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Il presente di Grillo e il futuro di Crocetta

Primo novembre 2012, trasmissione di Santoro su La7 dedicata in gran parte a Beppe Grillo e a Rosario Crocetta. Personalmente non ne ho tratto un grande beneficio. Alla fine ne sapevo quanto prima e le mie idee sul futuro dell’isola e dell’Italia sono rimaste tali e quali erano prima. Grillo è un istrione, un giocoliere di piazza, uno che sa bene le tecniche della comunicazione mediatica, simile al comizio emotivo in cui il pubblico, come nelle prediche evangeliche, o di non so quali altre religioni, rappresenta il popolo dei fedeli, mentre lui, il vate è il sacerdote che utilizza la predica come elemento centrale della persuasione.

Lui parla dal pulpito e tutti gli altri da terra, lo ascoltano, commossi, sorridenti, compiaciuti mentre annuiscono, hanno gli occhi lucidi, condividono, applaudono. Con lui sul pulpito gli uditori sanno quello che sapevano prima. Perciò il grillismo è l’interpretazione istintiva dell’animo collettivo, del modo tumultuoso di dissentire dalle azioni del potere, a prescindere da quello che fa il potere. Anatema contro la ricchezza, elogio della discrezione e della povertà. Solo che il predicatore annuncia il nuovo evangelo da un pulpito in cui a parlare è un tizio che non passerebbe mai per la cruna di un ago e si aggira per i salotti della Milano bene, del nuovo potere informatico. Controllo dei social network da un lato e masse che vi incappano dall’altro. Gli italiani lo perdonano perché a fronte di quanti, negli ultimi vent’anni, hanno fatto cose atroci e si sono mangiata l’Italia con tutti gli italiani dentro, lui fa solo peccati veniali.

Lo sfondo generale in cui si muove è perciò il peccato, la sua prospettiva la grazia. La via da percorrere è rompere con gli errori del passato, fare piazza pulita delle colpe, buttare tutto a mare. E’ l’acqua purificatrice e il fuoco che distrugge anche i residui del passato e dei mali dell’uomo. Qualcosa di analogo troviamo in Celentano al quale Grillo è accomunato dal potere personale che ha raggiunto in decenni di fatica e di lavoro istrionico, sugli italiani. Sempre pronti ad avere un capo che metta fine alle incertezze dell’oggi, agli orrori del passato, alle distruzioni del mondo di cui solo gli istrioni di corte pensano di essere consapevoli.

Nel caso di Grillo la comunicazione è più strutturata, socialmente organizzata. Non è un caso che gli elementi di questa comunicazione subliminale siano l’attraversamento dello Stretto di Messina e l’ascesa al vulcano. Un passaggio, dall’acqua al fuoco, evocativo, simbolico. Dentro ci sono i peccati dell’uomo. Anche la mafia, di cui Grillo, nei suoi comizi/prediche, ha capito poco o nulla quando ha dimostrato di sottovalutarla, ridurla a dato marginale.

Per questo motivo la visione che ha dimostrato di possedere della Sicilia è solo un immaginario delirante e infuocato, mondo simbolico dai contrasti violenti. Una preda facile da catturare come in oltre duemila e cinquecento anni seppero fare decine e decine di conquistatori. Fino ai Savoia, a De Gasperi, a Berlusconi.

Al suo confronto Crocetta è il galantuomo debole in balia di forze più grandi di lui. Crocetta non grida, non comunica come Grillo, è pacato fino a quando qualcuno non lo stuzzica. Allora è capace di saltare dalla sedia, di scagliarsi contro l’avversario. Non accetta provocazioni. Minaccia, fa proclami, declama la sua onnipotenza. E se non può, dichiara di ritirarsi, come un soldato messo nella mischia di una guerra impossibile. Mi fa simpatia l’ex sindaco di Gela. E’ generoso, onesto, genuino. Non mistifica, dichiara la sua identità, la sua forza e le sue debolezze.

E’ un combattente che non si nasconde dietro un dito. Va allo scoperto, accetta la sfida a viso aperto, sa combattere anche senza armi. Potrebbe fare il sindaco di qualsiasi comune. Saprebbe stabilire rapporti con tutti, cercherebbe di risolvere i problemi di quartieri e città. Ma oltre i confini di un campanile, di una parrocchia, grande o piccola che sia, si trova in un mare agitato che non riesce a controllare, a navigare con la sua barca solitaria, le sue vele dispiegate.

La Regione siciliana non è Gela o Palermo, già difficili da amministrare. E’ un mostro elefantiaco. Il suo governo conta più dipendenti di Downing Street e oltre 28.000 assunti, se si comprendono anche i comandati, i distaccati e gli organici delle società controllate o collegate. Uno stipendificio abnorme dove si è consolidata nel tempo una struttura di comando e di controllo, infiltrata dalle logiche clientelari-mafiose e dal sistema delle spartizioni politiche.

Con chiunque potrà allearsi Crocetta il suo problema non sarà mai e solo avere una maggioranza, ma avere la libertà di decidere, di sapere imprimere una svolta che faccia di questa nostra Regione un organismo snello e operativo, al servizio di chi lavora. Creando sviluppo, una rivoluzione culturale che la Sicilia non ha mai avuto.

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