Il Messico ai tempi della guerra al narcotraffico, lanciata dal Presidente Felipe Calderón nel 2007 contro i cartelli della droga, sta sperimentando una triste serie di “effetti collaterali” legati all’esplosione della violenza e alla militarizzazione. Non si tratta né dei cinquantamila morti in cinque anni, attribuibili alle faide tra i narcos e alle operazioni speciali dell’esercito, della marina e della polizia federale, né delle duecentotrentamila persone costrette a fuggire dal Nord del paese in cerca di un’esistenza pacifica. Siamo di fronte a un fenomeno meno conosciuto ma dirompente: le statistiche fornite dalle procure e dal Governo parlano, infatti, di quasi sedicimila desaparecidos in tutto il paese dalla fine del 2006, vale a dire una media di 8 o 9 persone al giorno di cui si perdono completamente le tracce. Quasi un terzo di queste sparizioni, per la precisione 4.832, si concentrano in due stati settentrionali, il Nuevo León e il Tamaulipas, sconvolti dalla guerra tra il cartello del Golfo e quello degli Zetas, suo antico alleato e braccio armato.
Calderón ha dichiarato il 2011 “anno del turismo in Messico” e le cifre sulle visite dall’estero e le entrate di valuta straniera sembrerebbero dargli ragione. In effetti alcune aree vivono ancora in un relativo “stato di grazia”, ma la realtà per la popolazione di molte altre regioni del paese – e purtroppo sono sempre di più, dalla frontiera con gli USA a Guerrero nel Sud e Michoacán nel centro – stride con l’immagine della propaganda ufficiale.
Nella speranza che Wikipedia non venga distrutta dalle politiche liberticide annunciate dal nostro governo, mi permetto di citarne una voce che ci introduce al cosiddetto Triangolo delle Bermude o delle Bermuda contenuto nel titolo di questo articolo. “E’ una zona di mare di forma per l’appunto triangolare, i cui vertici sono a nord, il punto più meridionale della costa dell’arcipelago delle Bermude, a sud, l’estremo occidentale dell’isola di Porto Rico, e a ovest, la punta meridionale della penisola della Florida”. E ancora. “S’estende per circa 1.100.000 km2. La cultura popolare ha fatto sì che nascesse la convinzione che si fossero verificati dal 1800 in poi numerosi episodi di sparizioni di navi e aeromobili, motivo per cui alcuni autori hanno soprannominato la zona “Triangolo maledetto” o “Triangolo del diavolo”. Il triangolo ha vissuto particolare popolarità nei media soprattutto a partire dal libro bestseller Bermuda, il triangolo maledetto (The Bermuda Triangle) del 1974 di Charles Berlitz, secondo il quale nella zona avverrebbero misteriosi fenomeni che sono stati accostati al paranormale e agli UFO”.
Lungo il confine nordorientale del Messico con il Texas la realtà riesce quasi a superare l’immaginazione e le leggende. Esiste una regione ben precisa, oggi ribattezzata da alcuni quotidiani (vedi articoli del Excelsior) come il Triangolo delle Bermude messicano, in cui lo Stato federale ha perso buona parte delle sue prerogative. La sicurezza, l’uso della forza e la riscossione delle tasse sono passati, di fatto, in mano alle bande armate degli Zetas. Da una storpiatura del loro nome l’intero Nord-Est messicano è anche conosciuto con il nome di “Repubblica criminale di Zetania”, un territorio di trecentomila chilometri quadrati che s’estende a nord del ventunesimo parallelo e a est del meridiano 101, da San Luis Potosí al Golfo del Messico fino agli Stati Uniti. Il triangolo, invece, è una zona più limitata nel cuore di Zetania e si trova a ridosso della frontiera nella zona compresa tra le città di Reynosa, Monterrey e Nuevo Laredo. Questi due centri urbani sono collegati dall’autostrada 85D che viene sistematicamente evitata dai più abbienti e dai politici i quali preferiscono noleggiare costosi aerei privati anche per brevi spostamenti.