Ieri mi è capitato di vedere il programma “Okkupati” in cui sono stati intervistati ragazzi, giovani, che a Roma frequentano una scuola statale di perfezionamento, completamente gratuita, per essere preparati ad occuparsi di problemi sociali ed acquisire eventuali crediti lavorativi.
I ragazzi intervistati si occupavano principalmente di immigrati con cui intrecciavano rapporti di tipo professionale, sia insegnando loro la lingua italiana che aiutandoli a sbrigare le tante pratiche richieste che sono la fanghiglia appiccicosa in cui si trascina la burocrazia italiana da decenni.
Tutti i giovani intervistati, maschi e femmine, che avevano avuto occasioni ripetute di contatti con questi immigrati, usavano nei loro confronti, parlando di loro e dei loro problemi, non le solite parole di odio, ostilità e disprezzo che si sentono sempre più spesso in televisione, ma, ecco la sorpresa, parlavano di loro, per una volta in video, come persone.
Lo so che è difficile accettare una cosa del genere dopo tutto quello che si sente dire nei telegiornali, nelle verdi piazze padane, ora anche nella repubblica d’oltralpe nei confronti dei rom, nei tanti discorsi politici che sentiamo ogni giorno in cui questi “diversi” sono al causa prima del nostro malessere. Discorsi in cui si vuole attribuire semplicemente ad altri, ai più deboli naturalmente, il nostro decadimento economico, politico e culturale, in pratica i nostri insuccessi.
Quello che dovrebbe essere normale e cioè vedere negli altri sempre una persona e non un numero o una minaccia, è invece diventato, nel nostro paese sempre più incolto, la rara eccezione.
Eppure ognuno di questi ragazzi immigrati, nati in un altro paese, privi molto spesso non di volontà ma semplicemente di mezzi e di occasioni, ha una madre e un padre, ha lasciato degli affetti, ha abbandonato il luogo dove è nato spesso senza nemmeno sapere dove sarebbe andato, quale sarebbe stata la sua sorte. Quella di arrivare, attraverso varie perizie e pericoli, in un paese economicamente più forte dove l’occasione di vivere, e magari non semplicemente di sopravvivere, poteva anche realizzarsi, o morire fra le onde del mare della speranza, o nei luridi magazzini del colonnello libico, o nella stiva di una nave o di un container aperto con troppo ritardo.
Noi italiani forse abbiamo la memoria corta o forse no, forse ce l’abbiamo ma preferiamo tenerla sopita perché ci fanno comodo questi disgraziati per riversare su loro la colpa di tutto.
Come nel Grande Fratello di Orwell (non quello televisivo che indica esattamente la temperatura della nostra intelligenza) la guerra continua fra le fazioni giustificavano ogni sorta di privazione sulla popolazione, ogni sorta di angheria come dovuta non alla inefficienza e alla corruzione dello Stato ma dalla condizione di guerra in cui la popolazione si trovava costantemente a vivere.