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Il sacrificio di Cesare Damiano per Nicola Zingaretti

Se lo slogan elettorale di Nicola Zingaretti è “prima le persone”, Cesare Damiano l’ha fatto proprio in pieno nei confronti del candidato più quotato alla segreteria del PD: si è ritirato dalla competizione proprio per favorire la persona di Nicola.

Il 25 gennaio scorso ho seguito nei locali della V circoscrizione di Torino in Via Stradella uno dei dibattiti di “Piazza Grande” il network messo insieme per propagandare la candidatura di Nicola Zingaretti alla segreteria del PD.

Il tema della serata: “Sviluppo, lavoro e pensioni – Un’Italia del futuro” ha visto protagonisti: Mary Gagliardi segretaria del Circolo ospite, Romano Gilardi, Andrea Giorgis, Anna Rossomando, Gianna Pentenero e Cesare Damiano, moderati da Umberto D’Ottavio navigatissimo politico locale, ex Sindaco di Collegno per due legislature consecutive e Deputato uscente del Parlamento.

Su tutti sono stati significativi gli interventi di Gianna Pentenero consigliere della Regione Piemonte e Cesare Damiano ex sindacalista della CGIL nonché navigatissimo dirigente politico del Partito Democratico ed ex Ministro del Lavoro.

Gianna Pentenero ha evidenziato tutte le criticità del provvedimento governativo che istituirà il “reddito di cittadinanza”, cavallo di battaglia del M5s di Luigi Di Maio. I Centri per l’Impiego (collocamento pubblico al lavoro) che dovrebbero essere protagonisti di questa riforma, atta alla redistribuzione della ricchezza nazionale, non sono più in grado di funzionare in quanto, da tempo, sotto organico e con mezzi informatici obsoleti e non comunicanti: addirittura sono difficili gli scambi comunicativi all’interno di una singola unità operativa.

In Piemonte gli addetti ai Centri sono 420, nell’intera Italia sono 8.000. Occorre quindi correre ai ripari e il Governo gialloverde prevede di affiancare questa struttura pubblica con l’assunzione di circa 10.000 addetti da assegnare a Enfap Servizi una entità privata che gestirà attraverso le controverse figure dei Navigator un delicato servizio pubblico. Appaiono evidenti le storture organizzative al limite della costituzionalità.

Dubbi e perplessità vengono espressi in merito alla effettiva sostenibilità delle principali misure della legge di Bilancio approvata dal Parlamento a fine anno a colpi di voti di fiducia: Reddito di Cittadinanza e Quota Cento per le Pensioni.

Due misure che Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro che, durante l’esecutivo di Romano Prodi, progetto per primo il sistema delle “quote” al riguardo delle pensioni critica con veemenza. Damiano afferma: “le quote le ho inventate insieme a Romano Prodi nell’ormai lontano 2007. Il concetto di “quota”, all’origine, aveva una caratteristica, e cioè la flessibilità. Nel senso che, ad esempio, quota 95 poteva essere la somma di 60 anni di età e 35 di contributi, oppure di 58 anni di età e 37 di contributi versati.

I due addendi, quindi, composti da età anagrafica e anzianità contributiva, potevano alzarsi e scendere. La cosiddetta “quota” di Salvini ha invece un numero fisso: 38 anni di contributi e 62 anni di età. In quel caso la somma fa 100, ma se un lavoratore consegue il traguardo dei 38 anni di contributi a 63 anni di età la quota diventa 101, se l’obiettivo lo raggiunge a 64 anni la quota diventa 102 e così via. È evidente che non si tratta della formula originale. In ogni caso io non penso che possiamo opporci ideologicamente a questa misura, perché è una nostra invenzione, una bandiera del Pd che abbiamo lasciato nelle mani della Lega.

La nostra opposizione si deve quindi esercitare sul funzionamento di questi strumenti, e la critica va avanzata su un punto: la quota di Salvini aiuta ad andare in pensione una certa categoria di lavoratori, cioè i lavoratori maschi delle grandi imprese del nord che hanno il vantaggio di avere una lunga carriera contributiva. 38 anni di contributi versati senza nessun vuoto oggi non sono più alla portata di tutti.

Quota 100 quindi, da sola, non basta per l’obiettivo della flessibilità del sistema previdenziale. Non a caso noi abbiamo chiesto di rendere strutturale l’Ape Sociale e il governo ha risposto parzialmente alla nostra domanda prolungando di un solo anno questo strumento.

A differenza di altri esponenti del mio partito – come Renzi, che non ho apprezzato quando si è pronunciato contro questi strumenti, Ape, Quote e reddito di cittadinanza – non penso che le due misure si contrappongano, ma che siano complementari. Una aiuta l’altra, ma una da sola non basta. Il suggerimento è di procedere con emendamenti che migliorino l’Ape Sociale, nel senso che è necessario includere nei lavori gravosi l’edilizia, i lavori stagionali e poi cancellare il vincolo che consente ai disoccupati di andare in pensione con 30 anni di contributi ma a patto che abbiano utilizzato gli ammortizzatori sociali come la Naspi. Anche se non li hanno utilizzati, bisogna far in modo che i disoccupati di lungo periodo possano andare in pensione.

In più io dico che il governo si è dimenticato della nota salvaguardia degli esodati e questo è molto grave. Noi dobbiamo chiedere che il problema venga risolto, perché ci sono 6 mila lavoratori che, a causa della riforma Fornero, non hanno più il lavoro dal 2012 e non hanno ancora la pensione. Questa era una promessa di Di Maio non mantenuta.”

Per quanto riguarda il Congresso del Partito Democratico Cesare Damiano ritiene che occorra essere inclusivi, infatti il regolamento del Partito prevede che al voto espresso dagli iscritti ai Circoli vada affiancato il voto dei partecipanti alle Primarie non iscritti. Per poter avere vita facile al Congresso occorre che Nicola Zingaretti ci si presenti con oltre il 50% dei suffragi. Ecco il motivo principale che lo ha spinto a rinunciare a presentarsi alla competizione per la segreteria.

Infine, secondo Damiano, appare evidente che il governo non riuscirà a reperire i 45 milioni di Euro occorrenti sui tre anni di durata previsti per i due provvedimenti economici bandiera del contratto di governo gialloverde. Questo determinerà probabilmente la caduta del governo.

Come opposizione il Partito Democratico deve tendere alla ricostruzione di un pavimento di diritti che il partito stesso ha largamente contribuito a distruggere, insieme ad altri e sotto varie denominazioni, negli ultimi 40 anni di vita politica italiana.

La distribuzione del lavoro e del reddito, temi tipicamente di sinistra, non possono essere lasciati in mano alla destra al governo che appare incapace di gestire una situazione complicatissima anche e soprattutto in relazione ai rapporti internazionali ed in particolare europei.

 

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