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Il segreto sulle stragi

Renzi con un moto apparente di magnanimità e trasparenza ha comunicato al popolo italiano – quello che dovrebbe essere, ma non è mai stato, sovrano – che a breve consegnerà all’Archivio centrale dello Stato di Roma, tutti gli atti concernenti le stragi avvenute nel nostro Paese. Sembra una scelta amministrativa facile, ma è, invece, più complicata di quanto si pensi. Non per il fatto in sè, ma per la sua vera natura.

Non si sa per quale motivo queste stragi vengono fatte iniziare da quella compiuta alla Banca dell’Agricoltura il 12 dicembre 1969, quando gli italiani avrebbero perduto per sempre la loro innocenza e si sarebbe dato avvio alla storia più oscura della nostra Repubblica.

Faccio difficoltà, anzi non capisco per niente, le ragioni per cui tale perdita sia avvenuta proprio nel pomeriggio di quel giorno, quando una lunga storia di altre stragi avevano segnato una democrazia assai claudicante. Dalla strage di Alia (Palermo, settembre 1946) durante la quale furono fatti saltare in aria i locali della Federterra, alla decapitazione completa del movimento contadino. Ivi comprese le stragi di Portella della Ginestra e del 22 giugno 1947 quando furono colpite con mitra e bombe a mano, con piena tecnica terroristica, le sedi sindacali. Risultato altri morti e feriti. Dopo settant’anni i familiari delle vittime aspettano ancora la desecretazione degli atti “non ostensibili” giacenti al Ministero dell’Interno, o presso qualche segreto ufficio delle Forze dell’Ordine.

In Gran Bretagna e negli Usa, non è mai esistita, nella stessa materia che dice di affrontare oggi Renzi, la confusione che da sempre si è ingenerata in Italia, dove il segreto è sempre stato sulle bocche di tutti e la cronaca si è invece trasformata in mistero. Il perché lo rivelò Sciascia: lo Stato non può processare se stesso e non può alzare il velo sui misteri essendo andato a braccetto con i criminali, come un damerino alle prese con la sua dama di corte. E continua a farlo visto che i lati oscuri delle stragi sono ancora fitti e che alcuni sono stati archiviati, senza pensarci due volte, come guerre intestine alla mafia o semplici incidenti. Si prenda il caso della strage di Ciaculli che tenne a battesimo la nascita del centrosinistra o il cosiddetto incidente aereo di Montagnalonga che nel 1972 provocò oltre 115 morti, tra passeggeri ed equipaggio.

Supponiamo pertanto che la casistica alla quale si riferisce il nostro premier sia quella classica dei casi noti e su cui si possono leggere migliaia di incartamenti processuali che spesso non hanno portato a nulla, se non un ulteriore danno alle vittime. Vittime sempre due volte: quando sono state sacrificate, e quando i loro familiari hanno dovuto continuare il calvario di una difficile ricerca della verità. Non voglio perciò ripetere ora il piagnisteo di Beppe Grillo o di quelli della Lega che per finalità strumentali poco nobili, liquidano il problema della declassificazione delle carte finora segrete con il termine "balle". Il problema è infatti molto grave. Più di quanto si possa pensare. Nel senso che mi sforzerò di spiegare. Sono naturalmente favorevole ad abolire ogni segreto sulle stragi. Ci si è perso tempo, troppo tempo. Ma dubito che si toglierà un giorno il segreto di Stato alle stragi, e sono sicuro che si farà passare la semplice declassificazione tecnica degli atti in abolizione del segreto imposto dallo Stato a sua tutela.

Molte carte dei National Archives and Records Administration (Nara) di College Park nel Maryland, o degli Archivi londinesi di Kew Gardens, riguardano la storia su scala planetaria di ciò che è accaduto, soprattutto nel Novecento, nel mondo. Una storia vista anche dai livelli ipogei di vari uffici soprattutto di Intelligence, che fino a qualche anno fa i nostri accademici definivano come carte inutili o anonime. A un loro primo esame esse appaiono divise in personal, confidential, personal-confidential, secret, top secret. Le ultime due categorie, riguardanti anche fatti commessi dagli angloamericani in anni cruciali della storia mondiale (il nazifascismo, la guerra di Corea, le situazioni in Argentina e in Brasile, e via di seguito) sono state declassificate da almeno vent’anni e quando quei santuari si sono aperti, grazie alla volontà di Bill Clinton o di Tony Blair, sono serviti a mettere a disposizione degli studiosi una massa enorme di documenti utili ad approfondire, e spesso, a rifondare, la storia fino ad allora conosciuta. Cosa che, nell’assoluta inerzia del nostro mondo politico o accademico, non è successo da noi. Basti pensare che l’ottica con cui il mondo accademico nostrano guarda a queste nuove fonti è snobistica, di immediata repellenza. Cosa che ha fatto rimuovere dalla coscienza collettiva anche le stragi più lontane nel tempo, con gli effetti di degrado culturale e civile che tutti possiamo constatare. Via via, lo stesso è accaduto per le stragi successive, anche se quello che ci raccontano le carte è una storia di collusioni tra gruppi criminali, scelte politiche, e nuove formazioni neofasciste.

Non so quanto arriverà all’Archivio centrale dello Stato di Roma, delle varie carte segrete e segretissime presenti in molti uffici della nostra Repubblica. Certamente poco o nulla. Tuttavia, siccome sono convinto che chi mangia fa molliche, il compito di un bravo ricercatore è quello di trovare non tutto quello che egli cerca già pronto e ‘impiattato’, ma al contrario un numero sufficiente di frammenti di verità che possano servire al suo scopo. Per questo mi auguro che giungano alla loro sede naturale tutte le carte che trattano a vario titolo (comprese le cancellerie dei tribunali) delle stragi e che sia divulgato al più presto l’elenco degli atti a vario titolo inoltrati.

La periodizzazione è fondamentale. Se si parte dall’analisi di una data sbagliata sarà difficile tentare di trovare il ‘contesto’, il bandolo della matassa, anche se ci si può imbattere in diversi elementi di riscontro indiziario o di vere e proprie prove. In sostanza, qual è la finalità di togliere il segreto sulle stragi? Non quello di sostituire i cittadini ai magistrati, ma di fornire ai primi opportunità di ricerca, analisi e confronto. Per arrivare non a una sentenza, ma a una verità che possa anche essere diversa da quella giudiziaria, e che noi vorremmo chiamare ad un certo punto storica. Questo non sarebbe affatto un lavoro inutile e la scelta di Renzi, come quella compiuta da Prodi quando furono pubblicati dal Senato della Repubblica gli atti sulla strage di Portella della Ginestra (1998), avrebbe una sua validità come scelta politica e civile, per la costruzione di una consapevolezza che, dati i tempi, ci viene sempre di più a mancare. Altrimenti corriamo il rischio che nelle aule dei tribunali italiani, quanto prima, sentiremo passare solo ciò che non è stata la verità dei fatti, ma un semplice barlume lontano di questa. O, peggio, una verità capovolta e vilipesa. I carnefici che diventano vittime e queste ridotte a tacere e trasformate in carnefici.

C’è anche una questione di economia di tempo e di fatica. Più il tempo passa, più la memoria degli italiani si deforma e viene cancellata. Ed è proprio su questo che mi permetto di dissentire da quanto scrive Aldo Giannuli, del quale per altro apprezzo la serietà negli studi e nelle consulenze fornite ai magistrati su molti misteri italiani. Dissento perchè il suo ragionamento è questo: buona parte della documentazione acquisita dai tribunali, è già conosciuta; è inutile che altri debbano rimestarci sopra. Giannuli non può dire che siccome le carte sono state già setacciate da lui, saremmo alla “quinta spremitura” delle stesse “olive”, e che da un ulteriore studio ne uscirebbe solo “robaccia”. Il problema è di allargare la responsabilità collettiva e di permettere a tutti non solo e non tanto di percorrere le solite vie giudiziarie, ma di imboccare altre strade. A partire da quelle ancora inesplorate: gli archivi del Quirinale, inaccessibili per l’immunità del Presidente della Repubblica; quelli dei Servizi dell’Arma dei Carabinieri; quelli della Nato. Da questo punto di vista siamo veramente indietro. Basti pensare che, tanto per dirne una, gli Archivi per la Sicurezza dello Stato ungheresi, conservano e mettono a disposizione degli studiosi le carte Nato secret e top secret in loro possesso, a partire dalla caduta del muro di Berlino e fino a tempi a noi molto vicini.

In Italia se continuiamo con il dire: – siccome io so come sono andati i fatti è inutile rivangare ciò che io conosco – non sapremo forse mai cosa ci sia dentro gli armadi dei vari uffici di sicurezza che la Nato e i Servizi che ne sono derivati hanno dislocato in tutti i Paesi dell’Europa. Alla faccia della trasparenza e della sovranità popolare. Al contrario dovremmo fare in modo che la democrazia sia tale, rendendola veramente un fatto di partecipazione.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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