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  Home page > Attualità > Economia > Il diritto di proprietà deve fondarsi sul consenso
di LucidaMente (sito) giovedì 29 settembre 2011 - 0 commento oknotizie
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Il diritto di proprietà deve fondarsi sul consenso

Le tesi dei left-libertarian contro i monopoli, in nome della libera concorrenza.

Le radici storico-filosofico-giuridiche che giustificano la proprietà privata, il possesso e la sua distribuzione è questione sempre al centro dei dibattiti sia in casa liberale che libertaria. All’interno del filone di pensiero libertario la proprietà privata assume molteplici aspetti: c’è chi è per la sua abolizione, come molti anarco-comunisti, chi invece ne sacralizza l’essenza e il frutto come gli anarco-capitalisti.

Pochi invece sembrano avere la volontà di considerare la proprietà con metodi davvero libertari, di tolleranza giuridica dei titoli di proprietà, cioè il consenso [1], soffermandosi, più che sulla legittimità o no delle proprietà privata, sul come si è ottenuta e come è cresciuta. Le formulazioni più conosciute riguardo la proprietà sono quelle che risalgono alla tesi di John Locke [2], che guarda a essa come frutto di un’unione tra terra e lavoro. Ma quando si teorizza che il lavoro aumenta il valore di un bene, giustificando l’idea che il lavoratore ne diventi proprietario, si ignorano i giudizi di valore che sono soggettivi. Un non proprietario o un non lavoratore potrebbe sempre contestare al lavoratore/proprietario di non aver determinato alcuna miglioria e, quindi, mettere in discussione la proprietà stessa.

L’idea del lavoro collegata alla proprietà e al suo possesso è al centro delle odierne teorizzazioni anche libertarian: per Robert Nozick l’idea che lavorare un qualcosa la migliori e ne accresca il valore [3] è punto fondamentale delle sue considerazioni, anche se con spirito critico, ma dalle obiezioni prima esposte si evince che tale teoria è incompleta. Il lavoro implica prima di tutto il consenso. Un proprietario svolge la funzione a rischio e pericolo che gli altri non approvino il suo operato e agiscano di conseguenza. Il proprietario deve quindi conquistare il consenso dei terzi, che può essere messo in discussione in qualsiasi momento. Il consenso al possesso dei beni personali e di modesta portata, quali un’azienda e una casa, è presumibile che sia automatico, per la reciprocità che s’instaura: ad esempio, se compro e acquisto liberamente dei beni con tali aziende, da consumatore, sto rinnovando il mio consenso per il semplice fatto di creare “mercato” con l’azienda.

Il problema ovviamente si pone con le proprietà di vasta proporzione, ove risulta difficile trovare giustificazione e consenso presso terzi, soprattutto per quanto riguarda la grande proprietà fondiaria, che, a un’attenta analisi storico-giuridica, risulta quella più compromessa, perché ottenuta non attraverso il mercato e il lavoro, ma mediante il monopolio e il diritto autoritario di stato, come prodotto dello statalismo e non della libertà. Interessanti risultano le tesi dei left-libertarian Michael Otsuka, Hillel Steiner e Peter Vallentyne nel discutere di proprietà e di geolibertarismo, ai quali va aggiunto Fabio Massimo Nicosia. Quest’ultimo afferma: "Anche i diritti di proprietà, infatti, a nostro modo di vedere sono calati nel Mercato, così come in regime statalista sono retti dallo Stato, e, contrariamente a quanto ritiene Rothbard, nessuno può invocarsi da sé proprietario senza il riconoscimento di un qualche ambiente normativo più ampio rispetto al proprio". Quando il consenso alla proprietà dovesse mancare, al possessore non resterebbe che affidarsi al rapporto tra forze in gioco attraverso la contrattazione, tenendo presente per i vari contendenti proprio la legittimità o meno dei titoli di proprietà in questione. Analisi che anche i veri liberisti dovrebbero condividere perché significa applicare la teoria “liberista” alla proprietà, cioè rendere libertarie le formulazioni liberiste.


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