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Il turismo sessuale come sessualizzazione dell’imperialismo

Considerazioni sull’industria del turismo sessuale come “occupazione”: da una ricerca condotta sulla prostituzione in Nuova Zelanda, The business of sex, della professoressa 
Jody Hanson, dell’Università di Waikato, New Zeland.

 

Cogliere le motivazioni della massiccia presenza della prostituzione nella nostra società sessualmente “emancipata” non è semplice. Solitamente, si pensa che la domanda sia creata da un’eccessiva proposta sul mercato, in altre parole dall’evidente disponibilità di giovani donne e ragazze di paesi stranieri a lavorare come prostitute. Senza dubbio le giovani espatriate, che sono per lo più giovani e belle, e principalmente si rendono disponibili a prezzi accessibili, esercitano una funzione di grande stimolo al consumo di prostituzione. Gli uomini ne sono attratti: i clienti, pronti ad afferrare nuove occasioni, accolgono con piacere la mercificazione del sesso di donne e ragazze giovanissime. Ma esporre il fenomeno esclusivamente in questa chiave implica un’interpretazione del comportamento dei clienti di tipo puramente biologico, fondata sulla supposta “irrefrenabilità” dell’impulso sessuale che l’uomo ha nei confronti della donna.

In realtà, più prosaicamente, l’acquisto di sesso commerciale in un paese straniero può permettere all’uomo di concedersi una reale vacanza di “essere re”, almeno per una settimana. In questa prospettiva, il ricorso al sesso commerciale appare una fuga da relazioni troppo complesse, una fuga da relazioni diventate o troppo cerebrali o troppo fisiche, in cui l’uomo ristabilisce il suo superato e arcaico dominio attraverso la transazione economica. Eppure, particolarmente nel caso della prostituzione più economica, si tratta di una fuga che non porta molto lontano. La sessualità che generalmente i clienti esprimono nel rapporto mercenario, principalmente nei circuiti più economici, è una sessualità possessiva, veloce, dove non esiste alcuno scambio, dove l’obiettivo è raggiungere al più presto un veloce orgasmo, cancellando completamente l’aspetto puramente erotico che richiede, spesso, calma e tempo. I clienti, spesso, ricevono nella loro automobile le ragazze e hanno a disposizione solo pochi minuti di tempo. Lo stesso accade negli alberghi a ore. Perciò il profilo che emerge, tra i clienti in parte abituali, è quello di un uomo appartenente alla classe media, con una posizione sociale stabile, e spesso si tratta di uomini che hanno il doppio dell’età delle donne che incontrano.

Il discorso sul turismo sessuale è, infatti, spesso circoscritto ai rapporti di uomini occidentali in visita a prostitute nel Terzo Mondo. Ma che cosa le prostitute della Nuova Zelanda hanno da dire sul turismo sessuale nel proprio paese? Questa ricerca, conforme a una metodologia che intreccia biografia e storia, esplora il lavoro sessuale sia con i clienti locali che con i clienti stranieri delle prostitute. Sono esaminate anche le esperienze delle prostitute neozelandesi che lavorano all'estero. L'idea che il lavoro sessuale si trovi all'interno del settore dei servizi personali è stata normalizzata.

 

Background e Metodologia

Da quando l’autrice assunse un incarico sull’educazione degli adulti presso l'Università di Waikato nel luglio del 1994, la sua attenzione si spostò sulla ricerca nell’ambito dell’industria-sessuale, in particolare sui mezzi informali e non formali, con i quali le donne imparano a lavorare in sicurezza nel commercio sessuale. Durante gli ultimi due anni l’autrice ha incontrato circa trecento sex-workers, tra prostitute, receptionist, dominatrici, sottomessi, autisti e madame (l’equivalente femminile del “pappa”). I dati raccolti variano da nove ore di conversazione registrata con una prostituta indipendente per commenti occasionali a osservazioni registrate, dopo aver visitato un bordello. Oltre a studiare l’industria sessuale in Nuova Zelanda ha anche condotto ricerche sul campo in Tanzania, Australia, Filippine, Thailandia, Vietnam, Canada, e, più recentemente, isole Fiji. E, a parte un paio di piccoli sussidi dall'università, la sua ricerca è stata autofinanziata perché l’autrice ha preferito non compromettere il suo studio aderendo a restrizioni sui finanziamenti. Come Rosa Luxemburg (1927), ha osservato il lavoro prostituente da una prospettiva internazionalista.

La ricerca ha coinvolto donne eterosessuali di età compresa tra circa il 25-45 anni che lavorano nell'industria del sesso. Non tutte lavorano sulla strada come non tutte esercitano in appartamenti di lusso. Piuttosto, generalmente si tratta di donne ordinare che lavorano in saloni o agenzie di medie dimensioni delle città della Nuova Zelanda, tra cui Hamilton, Tauranga, Palmerston North, New Plymouth e Rotorua. Quasi tutte le donne intervistate nel corso degli ultimi due anni hanno lavorato con turisti, sia nazionali o esteri, molte di loro hanno lavorato sia al Nord che al Sud delle isole della Nuova Zelanda.

Il turismo sessuale è un nuovo concetto? In realtà in Nuova Zelanda, per esempio, risulta che il turismo sessuale arrivò solo con le prime navi europee. Papakura (saggio storico ristampato nel 1986) offre un racconto, forse un po’ bucolico dell'interazione sessuale tra le donne Maori e gli uomini Pakeha.

I Maori non hanno mai conosciuto una pratica equivalente a quella che gli europei chiamano prostituzione. Una donna Maori non si sarebbe mai venduta per denaro, mai. Le donne maori si concedevano a un uomo solo se lo amavano, perché non c'era nessuna legge contro la sessualità libera e spontanea, ma assolutamente non erano previste transazioni finanziarie tra uomo e donna. Ciò non significa che poiché i Pakeha, ogni tanto, regalavano un paio di chiodi o un'ascia a una donna che la stessero comprando (P. 101). La prostituzione come servizio-sessuale tariffato a ore, a quanto pare, è arrivata solo con la colonizzazione. Secondo Stevan Grigg (1984), "è possibile che una donna su dieci, nei primi mesi coloniali in Nuova Zelanda, fosse puttana per un tempo compreso tra l'adolescenza e l'età di mezzo" (p. 39).

Questo si deve al fatto che "i primi anni coloniali in Nuova Zelanda furono caratterizzati da disordini in cui molte persone dipendevano da alcool o sostanze stupefacenti, e la vita sessuale, spesso, si caratterizzò dai frequenti stupri o dalla prostituzione" (p. 248). I mezzi di trasporto moderni, introdotti dai colonizzatori, potrebbero aver agevolato il turismo sessuale, ma di certo non sono responsabili della sua nascita che, piuttosto, si deve prettamente al fenomeno coloniale.

Il significato del turismo sessuale

Il turismo sessuale può significare molte cose diverse secondo la nostra provenienza o la classe sociale di appartenenza.

Jody Hanson, nel libro sull'industria del sesso dal titolo “The business of sex”, sostiene che nel settore del turismo sessuale la globalizzazione e il patriarcato cooperano in modo che, anche nei paesi più ricchi ed avanzati, i corpi e le vite delle donne emarginate e delle ragazze mercificate e oggettivate continuino a garantire profitto e piacere ai privilegiati. La maggior parte delle donne e delle ragazzine prostitute nei paesi più ricchi (come in Europa occidentale, per esempio) sono sempre immigrate provenienti dai paesi economicamente più poveri, come Europa orientale e Africa, Asia, America Latina e Caraibi. Gli acquirenti non hanno bisogno di viaggiare all'estero per trovare il loro menù di "donne esotiche". Le ragazze, nel commercio globale del sesso, vengono direttamente orientate nei paesi del primo mondo.

I padroni di casa, nel Primo Mondo, si concentrano su una quantità eccessiva di attenzioni che pretendono dalla “merce” esotica: il privilegio incontrollato.

Il libro di Hanson (Jody Hanson , The Business of Sex,) descrive l'industria del sesso, come se si trattasse di una organizzazione multinazionale, guidata da un lato dall'offerta (prevalentemente di sesso maschile) più che dalla domanda. "Il sesso è un business", recita il banner pubblicitario sul sito web dell’autrice. Per una sex worker, è un modo per guadagnarsi da vivere; per una “madama” (l’equivalente femminile del magnaccia), è un'impresa nel settore dei servizi; per una spogliarellista, è un modo per creare illusioni. Di fatto, pochissime donne o ragazze sarebbero costrette nel settore se non vi fosse una domanda, da parte degli uomini così intensa. Perciò l’industria-sessuale cerca di creare un’immagine mitica della prostituzione, affermando semplicemente che le donne "scelgono”. 

Alla domanda su cosa debba essere fatto per prevenire lo sfruttamento sessuale nel turismo sessuale, Hanson afferma che qualsiasi ordinamento o regolamento è limitante (o risolve parzialmente il problema) perché "l'industria del sesso sa come evolvere da sola, si evolve automaticamente, indipendentemente dei regolamenti statali". Quest’ aspetto, è estremamente inquietante data la crescita dell'industria del sesso nel traffico di esseri umani e nello sfruttamento dei bambini (questo dimostra come l'ideologia del libero mercato abbia fallito, creando migliaia di emarginati, in generale ...).

L’Olanda, ad esempio, è una nazione che "è stata lodata per il suo approccio “liberale” e “libertario” al turismo sessuale e la prostituzione". Questo è vero ma è un dato reale anche che circa il 60-75 per cento delle persone che lavorano nella prostituzione nei Paesi Bassi sono donne e ragazze provenienti da paesi economicamente svantaggiati, o ciò che l'industria del sesso sostiene chiamando "lavoratrici del sesso migranti" (molte delle quali sono vittime della tratta). Infatti, secondo le statistiche fornite dal governo olandese, il 71 per cento delle vittime di tratta nei Paesi Bassi finisce nell'industria del sesso. Circa l'88 per cento delle vittime di tratta sono donne e ragazze in media di 25 anni. Crimine e prostituzione legalizzata sono profondamente interconnessi ad Amsterdam e il traffico è aumentato grazie alla legalizzazione che ha fornito un involucro di rispettabilità agli “imprenditori” del sesso.

Il Fondatore del Red Light District Tour, Elard Tissot Van Patot, inquadra l’imprenditoria-sessuale in una forma di empowerment per la prostituta, nonostante la continua vigilanza esercitata sulla prostituta da parte dello Stato e polizia. Ma, ancora una volta, dovremmo chiederci: dov’è la domanda in questo settore? Perché le persone come Van Patot negano che effettivamente si tratta di un un'impresa così redditizia, anche a causa delle condizioni di lavoro disumane a cui sono sottoposte le lavoratrici del sesso?

Il sito web di Van Patot si riferisce alle prostitute come "puttane sotto titolo," si legge “la puttana è sempre fonte di numerose reazioni differenti. La gelosia è certamente una delle reazioni (...) La puttana ha sempre fatto buoni soldi e così li fanno anche quelli intorno a lei, come il protettore, la locanda, etc.”

Questo linguaggio fa riferimento alla rappresentazione della prostituzione “affrescata” dagli uomini che lavorano come imprenditori nell’industria del sesso.

Questo “podcast” dimostra come è rappresentato il turismo sessuale sulla base di informazioni provenienti dai “pappa”, poiché si trae molto profitto dalla narrazione del "lavoro sessuale come empowerment femminile", sfruttando anche i cittadini stranieri in un paese ricco.

Anche quando è stato ribadito che il turismo sessuale non è poi così male come si pensa, poiché anche le donne ne partecipano come acquirenti, si cerca di sostenere che l'eccezione fa la regola. Enfatizzare l’eccezione o il ruolo delle minoranze (le donne che usufruiscono di prostituzione) è una tattica comune impiegata da coloro che desiderano normalizzare i sistemi d’oppressione. In realtà, quando su google si cliccano parole come "turismo sessuale”, troverete un gran numero di articoli su turisti sessuali di genere femminile che visitano i paesi più poveri in cerca di giovani,uomini locali sexy, come se questo uniformasse i dati e le statistiche ufficiali che continuano a confermare, al contrario, uno schiacciante elemento maschile, laddove l’elemento femminile resta irrisorio o, comunque, ridicolo. Queste storie rappresentano una piccolissima minoranza che impallidisce nei confronti della domanda di sesso maschile nell'industria del sesso, ma ci lasciano con l'idea che il turismo sessuale femminile è in aumento, e che, pertanto, il turismo sessuale non sia un’impresa sessista.

Quando si dà priorità a garantire anonimato e privacy agli uomini privilegiati del Nord o dei paesi più ricchi per difendere lo sfruttamento sessuale delle donne e delle ragazze del Sud del mondo, si vede l'imperialismo al lavoro. Quando le giustificazioni dei clienti sono direttamente legate all’oggettivazione di un feticcio "Altro e esotico", ci si rende anche razzisti, classisti, e si lavora per perpetuare un sistema che presuppone che (prevalentemente donne e ragazze) siano prevalentemente corpi, delle persone emarginate nate per soddisfare i bisogni fisici "di ricchi e privilegiati”.

 

La ragazza-nave: uno stile di vita più che “prostituzione”

Un altro aspetto del turismo sessuale, spesso ignorato dall'industria del turismo, in Nuova Zelanda, è il ruolo della ragazze-nave, nota anche come hostess di costiera in alcuni ambienti. Mentre i marinai sono accreditati nell’avere una ragazza in ogni porto, la ragazze-nave ha un fidanzato su ogni barca. Fare la ragazza-nave è uno stile di vita, più che un'occupazione o un mestiere. Le ship-girls neozelandesi, per esempio, condividono molti punti in comune con le ragazze pick-up di Manila, tra cui lo scambio di sesso con stranieri che trovano attraenti o gradevoli per denaro, per i pasti o le bevande che offrono, piuttosto che una concordata “tassa di servizio” per le prestazioni-sessuali a ore. Le ship-girls spesso frequentano i bar dei marinai o vanno alle feste sulle navi per incontrare navigatori.

Se una donna decide di passare una notte con uno degli uomini, egli, per lo meno, deve offrirle il denaro sufficiente per coprire le spese di navigazione, il cibo o il servizio di babysitting (se la ragazza è madre). Lui di solito le offre dei soldi o le invia un regalo dal suo prossimo porto di chiamata, se si tratta di un fidanzato a lungo termine. Le ragazze-nave spesso incontrano i loro fidanzati duraturi o promessi-sposi nell’ambiente marinaio o tra i viaggiatori. La ship-girl, una volta “accasata”, è libera di abbandonare il precedente “stile-di-vita”. Misty, una ship-girl di Tauranga, per esempio, ha ricevuto un paio di scarpe (Hanson, fieldnotes). Gli stranieri, a volte, continuano con l'invio di doni in denaro dopo che sono tornati ai loro paesi d'origine. Vari fidanzati hanno anche inviato un bel po’ di valuta da varie parti del mondo per sostenere le loro ship-girls nel corso degli anni.

 

Prostitute neo-zelandesi come lavoratrici internazionali

Si può sostenere che le prostitute neozelandesi che lavorano all'estero è un'altra variante del turismo sessuale raramente discussa nella letteratura turistica. Le prostitute come lavoratrici off-shore operano in due modi: la prima è essere reclutate da agenzie d'oltremare e la seconda è quando possono decidere di lavorare come prostitute, sia andando all'estero che esercitare mentre sono in un altro paese. Un'agenzia dalla colonia portoghese (Macao) cercò di reclutare dalle cinque alle dieci donne neo-zelandesi, preferibilmente bionde. 

Il proprietario del salone di Macao offriva uno stipendio di diecimila dollari al mese, biglietto aereo e alloggio in cambio di un contratto di due mesi. Una delle prostitute intervistate, ad esempio, Elizabeth, ha lavorato a Kalgoorlie in Australia per guadagnare abbastanza soldi da diventare poi una sex-workers indipendente. Il suo racconto offre una panoramica della gamma di esperienze traumatiche che possono vivere all’estero le prostitute neo-zelandesi:

“gli uomini (a Kalgoorlie) erano di solito ubriachi. Sembrava che avessero i più grandi cazzi che abbia mai incontrato. Non so se per il calore, il tipo di lavoro, ma erano grandi e che impiegavano anni a venire…. Erano piuttosto sporchi, abbastanza ubriachi, e alquanto grossolani, ed è stato un inferno vivere quell’esperienza… Perché si doveva lavorare per tutta la notte, ci si aspettava di dormire durante il giorno. Ma c'era questo incredibile calore, era un posto molto caldo lassù nel deserto. Dovevamo dormire in baracche di lamiera, non isolate. La metà delle ragazze erano consumatrici abituali di droghe; c'erano siringhe e cose nascoste in tutto il luogo e la polizia avrebbe potuto fatto irruzione e ogni ora. Quando ho iniziato a lavorare da sola, tuttavia, la mia esperienza è stata molto diversa.

Ho iniziato a lavorare come prostituta indipendente a Fremantle perché nessun altro stava lavorando lì. Io non sono molto brava con la concorrenza, e ho sempre cercare di trovare una nicchia. Così che quando sono diventata indipendente ho guadagnato soldi incredibili…”.

Il turismo sessuale, come documentano le storie di vita di donne che lavorano nell’industria sessuale, è vivo e vegeto in Nuova Zelanda. Le prostitute, dopo tutto, svolgono un ruolo importante nel promuovere le relazioni tra Nuova Zelanda e alcuni turisti, sia stranieri e nazionali. I movimenti progressisti dovrebbero prendere in considerazione il sostegno della depenalizzazione della prostituzione.

E 'importante specificare che si tratta di depenalizzazione, piuttosto che di legalizzazione. Il Collettivo delle Prostitute Neo-Zelandesi afferma, infatti, espressamente "Vorremmo opporci a qualsiasi tentativo di avere una legalizzazione poiché non desideriamo un’industria del sesso controllata dallo stato" (NZPC, 1989, pag. 4), che non si dovrebbe imporre restrizioni alle sex workers, si dovrebbe offrire loro l’opportunità di effettuare un check-up per la salute, ma non un’assicurazione sanitaria (come quella imposta in Germania) che non sarebbe accettata da persone che lavorano nell'industria del sesso della Nuova Zelanda. L’attuale legge ha sostituito la precedente normativa, eliminando gran parte degli adulti volontari (età 18 anni e oltre) della prostituzione regolamentati dal diritto penale, ora invece regolamentati dal diritto civile a livello nazionale e locale. E’ stata introdotta una distinzione tra prostituzione volontaria e involontaria.

Resta comunque un crimine costringere qualcuno a fornire servizi sessuali contro la propria volontà. Il lavoro sessuale è anche vietato per chi è in visita temporanea, ed è vietata l'immigrazione e qualsiasi investimento nel lavoro sessuale. I contratti tra fornitore e cliente sono stati riconosciuti, e i fornitori hanno il diritto di rifiutare i servizi se non gradiscono i clienti. I contratti contestati possono essere indirizzati alle controversie in Tribunale. La pubblicità di servizio sessuale è vietata ad eccezione dei supporti di stampa, che sono piuttosto limitati.

Indispensabile è utilizzare un approccio intersezionale sul tema della Prostituzione, per capire i rapporti di forza coinvolti in quel che è definito il “lavoro più antico del mondo”. La prostituzione è condizionata da molteplici forme di oppressione del potere sociale, e non solo dal sessismo contro le donne. Alcuni analisti in materia di diritti umani come Sigma Huda nella sua relazione per la Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha adottato anche questo approccio (Huda, S. "Rapporto del relatore speciale sui diritti umani delle vittime della tratta di persone, in particolare donne e bambini”, per la Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani, Febbraio 2006):

"L'atto di prostituzione, per definizione, unisce due forme di potere sociale (il sesso e denaro) in un’interazione. In entrambi i settori (la sessualità e l’economia) gli uomini tengono sostanzialmente e sistematicamente potere sulle donne. Nella prostituzione, questa disparità di potere si fonde in un atto che attribuisce e ripropone lo status sociale dominante degli uomini sopra lo status sociale subordinato delle donne".

"La domanda di sesso a pagamento è spesso ulteriormente radicata nella disparità di potere sociale, razziale, nazionale, di casta e colore della pelle".

La globalizzazione e il neoliberismo hanno esacerbato le relazioni economiche già diseguali, anche tagliando la spesa sociale nel Nord e nei paesi ex socialisti, e l'aumento della domanda di manodopera a basso costo, tra cui nella prostituzione, in entrambe le aree del Sud e del Nord. Combinata alla discriminazione sessuale nei salari e sul tipo di lavoro, le molestie sessuali sul posto di lavoro, e l’onere eccessivo di cura dei bambini, gli anziani e gli ammalati, le donne sono in posizione di svantaggio economico significativo nella struttura economica attuale.

Inoltre, il razzismo modella l'ingresso delle donne nella prostituzione, giacché rende le donne più vulnerabili alla prostituzione poiché la domanda da parte dei pappa è “razzializzata”. Il razzismo in materia d’istruzione, nei sistemi economici e politici influenza le scelte delle donne di colore. Inoltre, la sessualizzazione razzista, attraverso la pornografia in particolare, di donne nere e di donne asiatiche come super-sessuate e sottomesse o comunque a disponibili per la prostituzione contribuisce alla domanda di donne specificamente razzializzate. I saloni di massaggio, gli strip club e altre attività di prostituzione sono spesso situati in quartieri periferici delle grandi città, quartieri poveri e “razzializzati”, incoraggiando i pappa a individuare donne vulnerabili a molestie e quindi disponibili ad accettare il loro impiego nella prostituzione come “normale”.

 

 

FONTI

Da una ricerca condotta sulla prostituzione in Nuova Zelanda, The business of sex, della professoressaJody Hanson, dell’ Università di Waikato, New Zeland.

1.https://books.google.it/books/about/The_Business_of_Sex.html?id=dQf0K7P_HgcC&redir_esc=y

2. http://www.lulu.com/shop/jody-hanson/the-business-of-sex/paperback/product-1067343.html

3. http://www.j-hanson.com/books/the-business-of-sex/

4. http://www.feministcurrent.com/2015/11/25/sex-tourism-sexualized-imperialism/

5. http://www.nzedge.com/news/sex-is-c...

 

Foto: J. Coccarelli/Flickr

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