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Il dollaro è in crisi?

Con piacere vi presentiamo questo interessante articolo dell’analista Giacomo Gabellini su un tema molto spesso sottovalutato: la crisi del dollaro.

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In appena un anno, la Banca Centrale russa si è liberata dei circa 90 miliardi di dollari di Treasury Bond (T-Bond) statunitensi di cui era in possesso per incrementare le riserve in yuan da 0 a qualcosa come il 15% del totale. Percentuale sbalorditiva, che supera di molto la media – prossima al 5% – delle riserve in yuan di cui dispongono i 55 Paesi interessati dal mega-progetto della Belt and Road Initiative (Bri), ma che potrebbe essere eguagliata da un numero ben più consistente di Paesi in un futuro non troppo remoto. Lo suggeriscono i dati relativi alla composizione delle riserve valutarie detenute dalle Banche Centrali di tutto il mondo pubblicati dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi), da cui emerge che nel quarto trimestre del 2018 lo yuan è arrivato a rappresentare l’1,89% del totale, pari a 202,79 miliardi di dollari. Di per sé, la quota può apparire insignificante, se raffrontata a quella del dollaro (61,69%, pari a 6.617,84 miliardi di dollari), dell’euro (20,69%, pari a 2.219,34 miliardi di dollari), dello yen (5,20%, pari a 558,36 miliardi di dollari) e della sterlina (4,43%,pari a 475,45 miliardi di dollari). Il discorso cambia però radicalmente se si considera che la moneta cinese ha registrato aumenti della propria quota in cinque degli ultimi sei trimestri e che, nel quarto trimestre del 2016, le Banche Centrali di tutto il mondo detenevano yuan per appena 84,51 miliardi di dollari: un incremento di 2,5 volte nell’arco di un biennio. Il tutto a spese del dollaro, che pur mantenendo saldamente il primato, nel quarto trimestre del 2018 ha conosciuto un calo di ben 14,31 miliardi di dollari. E lo stesso fatto di rappresentare il 61,69% delle riserve valutarie globali assume un significato assai meno rassicurante se raffrontato alla situazione del 2000, quando qualcosa come il 72% delle scorte monetarie in possesso delle Banche Centrali era costituito da dollari.

Lo yuan è sempre più internazionale

Lo slancio della moneta cinese – incoraggiato anche dal fatto che, sotto impulso di Putin, i Brics hanno cominciato ad ampliare le riserve di valute alternative al dollaro, a partire proprio dallo yuan – è dunque notevole, e convalida il successo del piano di “internazionalizzazione dello yuan-renminbi” messo a punto negli scorsi anni dall’apparato dirigenziale di Pechino, le cui linee generali sono state tratteggiate nel 2013 dagli economisti Chen Yulu e Bo Hu:

«il grado di internazionalizzazione della moneta cinese dal 2030 al 2040 dovrebbe essere elevato al 20% dall’attuale 0,41%. Questo farebbe in modo che in due o tre decenni, il sistema monetario internazionale non sia più dominato dal dollaro, ma assuma una struttura ternaria che comprenda il dollaro, l’euro e lo yuan-renminbi. Il processo di internazionalizzazione dovrebbe essere costante e articolato in tre fasi nel corso dei prossimi trent’anni. Nel primo decennio la Cina dovrebbe concentrarsi soprattutto sulla funzione del renminbi di regolamento internazionale dei saldi e, nel decennio successivo, accrescere la funzione del renminbi in quanto valuta di fatturazione per le transazioni finanziarie, seguita dalla realizzazione di riserve in renminbi il decennio seguente. Durante lo scorso anno, il regolamento in renminbi del commercio transfrontaliero si è espanso a tutta la nazione e ha raggiunto un volume totale di 209 milioni di renminbi (33,2 milioni di dollari) nel 2011, poco più di tre volte il volume del 2010 […]. Anche se la velocità di internazionalizzazione dello yuan-renminbi è apparentemente aumentata di 20 volte da 0,02% nel 2010 allo 0,41% del 2011, c’è ancora una lunga strada da percorrere per arrivare al grado di internazionalizzazione raggiunto dell’euro e del dollaro. Il primo problema che deve essere risolto per l’ulteriore internazionalizzazione dello yuan-renminbi è la sua libera convertibilità. Al Giappone sono stati necessari 16 anni per raggiungere questo obiettivo per la sua valuta, 18 anni al Regno Unito e 20 anni alla Russia. Tuttavia, per la Cina dovrebbe essere possibile realizzare l’obiettivo entro il 2020 […]. Se la crescita economica della Cina supera quella degli Stati Uniti di un tasso medio annuo del 5% e la rivalutazione del renminbi prosegue a un ritmo annuo del 2-3%, si stima che la Cina avrà il Pil più grande del mondo entro il 2025. In tal caso il renminbi potrebbe raggiungere la quasi parità con il dollaro come valuta principale dopo il 2030».

Alle parole sono seguiti i fatti; di recente, Pechino ha decretato l’inclusione delle azioni del mercato azionario cinese nell’indice dei mercati emergenti (Emerging Market Index) e ottenuto dal Fondo Monetario Internazionale l’inserimento dello yuan-renminbi nel sistema dei Diritti Speciali di Prelievo (Dsp).

Fin dal 1969, i Dsp rappresentano l’unità di conto del Fmi, formata da un paniere che comprende dollaro, euro, sterlina e yen. Il paniere, aggiornato ogni cinque anni, riflette il peso relativo di queste valute nel sistema monetario internazionale. Vengono definiti “diritti” perché ogni partecipante può utilizzare, in proporzione alla quota versata, le altre valute del paniere per rifornirsi di liquidità pagando un interesse a chi le cede. L’ingresso dello yuan-renminbi nel sistema dei Dsp pone la Cina nelle condizioni sia di richiedere con maggiore forza una revisione dei diritti di voto all’interno del Fmi, sia di promuovere l’utilizzo dei Dsp come strumento per assicurare la piena convertibilità allo yuan-renminbi e quindi la sua massima circolazione. L’integrazione della moneta cinese, ufficializzata dal Fmi verso la fine del 2015, rappresenta del resto una conseguenza diretta del fatto che, tra il 2012 e il 2014, l’utilizzo dello yuan-renminbi nei pagamenti internazionali era aumentato di ben tre volte a causa della decisione di un numero crescente di Paesi (tra cui la Russia, il Venezuela, il Brasile, l’India, l’Iran, ecc.) di indicizzare il proprio commercio con la Cina direttamente nella moneta cinese. Nel 2017, Gazprom, già impegnata a trasportare il petrolio dell’Artico ai porti europei in cambio di rubli, iniziava a vendere greggio siberiano alla Cina accettando yuan come mezzo di pagamento.

L’asse anti-dollaro tra Cina e Russia

Nel marzo 2018, la Cina ha inoltre aperto a Shangai il primo mercato dei future sul petrolio denominati in yuan e convertibili in oro e inaugurato un parametro di riferimento del mercato petrolifero alternativo al Brent e al West Texas Intermediate (stessa cosa aveva fatto la Russia nel 2015), quotati rispettivamente a Londra e New York ed egemonizzati dal dollaro. La mossa non si limita a offrire una via di fuga ai Paesi sottoposti a sanzioni Usa (a partire da Russia, Iran e Venezuela), ma punta a sottrarre terreno alla valuta statunitense a beneficio dello yuan e a rinforzare la capacità cinese di determinare il prezzo del petrolio in un’ottica di riduzione della volatilità sul mercato delle materie prime che, per un grande importatore come l’ex Celeste Impero, rappresenta una minaccia di notevole rilevanza.

Simultaneamente, Pechino ha consolidato l’alleanza con Mosca collegando gli istituti di credito russi, per tramite della Bank of Russia e della People’s Bank of China, alla propria camera di compensazione Clearing House International Payment System (Chips). La misura fa seguito alle minacce britanniche e statunitensi di estromettere Russia e Cina dalla Society for Worldwide Financial Telecommunications (Swift), la principale camera di compensazione al mondo sorvegliata dalla Federal Reserve ed egemonizzata dal dollaro. Per ora, almeno, dal momento che, stando ai dati relativi ai pagamenti effettuati proprio nell’ambito dello Swift, emerge che tra il 2015 e il 2017 il dollaro è passato dal 43,9 al 39,8%, a fronte di un aumento dal 29,4 al 35,7% conosciuto dall’euro. L’apertura dei rubinetti monetari da parte della Banca Centrale Europea (Bce) attraverso i programmi di Quantitative Easing (Qe) ha indubbiamente dato un forte impulso al processo di recupero della moneta unica rispetto al dollaro, assicurando all’euro una ritrovata centralità nel commercio internazionale.

Le incertezze degli States sul dollaro

Dinnanzi al “biglietto verde” si stagliano quindi prospettive non esattamente esaltanti. Ed è indubbiamente una terribile notizia per gli Stati Uniti, che in assenza dei privilegi derivanti dal controllo di quella che si configura come la principale moneta di riserva, impiegata per la stragrande maggioranza delle transazioni, sarebbero condannati alla bancarotta. Il debito federale è letteralmente fuori controllo, così come il deficit di bilancio e il disavanzo commerciale. I dati parlano chiaro: tra il 2017 e il 2018, il rapporto debito/Pil è passato dal 106,1 al 107,8%, il deficit di bilancio dal 3,8 al 4,7% del Pil (il saldo primario è passato dal 2,2 al 2,9% del Pil) e il disavanzo commerciale da 552 a 621 miliardi di dollari.

Con i conti in rosso e una posizione finanziaria netta con l’estero in continuo peggioramento (9.627 miliardi di dollari di passivo registrati nel 2018, a fronte dei 7.625 del 2017), il Paese ha un disperato bisogno di attrarre capitali esteri e di riequilibrare la bilancia commerciale. Obiettivi alquanto difficili da centrare simultaneamente, visto che per richiamare capitali non è sufficiente varare una riforma fiscale estrema come quella escogitata dall’amministrazione Trump, ma occorre anche rivalutare la moneta e quindi innalzare i tassi di interesse, ma ciò implica oneri finanziari aggiuntivi per le casse pubbliche oltre che un forte incoraggiamento alle importazioni.

Negli anni ’80, con Ronald Reagan alla Casa Bianca Paul Volcker alla Federal Reserve, l’innalzamento dei tassi al 20% attuato per contrastare la stagflazione, finanziare i piani di riarmo e ovviare alla voragine apertasi nei conti pubblici per effetto del radicale taglio delle tasse generò un colossale deflusso di capitali dai Paesi emergenti – ancora alle prese con gli strascichi di quella catastrofe – verso i mercati azionario e obbligazionario statunitensi. Il dollaro forte che ne scaturì penalizzò pesantemente le capacita di export e favorì le importazioni, mentre la stretta creditizia della Fed strangolava l’economia reale. L’effetto fu quello di incentivare le imprese a varare un processo di minimizzazione dei costi produttivi rapidamente dispiegatosi sotto forma di delocalizzazione degli impianti produttivi presso i Paesi in grado di garantire ampi serbatoi di manodopera a basso costo. Il prezzo fu la deindustrializzazione degli Stati Uniti, mentre sul brevissimo periodo il deterioramento della bilancia commerciale fu attutito dapprima con l’accordo – o meglio diktat – del Plaza, attraverso il quale gli Usa imposero alle controparti europee e giapponese la svalutazione del dollaro, e successivamente con dazi pesantissimi su una vasta gamma di prodotti d’importazione (moto, semiconduttori, ecc.).

Oggi, il ventaglio delle opzioni a disposizione degli Stati Uniti è di gran lunga più ridotto. Con i tassi a zero e i programmi di Quantitative Easing introdotti per arginare gli effetti della crisi del 2007-2008, la Fed ha inondato i mercati azionari di liquidità a basso costo, consentendo ai tre principali indici di Wall Street – Dow Jones, Nasdaq e Standard & Poor’s 500 – di bruciare un record dopo l’altro; inflazione allo stato puro. D’altro canto, l’apertura dei rubinetti monetari è stata associata a forti incentivi all’agevolazione del credito che hanno provocato una colossale distorsione del mercato dei prestiti in tutti i settori dell’economia nazionale. Attualmente,il debito societario ammonta a 9,1 trilioni (rispetto ai 4,9 di appena dieci anni fa: un aumento dell’86%) e quello delle famiglie a 13,5 trilioni. I debiti scolastici, quelli per l’acquisto di automobilie quelli legati alle carte di credito sono anch’essi in continuo aumento. La crescita del Pil realizzata nel corso degli ultimi anni dagli Usa è realizzata esclusivamente a debito.

Le strettoie della Fed

Come se non bastasse, la politica espansiva portata avanti dalla Fed ha considerevolmente ridotto livello di remunerazione dei T-Bond, i cui acquisti da parte di investitori stranieri si sono dimostrati al di sotto delle attese e comunque insufficienti. Per restituire loro appetitibilità, la Fed ha optato per un graduale aumento dei tassi – innescando un terremoto finanziario, sotto forma di deflusso di capitali dai Paesi emergenti, in coincidenza di ogni singolo rialzo – associato alla liquidazione di parte degli asset di cui era entrata in possesso nell’ambito dei programmi di Quantitative Easing. La stretta creditizia, varata attraverso l’inversione del Qe – il cosiddetto Quantitative Tightening (Qt) – ha tuttavia ridottoil credito bancario disponibile mettendo sotto stress l’economia reale, mentre il livello di remunerazione garantito dai titoli obbligazionari saliva in parallelo alla riduzione del loro prezzo di vendita e la ritrovata appetibilità dei T-Bond, dovuta al rialzo dei tassi,provocava un sostanzioso trasferimento di capitali dai mercati azionari a quelli obbligazionari. Tutto ciò ha non solo postole basi per una colossale crisi borsistica (i primi scossoni si sono già avvertiti), ma anche caricato il Tesoro di oneri finanziari aggiuntivi e impresso forti spinte rivalutative al dollaro.

Cosa che rischia seriamente di far sì che le disponibilità finanziarie liberate dalla riforma fiscale entrata recentemente in vigore si traducano in un aumento delle importazioni, con conseguente compromissione del progetto politico di Trump. Che non ha a caso ha ripreso a sferrare duri attacchi contro il governatore della Federal Reserve Jerome Powelldichiarando che «se la Fed avesse svolto correttamente il proprio lavoro, cosa che non ha fatto, i listini di Borsa sarebbero aumentati da 5.000 a 10.000 ì punti in più, e la crescita del Pil si sarebbe attestata ben oltre il 4% anziché il 3%, quasi senza inflazione. La stretta monetaria è stata assassina, si sarebbe dovuto fare l’esatto opposto!». L’obiettivo del tycoon newyorkese è quello di mantenere la barra sulla linea monetaria iper-espansiva portata nel corso degli anni passati per permettere a Wall Street di continuare nella sua corsa forsennata e riequilibrare allo stesso la bilancia commerciale Usa, attraverso lo smantellamento dei trattati di libero scambio elaborati dall’amministrazione Obama in funzione anti-russa e anti-cinese, la rinegoziazione del Nafta in direzione smaccatamente anti-tedesca e l’applicazione di dazi nei confronti dei principali esportatori verso gli Usa, a partire dalla Cina.

Oltretutto, l’aumento della soglia di redditività dei T-Bond non si è tradotto in incremento proporzionale degli acquisti; tra il 2015 e il 2019, la Fed ha portato i tassi da zero al 2,5%, ma il volume di titoli piazzati all’estero è cresciuto “soltanto” da 6.118 a 6.307 miliardi di dollari. Tra il gennaio 2018 e il gennaio 2019, l’esposizione in T-Bond della Cina, che avendo ormai superato la fase di “accumulazione primitiva” incentrata sull’”export selvaggio” ha sempre meno bisogno di acquistare debito Usa per tenere larga la forbice di cambio yuan-dollaro, è passata da 1.168,2 a 1126,6 miliardi; quella del Giappone da 1.066 a 1.069,8. A un Brasile (265,7 a 305,1 miliardi) e un Regno Unito (243,3 a 271,6 miliardi) in crescita corrispondono un’Irlanda (da 327,7 a 270,1) e una Svizzera (da 251,1 a 228,6) in calo.

La fine dei petrodollari?

A ciò va sommato il guanto di sfida lanciato agli Stati Uniti dall’Arabia Saudita, che di recente ha minacciato di recedere dal patto di ferro siglato nel febbraio del 1945 tra Ibn al-Saud e Franklin D. Roosevelt a bordo dell’incrociatore Quincy, in base al quale Riad avrebbe venduto greggio solo ed esclusivamente in cambio di dollari, come contropartita per la “protezione” diplomatica e militare garantita dagli Usa.

Nel 1974, in seguito alla revoca unilaterale (da parte degli Stati Uniti, si intende) degli accordi di Bretton Woods (1971), l’intesa fu non solo rinnovata – mediante il celebre accordo tra Nixon e Faisal – ma adattata al nuovo scenario; le fortissime pressioni al ribasso sul dollaro conseguenti allo sganciamento dall’oro decretato da Nixon furono compensate dalla forsennata rivalutazione del prezzo del petrolio (+400%) verificatasi in seguito all’embargo petrolifero ai Paesi alleati di Israele imposto dagli arabi durante la Guerra dello Yom Kippur. All’epoca, l’apparato dirigenziale di Washington prese atto che l’aumento del prezzo del petrolio non avrebbe soltanto compensato la progressiva svalutazione del dollaro, ma si candidava anche a spalancare allettanti prospettive di guadagno dinnanzi a Wall Street. L’enorme rivalutazione del petrolio si sarebbe infatti tradotta da un lato in peggioramento dei saldi delle bilance dei pagamenti dei Paesi industrializzati e dei Paesi in via di sviluppo sprovvisti di riserve energetiche, e dall’altro in crescenti accumuli di riserve di valuta pregiata da parte dei Paesi produttori – gran parte di essi erano riuniti nel cartello dell’Opec, controllato da nazioni mediorientali alleate di Washington. Dal punto di vista dell’oligopolio bancario Usa, per trarre il massimo beneficio da questo gigantesco squilibrio era sufficiente assicurarsi che i sempre più consistenti deficit dei Paesi importatori trovassero nei colossali surplus degli esportatori di petrolio la loro fonte di finanziamento. Il compito di canalizzare questa immane montagna di denaro dai Paesi in surplus verso quelli in disavanzo, meglio noto come “riciclaggio dei petrodollari”, sarebbe stato naturalmente svolto dalle banche di Wall Street, mentre Big Oil avrebbe incamerato i profitti necessari a sostenere la messa a punto delle moderne tecniche di perforazione e consolidare così il proprio predominio sui mercati mondiali.

L’accordo è rimasto in piedi per decenni, ma da un po’ di tempo comincia a mostrare evidenti segni di logoramento. Nel 2017, i reali sauditi minacciarono di disinvestire qualcosa come 750 miliardi di dollari negli Stati Uniti nel caso in cui il Congresso avesse revocato loro l’immunità nell’ambito delle indagini focalizzate sugli attentati dell’11 settembre 2001. Recentemente, Riad si è addirittura spinta ad alzare il tiro, dichiarando che si sarebbe ritirata unilateralmente dall’accordo del 1945 – e avrebbe quindi cessato di vendere petrolio in cambio di dollari – qualora il Congresso avesse approvato il No Oil Producing and Exporting Cartels Act, una misura che porrebbe gli Usa nelle condizioni di imporre sanzioni contro i Paesi dell’Opec a causa della loro politica oligopolistica. Un provvedimento anti-cartellistico orientato a obbligare i Paesi produttori a ingaggiare una competizione esasperata destinata ad abbattere il prezzo del petrolio, di cui beneficerebbero in primo luogo gli automobilisti statunitensi, ma che andrebbe giocoforza a ledere sia gli interessi degli estrattori di idrocarburi non convenzionali (che Trump ha appoggiato senza remore fin dal suo esordio in politica), tuttora bisognosi di un break-even prossimo ai 50 dollari per barile, sia un alleato cruciale come, per l’appunto, l’Arabia Saudita. La patria degli al-Saud occupa infatti una posizione centrale nell’ambito dell’Opec, come acclarato dal fatto che la Saudi Aramco, compagnia che controlla le riserve saudite nella loro interezza, ha chiuso il 2018 con un fatturato di 356 miliardi di dollari e un utile netto di 111,1 miliardi di dollari. Per dare un’idea delle proporzioni, nello stesso anno la Shell ha registrato utili per 23,4 miliardi, ExxonMobil per 20,8.

L’imminenza delle elezioni politiche negli Stati Uniti contribuisce a spiegare il senso profondo della manovra, che rischia tuttavia di allentare ulteriormente il già sfilacciato legame tra Washington e Riad su cui si regge l’intera architettura del petrodollaro. I sauditi, ad onor del vero, hanno cominciato già da tempo a inviare segnali di insofferenza in tal senso. Basti pensare che nel dicembre 2017, nell’ambito di un incontro fra il nuovo ministro delle Finanze saudita Mohammed Al-Jadaan e il governatore della People’s Bank of China Zhou Xiaochuan, Cina e Arabia Saudita hanno siglato un accordo implicante il lancio di contratti denominati in yuan e agganciati all’oro presso lo Shanghai Energy Stock Exchange. I cinesi la definirebbero una classica situazione win-win: per Pechino, il vantaggio consiste nel non doversi più rifornire di dollari per acquistare energia, mentre l’Arabia Saudita coglie l’occasione d’oro per ricalibrare il proprio export petrolifero sulla base della nuova realtà di mercato. Come nota l’economista russo Valentin Katasonov:

«l’America sta rapidamente incrementando la propria produzione di petrolio a scapito delle importazioni, comprese quelle dall’Arabia Saudita. Oggi i sauditi forniscono più petrolio a Cina, Giappone, India che agli Stati Uniti; le forniture saudite al mercato europeo e alla Corea del Sud stanno crescendo rapidamente. Gli interessi economici dell’Arabia Saudita stanno lentamente trasferendosi dall’America ad altre parti del mondo. Inoltre, il petrolio è una merce molto richiesta da numerosissimi Paesi. Qualora l’Arabia Saudita dovesse passare dalle parole ai fatti rifiutando il dollaro come valuta di riferimento per la vendita del proprio petrolio, si vedrebbe precluso l’accesso al mercato americano, ma avrebbe comunque modo di orientarsi su altri mercati».

Le mosse degli Usa per rafforzare il dollaro

Naturalmente, gli Stati Uniti dispongono di numerosi “strumenti di pressione” per costringere i sauditi a desistere dall’intento di abbandonare il dollaro. Resta tuttavia il fatto che, dal punto di vista prettamente economico, la soluzione ai problemi strutturali che affliggono gli Usa semplicemente non esiste. Con il dollaro in declino, l’industria desertificata e la necessità di attrarre capitali sempre più impellente, a Washington non rimane che avvalersi della solita, efficacissima ricetta: scatenare il caos. È accaduto nel 2010, sull’onda della devastante crisi economica innescata dal crack di Lehman Brothers, quando Washington fornì il sostegno politico alla speculazione contro l’euro orchestrata da Wall Street. Stando alla ricostruzione dei fatti offerta dal «Wall Street Journal», i gestori del Soros Fund Management, del Sac Capital Advisors Lp, del Greenlight Capital e altri manager non divulgati si riunirono a porte chiuse a New York per concordare l’accensione di una miriade di Credit Default Swap sui debiti pubblici dei Paesi euro-mediterranei nell’attesa che le agenzie di rating calassero la scure con una serie di declassamenti.

Secondo il quotidiano, Bank of America, Barclays e Goldman Sachs si aggregarono proprio mentre quest’ultima prestava servizi di consulenza al governo greco di Giórgios Papandréou: un chiaro conflitto di interessi. L’aumento degli spread provocato dalla manovra speculativa portò alla caduta di ben due governi (in Grecia e in Italia) e a una fortissima pressione sull’euro che rischiò seriamente di porre fine al progetto della moneta unica. Stesso obiettivo era stato perseguito nel 1999 con la guerra contro la Jugoslavia, grazie alla quale Washington ebbe modo non solo di ultimare il processo di riconversione della Nato da bastione anti-sovietico a strumento di polizia internazionale a proprio uso e consumo, ma anche di provocare una forte rivalutazione del dollaro rispetto all’euro (il cambio passò da 1:1,07 a 1:0,86), che aveva strappato al “biglietto verde” il 20% delle transazioni sui mercati internazionali. Due anni dopo, l’aggressione all’Afghanistan consentì agli Usa di interrompere il deflusso di capitali (circa 300 miliardi di dollari) che aveva preso corpo in seguito agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001; l’esplosione dei primi missili su Kabul provocò un rialzo dell’indice Dow Jones pari a oltre 600 punti nell’arco di un giorno. Alla fine del 2001, circa 400 miliardi di dollari erano stati rimpatriati negli Stati Uniti. Nel 2003, con la guerra all’Iraq, Washington perseguì il triplice obiettivo di porre fine al programma di de-dollarizzazione dell’economia nazionale avviato da Saddam Hussein mediante la conversione del fondo Oil for Food (attraverso il quale si espletava l’export petrolifero iracheno) in euro, assumere il controllo delle risorse energetiche mediorientali vitali per la crescita economica cinese e determinare un aumento esorbitante del prezzo del barile (da 38 a 149 dollari) che si sarebbe inesorabilmente tradotto in aumento proporzionale della domanda internazionale di dollari. Esattamente come accadde durante la Guerra del Yom Kippur, la svalutazione del dollaro fu compensata dall’incremento astronomico del prezzo del petrolio. La riaffermazione dei rapporti di forza del 1999 mediante la guerra contro la Jugoslavia si è realizzata secondo modalità difformi rispetto al “regolamento di conti” – realizzatosi interamente in campo finanziario – del 2010, ma il risultato fu sempre quello di consolidare l’egemonia del dollaro. D’altro canto, i bombardamenti sulla Libia inaugurati nel marzo 2011 stroncarono sul nascere i progetti gheddafiani del “dinaro d’oro”, della Banca Centrale Africana e del Fondo Monetario Africano, mentre la Fed promuoveva la vendita sistematica di short “nudi” sull’oro nel tentativo di deprimerne il corso e intaccare al fiducia generalizzata verso quello che da sempre si configura come il “bene rifugio” per eccellenza. Con l’euro alle corde e l’oro svalutato nonostante una domanda internazionale letteralmente esorbitante, gli investitori si orientarono puntualmente verso la moneta Usa nonostante i Treasury Bond assicurassero un rendimento reale negativo.

Oggi, lo scenario tende a ripetersi: dall’applicazione di dazi contro i prodotti cinesi, turchi ed europei all’imposizione di sanzioni contro la Russia, dal ritiro unilaterale dall’accordo sul nucleare iraniano alla bocciatura del prestito da 20 miliardi di dollari che il Fmi era sul punto di accordare al Pakistan (sempre più scarrellante verso la Cina), dal rinnovo del sostegno al governo golpista ucraino al “killeraggio” del trattato sui missili nucleari a medio raggio. Come rileva l’economista Guido Salerno Aletta:

«il numero dei focolai di crisi deve essere talmente elevato da rendere impossibili risposte razionali: ognuna è infatti potenzialmente incompatibile con l’altra. Le variabili e le loro interconnessioni si moltiplicano a dismisura. Un nuovo ordine oltre il caos, per mezzo del caos. Il risk appetite degli investitori, con una crisi che deflagra dopo l’altra, svanisce. Meglio investire nel “biglietto verde” che correre rischi sempre più probabili».

Foto: Pixabay

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