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Il debito pubblico italiano e gli interessi contrapposti

I recenti attacchi speculativi contro il debito pubblico italiano - che hanno aumentato lo spread fra Btp decennale e Bund, e la decisione di intervento della BCE, rispondono ad interessi internazionali contrapposti, che l'articolo intende sottolineare.

L'attacco speculativo contro i titoli del debito pubblico italiano – la cui ampiezza, misurata indirettamente dal differenziale di rendimento (“spread”) fra i tassi di interesse dei Btp e dei Bund tedeschi, aveva evidentemente raggiunto l'apice giovedì 4 agosto (dopo un primo “assaggio” a metà luglio) – ha alimentato nei giorni scorsi la percezione, a livello internazionale, del “rischio default” dell'Italia, in un perverso rapporto circolare di causa-effetto.

La percezione del rischio di insolvenza dell'Italia ha esposto il Paese all'attacco speculativo nei mercati consistente in una massiccia vendita dei titoli di Stato italiani, attacco che, a sua volta - accentuando lo spread dei tassi di interesse dei Btp rispetto ai Bund ed elevando il tasso di interesse sui titolo italiani a circa il 6,30% - ha reso il rischio default anche più percettibile, a causa della previsione di prossima insostenibilità dell'onere per interessi da parte di un Paese già pesantemente gravato dal debito pubblico e penalizzato dalla debolezza della crescita interna.

La variabile critica non è infatti data dall'ammontare del debito pubblico in valore assoluto (che, nel caso italiano, risulta inferiore – all'interno dell'UE, a quello di Germania, Francia e Regno Unito), ma dal rapporto percentuale fra debito pubblico e PIL (nel caso italiano, 120%, inferiore, nell' ambito UE, soltanto a quello della Grecia). La misura del denominatore (cioè del PIL) del rapporto è inestricabilmente legata all' entità della crescita interna.

Think-tanks esteri avevano già calcolato - a parità di tutte le altre variabili (dunque, a crescita quasi ferma) – il periodo temporale entro cui l'evento “fatale” (il default dell' Italia) si verificherebbe: l'“Evening Standard” di Londra, giovedì 4 agosto, scriveva che, in base ad un rapporto del “Centre for Economic and Business Research” (think-tank britannico), “Italy's debt will surge from 128 per cent of annual output to an unsustainable 150% by 2017 if it carries on paying at the current six per cent to lenders” (“Il debito dell'Italia aumenterà dal 128 per cento della produzione annuale ad un insostenibile 150% se il Paese continua a pagare interessi all'attuale 6 per cento”, frase in cui il giornale esagerava in una certa misura l'entità del debito pubblico italiano, ponendolo al 128% in luogo del 120%).

Il giornale londinese scriveva comunque dopo il primo discorso di Berlusconi della scorsa settimana, che non aveva convinto i mercati internazionali ed il cui (sfortunato, ma evidente) effetto “boomerang” era stato la ripresa, su scala ancora maggiore, dell'attacco speculativo. Se dunque l'aspettativa sarebbe di insolvenza entro il 2017 in caso di quasi assenza di crescita interna e di tassi di interesse del 6%, la data si avvicinerebbe drasticamente nell'ipotesi in cui l'attacco speculatvo spingesse in tempi brevi (prima del varo di misure in grado di stimolare fortemente la crescita) i tassi fino al 7%.

Nella speculazione contro i Btp italiani, un ruolo primario è stato giocato, peraltro, dagli “hedge funds” e dai “bond traders” con sede nella stessa City di Londra: un “bond trader” intervistato dopo il primo annuncio di Trichet di una Banca Centrale Europea riluttante all'acquisto di titoli di Stato italiani e spagnoli, e dopo le preoccupazioni espresse da Barroso, aveva affermato What is going to stop us attaching Spain and Italy over the summer? I can' t think of anything” (“Cosa ci impedirà di attaccare Spagna ed Italia durante tutta l'estate? Non posso immaginare nulla”).

Anche il servizio sul TG3 di sabato 6 agosto, trattando l'argomento, aveva – con l'intervista ad un trader italiano al servizio di una società di trading londinese – rivelato i protagonisti delle massicce vendite di Btp.

In tale contesto, sono tuttavia emersi anche gli interessi contrapposti che, a livello europeo ed internazionale, routano intorno alla sorte del debito pubblico italiano ed, in ultima analisi, del sistema-Italia stesso. Al termine della giornata di giovedì 4 agosto e durante venerdì 5, gli interessi favorevoli al default dell'Italia – ossia gli interessi degli “scommettitori” sul default stesso (quali i sottoscrittori delle assicurazioni contro il rischio-Paese, i “credit default swaps”) che hanno nella City londinese il loro principale centro europeo – sono stati in pratica controbilanciati dagli interessi contrari al default italiano.

Il potente fronte degli interessi internazionali contrari al default dell'Italia ha visto coalizzarsi il Governo USA (che ha considerato un default italiano un ulteriore motivo di preoccupazione, in aggiunta al declassamento del proprio debito in arrivo da parte di Standard&Poors) ed i Governi francese e tedesco, allarmati dalle conseguenze che una insolvenza italiana avrebbe generato per il proprio sistema bancario.

La consultazione telefonica fra il Segretario del Tesoro americano ed i Governi di Berlino e Parigi ha condotto, come noto, alla richiesta alla BCE di intervenire a sostegno dell'Italia a condizione che l'Italia adottasse almeno incisive misure (quali l'anticipo del pareggio di bilancio) per fermare la crescita del proprio debito.

La richiesta franco-tedesca alla BCE ha determinato in seguito la lettera di Trichet e Draghi al Governo italiano e tale lettera – indicando il risultato desiderato dai due Paesi leader dell' Eurozona in termini di riequilibrio dei conti dell'Italia – ha avuto quale risultato ultimo la Conferenza stampa di Berlusconi nella sera di venerdì 5 agosto in cui il Governo italiano ha indicato di recepire le indicazioni della BCE.

Conferenza seguita, dopo intense consultazioni, dalla decisione della BCE, annunciata nel mattino di lunedì 8 agosto, di intervenire sul mercato con l'acquisto dei titoli di Stato italiani. L'intervento della BCE riportava lo spread fra Btp e Bund nettamente sotto i 400 punti nella prima mattinata di lunedì 8 agosto, ma la circostanza che lo spread sia in seguito nuovamente aumentato – pur restando intorno ai 300 punti – segnala evidentemente che gli scommettitori sul default dell'Italia non sono disposti ad arrendersi al primo ostacolo, ossia ad abbandonare i loro tentativi senza essere costretti a farlo da una incontrovertibile evidenza che un default italiano non avverrà mai.

L'intervento della BCE può ridurre certamente la percezione di rischio, ma non può annullarla completamente se non accompagnato da azioni interne finalizzate a contenere il numeratore e, soprattutto, ad aumentare il denominatore del cruciale rapporto debito/PIL.

La dimostrazione viene, in proposito, offerta dal caso del Belgio, paese quasi risparmiato dalla speculazione, che, nonostante un debito pubblico prossimo al 100% del PIL, sembra aver conosciuto nell'ultimo anno una crescita superiore al 2,5% (nonostante 14 mesi di assenza di un Governo con pieni poteri a seguito dello stallo politico seguito alle elezioni del giugno 2010).

La composizione del debito pubblico italiano, in termini di identità dei creditori, spiega l'interesse franco-tedesco ad evitare il default dell' Italia, interesse che soddisferebbe, a sua volta, anche un secondo interesse, comune all' intera Eurozona: il consolidamento dell'Euro quale valuta di riserva mondiale di pari status rispetto al dollaro. Le banche francesi detengono titoli di Stato italiani per l'equivalente di 511 miliardi di $, e le banche tedesche per l'equivalente di 190 miliardi di $: dato un ammontare complessivo del debito pubblico italiano equivalente a ca 2100 miliardi di $, di cui 1400 miliardi posseduti all'interno del Paese, la quota di debito pubblico italiano in mano a creditori esteri vede dunque Francia e Germania continuare a rimanere rispettivamente il primo (con oltre il 23% di titoli italiani) ed il secondo (con quasi il 9% di titoli italiani) detentore, nonostante l'alleggerimento del proprio portafoglio in titoli italiani, nelle ultime settimane, da parte della Deutsche Bank e di altre banche.

Una ipotetica insolvenza dell'Italia avrebbe dunque un grave effetto-contagio, a causa delle ripercussioni sulle banche francesi e tedesche, per le economie di Francia e Germania e per la stabilità dell' Eurozona nel suo complesso, impedendo all' Euro di continuare nel proprio processo di assunzione del ruolo di valuta di riserva mondiale proprio nel momento in cui fattori esterni all'Eurozona segnalerebbero, per la valuta comune europea, la possibilità concreta di assumere definitivamente tale ruolo.

A seguito del declassamento del debito USA dalla tripla AAA ad AA+ da parte di Standard & Poors, la Cina ha infatti indicato l'intenzione di sganciarsi (almeno parzialmente) dal dollaro ed orientare le proprie riserve verso una valuta alternativa.

D'altra parte, il terzo detentore della quota estera del debito pubblico italiano, il Regno Unito, risentirebbe in misura largamente inferiore degli effetti negativi di un default italiano: le banche britanniche possiedono soltanto l'equivalente di 77 miliardi di $ in titoli italiani (il 3,5% ca del debito italiano), cioè un ammontare ben inferiore rispetto alle quote nei portafogli delle banche francesi e tedesche. Il Regno Unito, patria europea degli hedge funds, dei bond traders e dunque degli “scommettitori” sul default italiano (che realizzerebbero enormi guadagni in caso di insolvenza dell'Italia), risulta dunque anche il Paese il cui sistema bancario si troverebbe, rispetto agli altri, meno esposto in caso di un default italiano. Avendo Londra rifiutato l'ingresso nell'Euro e costantemente avversato la moneta unica, il Regno Unito nutre una (inconfessata) speranza nel crollo dell' Euro ed i suoi “operatori” della City hanno cercato, con le vendite massicce di titoli di Stato italiani (che hanno provocato l'aumento dello spread rispetto ai Bund), di spingere gli eventi in tale direzione.

L'attacco speculativo degli operatori della City contro i Btp italiani ha dunque mirato a rendere più probabile il default italiano (ed il crollo del sistema-Italia) vedendo nell'Italia – dopo gli accordi raggiunti dai leaders dell'Eurozona sulla Grecia - l'anello debole da colpire con l'obiettivo di determinare il crollo dell' Euro ed impedirne dunque l'assunzione del ruolo di valuta mondiale di riserva. Il Regno Unito si trova invece enormemente più esposto – rispetto a Francia e Germania - al “rischio USA”: con 346 miliardi di titoli del Tesoro americano, Londra risulta essere il terzo detentore mondiale (dopo Cina e Giappone) del debito USA ed il più danneggiato, fra i Paesi europei, dalla perdita di valore dei Tresury bonds in seguito al declassamento.

Detentore di massicce riserve in dollari, il Regno Unito si vedrebbe evidentemente “spiazzato” dall'assunzione dell'Euro al ruolo di nuova valuta di riserva mondiale e la sua scelta di non aderire alla moneta unica finirebbe per rivelarsi clamorosamente errata.

Da una parte l'interesse britannico di impedire all'Euro di divenire moneta di riserva mondiale e dunque l'interesse di Londra al default di un Paese dell'Eurozona di dimensioni significative quali quelle dell'Italia, dall'altra l'opposto interesse franco-tedesco (nonché dell'intera Eurozona, ed implicitamente della Cina) al consolidamento dell'Euro al fine della sua assunzione definitiva a valuta di riserva mondiale, quindi l'interesse di Parigi e Berlino ad evitare a tale scopo il default dell'Italia, spiegano gli eventi dell'ultimo mese, dagli attacchi speculativi contro l'Italia all'intervento della BCE per acquistare titoli di Stato italiani e segnalare la volontà di frenare la speculazione.

Nell'ottica italiana, vanificare l'attacco speculativo contro i Btp risulta ovviamente fondamentale per assicurare la sostenibilità del debito, così come essenziale è evitare il default mantenendo l'ancoraggio a partners chiave quali Francia e Germania e continuando ad avere, come valuta nazionale, la valuta – l'Euro – che risulta la naturale candidata all'assunzione del ruolo di valuta di riserva mondiale di pari status rispetto al dollaro (ruolo a cui la vecchia Lira italiana non avrebbe mai potuto aspirare).

In tale ottica, oltre all'intervento della BCE, la più efficace risposta contro la speculazione dovrà consistere nelle misure che potranno venire adottate per stimolare una forte crescita interna, in termini di redditi e di potere di acquisto, dunque una crescita in grado di avviare il rapporto debito/PIL verso un stabile riduzione (esempio del Belgio, che dalla metà degli anni Novanta al periodo precedente la crisi ridusse il proprio rapporto debito/PIL dal 121 all' 84% ca).

La capacità di conciliare il rigore nei conti pubblici, come l'anticipo del pareggio di bilancio, con misure capaci di stimolare la crescita dei redditi e del potere di acquisto costituirà dunque l'asset fondamentale che il Governo (qualunque Governo) e tutte le parti sociali dovranno trovare per fermare definitivamente la speculazione ed assicurare il futuro del sistema-Paese.

Commenti all'articolo

  • Di Damiano Mazzotti (---.---.---.158) 11 agosto 2011 11:27
    Damiano Mazzotti

    Allora se gli speculatori hanno i giusti appoggi politici potrebbero farcela? Per ora ci guadagnano gli speculatori e i politici rischiano poco... i fallimenti di stato metterebbero in crisi molte banche private, ma forse non i grossi speculatori privati... O alla fin fine abbiamo a che fare con degli speculatori cretini che pensano al guadagno a breve e medio termine che causerà anche la loro disfatta a lungo termine? Sperano tutti di salvarsi in tempo? Uno su mille ce la farà...

    • Di (---.---.---.107) 11 agosto 2011 12:57

      a prescidere dalla chiacchere demagogiche dei tifosi della speculazione finanziaria, che quando è di livello elevato può anche derivare da capitali finanziaria di dubbia legalità...una speculazione eccessiva, è solo un aspetto patologico dell’economia, poiche va ad alterare i corretti equilibri economico finanziari...

  • Di Damiano Mazzotti (---.---.---.168) 11 agosto 2011 18:04
    Damiano Mazzotti

    quando la speculazione è di livello elevato può anche derivare da capitali finanziari di dubbia legalità... molto interessante.... e scommetto che la borsa è l’unico luogo dove la finanza non entra a fare verifiche...

  • Di Damiano Mazzotti (---.---.---.168) 11 agosto 2011 18:04
    Damiano Mazzotti

    quando la speculazione è di livello elevato può anche derivare da capitali finanziari di dubbia legalità... molto interessante.... e scommetto che la borsa è l’unico luogo dove la finanza non entra a fare verifiche...

  • Di (---.---.---.157) 11 agosto 2011 20:23

    Grazie per i commenti al mio articolo, in cui ho cercato di descrivere oggettivamente, dati alla mano, gli interessi esteri che ruotano intorno del debito pubblico italiano.
    Premettendo che a Londra la provenienza, anche illecita, dei capitali non interessa nessuno purché i capitali continuino ad affluire nella City, e ricordando che gli hedge funds e le società di trading sono grandi speculatori privati, proverei a rispondere alla domanda se gli speculatori possono riuscire a realizzare il loro disegno: la risposta è a mio parere negativa a condizione che vengano attuate, in Italia, politiche che stimolino fortemente la crescita (stimolando cioè la ripresa della domanda e l’espansione del mercato interno) trasmettendo così agli speculatori il messaggio che scommettendo sull’Italia perderebbero solo tempo e denaro, e riscuotendo il plauso di Germania e Francia

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