andiamo in un panificio o mettiamo la pasta in pentola nessuno sa da dove viene la farina che l’ha generato. Accade troppo spesso che arrivano enormi navi cargo da ogni parte del mondo a vendere sul mercato europeo grano di scarsa qualità, magari dall’Ucraina con ancora tracce di uranio di Cernobyl senza lasciarci alcuna possibilità di scelta. Ma non sarebbe bene mettere la denominazione di origine controllata anche nelle farine? Perché non debbo sapere da consumatore, dov’è stato prodotto il grano? Non si tratta di puro protezionismo, ma di trasparenza, di tutela del diritto dei consumatori.

Legambiente Sicilia, in un convegno tenutosi a Caltanissetta non molto tempo fa aveva già posto l’accento sulla debolezza della cerealicoltura siciliana individuando quattro motivi fondamentalmente:

1) Debolezza strutturale della produzione (eccessiva polverizzazione delle aziende di produzione e totale scollamento con le esigenze del mercato dei derivati);

2) Deficit qualitativo della produzione cerealicola;

3) Carenza di industrie di trasformazione che sono del tutto incapaci di competere sui mercati internazionali;

4) Carenza di associazioni di produttori in grado di difendere i propri associati in termini di strutture, prezzi e capacità di influenza politica.

 

A questi quattro punti di debolezza associava quattro punti di forza:

1) La vocazione storica. I siciliani coltivano grano da secoli, e sono perfettamente in grado, se gliene venisse offerta l’opportunità, di produrre grani di eccellente qualità;

2) La tutela ambientale. Il grano duro si coltiva in Sicilia soprattutto in collina, lì dove i fenomeni erosivi hanno un impatto maggiore. Coltivare grano significa quindi proteggere il suolo, svolgendo un’opera meritoria per l’intera comunità. Ciò viene oggi riconosciuto come un merito all’interno della nuova Politica Agricola Comunitaria.

3) La biodiversità e la ricerca. La Sicilia è un autentico forziere di diversità genetica cerealicola, essendosi diversificate nei secoli, nell’isola, un gran numero di varietà di grano. E’ da sottolineare anche la grande preparazione dei Centri di Ricerca.

4) La specificità delle produzioni isolane. In Sicilia si coltivano grani adatti alle più diverse tipologie di trasformazione.

Per far fronte a questo stato di fatto sarebbe importante che agricoltori, industriali, organizzazioni dei produttori,sindacati, ambientalisti, associazioni dei consumatori e forze politiche regionali concentrino sinergicamente i loro sforzi.

Rimane ancora di grande attualità quanto sostenuto dal prof. Calcagno della Stazione Sperimentale di Granicoltura di Caltagirone stigmatizzando “il difficile rapporto con le industrie di trasformazione che per esigenze tecnologiche, per abbattere i tempi di produzione, richiedono grano ad elevato contenuto proteico in grado di sostenere le alte temperature a cui avviene la pastificazione, in modo che, per denaturazione delle proteine, anche una pasta a basso contenuto in glutine sia in grado di “tenere la cottura” e tutto ciò a discapito delle caratteristiche organolettiche che sono invece il punto di forza e l’unicità del grano duro siciliano”.

La dott. Giulia Gallo della stazione Sperimentale di Granicoltura per la Sicilia nel valorizzare la specificità del nostro grano sottolinea “ L’assenza delle aflatossine,cosi pericolose per la salute umana è un elemento distintivo del grano siciliano ed è dato dalle particolarità di microclima regionale e risulta essere un fattore che da un lato deve e può essere codificato nelle pratiche di stoccaggio differenziato che la regione sta portando avanti con le Op e dall’altro alto può essere un forte elemento distintivo commerciale che va comunicato con forza come punto di vera eccellenza qualitativa”.

 

Commenti all'articolo

  • Di (---.---.---.208) 28 febbraio 2013 10:21












    DOP o IGP? Ma i produttori di grano siciliani si sono mai riuniti in associazioni o in consorzi per promuovere la registrazione dello stesso e ottenere la denominazione ambita?
    I consumatori sono l’ultimo anello di una filiera alimentare e spesso la più ignorante sulla provenienenza del prodotto alimentare, ma credo che buona parte di questi consumatori sarebbe felice di consumare un prodotto di qualità superiore e privo di rischi, aiutare la propria economia e il proprio territorio, anche con una spesa leggermente superiore, ma avendo le idee chiare e con una certificazione sicura! Credo che, purtroppo, il vero nodo dolente sia la poca lungimiranza dei produttori siciliani, che hanno sempre guardato al brevissimo periodo e mai al lungo periodo con i dovuti comportamenti conseguenziali.
    Noi consumatori siamo pronti a sostenere i nostri diritti nella Unione Europea ma i produttori devono aprire il fuoco!!

    • Di Sebastiano Russo (---.---.---.27) 28 febbraio 2013 10:48
      Sebastiano Russo

      Hai perfettamente ragione! ma La principale colpa è della Comunità Europea che per anni ha dato contributi per tenere le terre incolte...un’offesa alla piena occupazione, alla difesa del territorio. E poi magari ci lamentiamo per le "calamità naturali" ma qui di calamità non se ne deve assolutamente parlare. E’ tutto pianificato nella volontà del legislatore europeo che non ha a cuore le sorti dei produttori nè tanto meno quelle del prodotto. Importa semplicemente tenere i prezzi calmierati e mantenere marcati che nulla hanno a che fare con la tipicizzazione del prodotto. Pio ci sono i produttori siciliani che sono una realtà frammentata e poco incline alla collaborazione. Si accontentano del miserabile contributo e tirano a campare...Nel frattempo mangiamo pane con farina Ucraina, con mercati monopolizzati dai Casillo di turno!

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