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Il sottile fascino della diversità

Un enigmatico puzzle di vicende e personaggi straniati ne “Il canto dell’anatroccolo” (Corbo Editore) di Viviana Viviani.

Un romanzo polifonico articolato in ventisette brevi capitoli-quadretti. Una miriade di personaggi stralunati, quasi emarginati, ciascuno col proprio segreto nascosto, ma caratterizzati da un’irrefrenabile voglia di vivere. L’incanto e il peso del passato e della memoria. Una narrazione spesso poetica, che finisce però per tingersi di giallo. Questi alcuni leitmotiv de Il canto dell’anatroccolo. Storia di amici immaginari, amori urticanti e segreti di famiglia (Corbo Editore, pp. 208, € 10,00) di Viviana Viviani, opera prima apprezzata, tra gli altri, dallo scrittore Roberto Pazzi (vedi la nostra recensione «Fino al cuore dell’eros»). La narratrice ferrarese, peraltro, è già stata premiata in molti concorsi per alcuni suoi racconti ed è attiva in campo pubblicistico presso varie riviste, tra cui LucidaMente.

Uno stile cristallino e letterario
La scrittura della Viviani è sapiente, coinvolgente e tutt’altro che banale e scontata, in grado di emozionare il lettore, soprattutto grazie alla delicatezza nel descrivere la psicologia, la purezza e i turbamenti infantili. Un’attenzione verso infanzia e “diversi” fuori dagli schemi, il gusto per il grottesco, uno stile pulito e limpido ma non realistico, che ci hanno un po’ ricordato il grande scrittore cattolico milanese Luigi Santucci (1918-1999) e, in particolare, Il mandragolo del 1979, anche per qualche calco del parlato e del dialetto: «Tutti parlano di te e di quel garzone che fate le porcherie nel negozio».
In tale contesto la realtà si mescola all’immaginazione, come nella seguente esplosione di colori:

«La commessa, con le sue lunghissime unghie fucsia, prese dal ripiano una maglietta dello stesso colore. Chissà perché sua madre voleva a tutti i costi vestirla di rosso, rosa e fucsia, quando lei aveva l’animo color grigio perla, marrone bruciato e azzurro cielo».

Lo scontro libertà-eros/regole-famiglia
La voglia di felicità si accoppia – quando non vi si identifica del tutto – con l’eros, sentito e delineato con purezza e spontaneità (e complessivamente con ironia):
«A volte capitava che un fagiolo sgusciasse fuori dal piatto e finisse a terra, così Andrea si chinava a raccoglierlo e incontrava le caviglie di Rosa, seduta accanto a lui. Saliva con lo sguardo fino al polpaccio e al ginocchio, finché le cosce sottili sfumavano nel buio della gonna. […] Un giorno si accorse che se poneva lo specchio di sua madre sulla seconda mensola a sinistra, inclinato di quarantacinque gradi, allora riusciva a vedervi le ginocchia di Rosa e la parte più interna e morbida delle cosce, quando lei accavallava le gambe».
Però l’innocenza e il desiderio di libertà e di gioia dei personaggi del libro si scontrano con famiglie soffocanti caratterizzate da rapporti conflittuali e ansiose paure di tare genetiche. E l’occhio attento di un bambino coglie particolari che potrebbero apparire deformanti ed espressionistici:

«Quella mattina, guardandolo mangiare, con le briciole che si spargevano a terra e un rivolo di caffè che gli scendeva dal mento, Rosa aveva provato un particolare disgusto, misto al desiderio feroce che quell’uomo non esistesse affatto, non fosse mai esistito».

viviani (2)
La costellazione di personaggi e storie
Nel romanzo si muovono una miriade di personaggi, spesso caratterizzati da parallelismi e opposizioni: Arianna e Rosa compiono un analogo itinerario di liberazione dai sensi di colpa, dal non essere ciò che gli altri vogliono, che nel secondo caso è un inconsapevole percorso di espiazione; Andrea e Alvise si contrappongono, col desiderio di invisibilità del primo e lo smodato desiderio di gloria del secondo. Oltre ai quattro personaggi “principali” appena nominati, ve ne sono molti altri, come Alessandro, nonna Angela, Caterina, Dacia, Giuseppe, Marcella, Matteo, ciascuno spesso delineato “un pezzetto” per capitolo, come un puzzle del quale si scopriranno solo alla fine relazioni, incastri, dimensioni e disegno complessivo. La scrittrice fornisce all’interno de Il canto dell’anatroccolo alcuni indizi, alcune chiavi: ad esempio, alcuni nomi sono anagrammi e vi sono riferimenti fiabeschi e letterari. Sta al lettore scoprirli.

Un’opera che, in buona parte, ci fa riscoprire il piacere della letteratura “pura”, della gioia della narrazione per il gusto di raccontare con sensibilità vicende e persone. L’elemento giallo, gli enigmi e la complicata ricomposizione finale dei fili narrativi e delle relazioni tra i personaggi forse tolgono più che fornire ulteriore valore alla bravura della scrittrice e appaiono come una sorta di tributo alle mode paraletterarie dei nostri tempi.

Rino Tripodi

(Lucidamente, anno VIII, n. 86, febbraio 2013)

Questo articolo è stato pubblicato qui

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