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Il bilancio di Roma taglia 100 milioni di euro alle politiche sociali

Francesca Danese del Cesv: «Senza soldi niente servizi sociali innovativi e di qualità. Chiediamo trasparenza sui dati reali del bilancio ». Secondo Social Pride il Comune di Roma ha tagliato oltre cento milioni di euro rispetto al 2012.

 

Roma deve dire la verità sul bilancio di previsione 2014, di cui si discute in questi giorni in Campidoglio. «Non è vero che, nel bilancio preventivo 2014 del Comune di Roma, non sono previsti tagli al sociale». È l’allarme lanciato da Social Pride, volontariato e terzo settore, sulla manovra economica in discussione in Aula Giulio Cesare, secondo i quali «i conti non tornano».

Fatti due conti in tasca viene fuori che i fondi destinati al Dipartimento Politiche Sociali passano dai 400 milioni del 2012, ai 271 previsti per il 2014. Un’insidiosa affermazione del welfare caritatevole che mira a tagliare oltre cento milioni di euro dallo storico della spesa sociale.

«In una città che ha un'estensione seconda in Europa solo a Londra, una popolazione che invecchia, la povertà che cresce, davvero non si capisce come, in queste condizioni, sia possibile pensare servizi sociali innovativi e di qualità. Chiediamo trasparenza sui dati reali del bilancio” dice Francesca Danese, presidente del Cesv-Centro di Servizio per il Volontariato del Lazio».

«Secondo il bilancio– scrivono nel comunicato – infatti, la spesa per i servizi sociali è di 350milioni di euro, ma il patto di stabilità costringe a togliere quaranta milioni circa dai fondi destinati al Dipartimento Politiche Sociali e altri trentanove da quelli destinati ai Municipi. La cifra reale è quindi di 271 milioni circa, a fronte dei quattrocento stanziati nel 2012».

Per alcuni settori, insistono, la cifra non è nemmeno sufficiente a coprire il servizio minimo. È il caso, ad esempio, dell’assistenza domiciliare di anziani e minori e dei diversamente abili nelle scuole, per i quali i «Municipi hanno speso novanta milioni e cinquecentomila euro: ne mancano venti per garantire il servizio minimo. Questo significa annullare, di fatto, i Piani di zona, e quindi la programmazione partecipata dei servizi».

«A fronte di un aumento della povertà e del disagio, vedi recenti dati Istat, bisognerebbe investire nelle politiche sociali– commenta il portavoce del Social Pride Carlo De Angelis - soprattutto nelle azioni rivolte alla promozione di un welfare non assistenziale, per questo rivendichiamo un cambio di passo nella direzione di un welfare generativo con al centro lo sviluppo locale territoriale».

Secondo De Angelis, il rischio di una così drastica riduzione delle risorse è quello di fare un «uso improprio della generosa e preziosa azione delle associazioni di volontariato, che non sono disposte ad accettare un’insidiosa affermazione del welfare caritatevole».

 

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