La loro situazione nella testimonianza di Nelly Bocchi, volontaria al Centro immigrazione asilo e cooperazione internazionale di Parma.
Difficile situazione quella nella quale versa il popolo curdo in Turchia, dove quotidianamente sono calpestati i suoi elementari diritti civili. È preoccupante la condizione sociale vissuta da tutta la popolazione, soprattutto dai bambini, costretti a vivere senza alcuna speranza per il futuro, con un’infanzia troppo problematica. Eppure essa dovrebbe costituire il momento della vita durante il quale l’attenzione maggiore andrebbe rivolta alla scolarizzazione e all’aspetto puramente ludico. La Turchia sembra essere sul piede di guerra. L’Iran e la Turchia si sono accordati per un’azione congiunta contro il movimento della guerriglia curda. E questa operazione è stata approvata (se non direttamente supportata), dal Governo regionale curdo. La Turchia e l’Iran, per lanciare queste operazioni, devono avere avuto l’approvazione degli Stati Uniti.
Dopo il recente viaggio della delegazione italiana nel Kurdistan turco tra Van, Hakkari, Yuksekova e Diyarbakir, chiediamo a Nelly Bocchi, volontaria presso il Centro immigrazione asilo e cooperazione internazionale di Parma, di tratteggiare il contesto sociale dello Stato visto con i suoi occhi, vissuto mediante gli incontri con le persone del luogo, ascoltandone con grande attenzione le drammatiche storie.
Qual è la situazione dei diritti civili del popolo curdo?
"Tutte le bambine e i bambini delle elementari in Turchia, ogni giorno, devono recitare, all’inizio delle lezioni, questa frase: 'Sono turco, onesto e gran lavoratore. Io sono turco, io sono retto, sto lavorando duro, il mio principio è di difendere i minori e di rispettare gli anziani, di amare il mio Paese e la mia nazione, molto più di me stesso, la mia legge, di crescere e di andare avanti. O supremo Ataturk, creatore del nostro quotidiano, giuro che camminerò ininterrottamente sulla via che hai aperto, sull’obiettivo che hai definito e sugli ideali che hai fondato. Lascia che la mia esistenza sia subordinata all’esistenza turca. Felice è colui che può chiamarsi turco'. Al di là dei quattromila villaggi curdi distrutti negli anni ’90, dei milioni di sfollati che sovrappopolano le città kurde e turche, delle migliaia di detenuti politici, delle centinaia di sindaci e attivisti dei diritti umani in carcere solo per aver parlato in curdo, del ritrovamento di fosse comuni, questa 'litania', che anche i bambini curdi sono costretti a dire a memoria e a ripetere quotidianamente, è la prima e più significativa violazione dei diritti di un popolo, i curdi, costretti, loro malgrado, fin dai primi anni di vita a dirsi turchi, cioè come coloro che impunemente li hanno massacrati e continuano a farlo. Tutte le violazioni dei diritti umani di questo popolo fiero, senza una patria, derivano da questo: la 'panturchizzazione', inserita nella costituzione e fondamento dello Stato. A questa nazionalizzazione spinta all’estremo si aggiunge il grande potere che hanno i militari, i quali detengono, oltre al controllo dell’esercito, anche il potere esecutivo (per la Costituzione del 1982, inseguito all’ultimo golpe, un consiglio di cinque persone, due civili e tre militari, ha l’ultima parola su tutto ciò che concerne la sicurezza dello Stato) e quello economico, perché si sono costituiti in una lobby dal nome 'Oyak' che possiede imprese e banche, senza pagare le tasse. È evidente che chi rivendica la propria lingua, le proprie tradizioni, la propria cultura e tutto ciò che rende i curdi un popolo, non trova posto in Turchia. Chi non diventa 'turco di montagna', come i turchi chiamano i curdi, è emarginato e considerato separatista, con tutti i problemi conseguenti".