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I Problemi del Welfare ce li deve dire Rutelli, altro che Art. 18

"La riforma del lavoro varata dal Governo non è convincente" dichiara Francesco Rutelli, a Sky Tg24 "Non credo che si attireranno gli investimenti dall'estero dando la possibilità di licenziare, forse, 1.000 persone in più". Queste cose ce le deve dire un democristiano, no? Non Bersani, erede di una tradizione socialdemocratica tra le più imponenti e significative in Europa, ma che invece continua a correre dietro a Monti elemosinando un po' d'attenzione. "Le imprese estere" - continua - "non vengono in Italia a causa della macchina burocratica, per la lentezza della giustizia civile, per la corruzione".

Ecco il nodo: non sono l'articolo 18 o la "noia" del posto fisso che scoraggiano gli investimenti, ma tutto il contorno di problemi di cui soffre la società italiana. Burocrazia e Giustizia sono i pachidermi che ostacolano lo sviluppo, sia con la loro mole che con la loro lentezza. La Mafia, o meglio le mafie, il clientelismo e la corruzione, sono come fanghiglia sulla strada, che rallenta il passo e rende difficile per le imprese crescere e competere.

Ci sono anche dei lati positivi nel testo definitivo della riforma del welfare 2012. Ora il ddl avvierà il suo iter in Parlamento per la discussione e l'approvazione delle Camere. In molti sostengono abbia prevalso il Monti "politico" rispetto a quello "economista". Ed io non sono del tutto in disaccordo su questo.

Il Sole24ore e Repubblica tracciano una scheda con le modifiche più salienti:

Apprendistato

Diventa la via ordinaria di ingresso nel mondo del lavoro (ma mi pare rimanga il limite ai 29 anni), e viene ridotta (per ora solo per i primi 3 anni) al 30% la quota di stabilizzazione (che da quel che ho capito, lega l'assunzione di nuovi apprendisti alla percentuale di stabilizzazioni nell'ultimo triennio).
Ma tranquilli, le 40 e passa forme di precariato rimangono vive e vegete (come mi segnalano i compagni di NONPIU).

Tempo determinato

Costerà di più per le imprese utilizzare questo tipo di rapporto di lavoro (l'1,4%).
Nessuna novità sulla norma per cui, dopo 36 mesi di contratti a tempo determinato, scatta infine l'assunzione definitiva (è così anche ora).


Una buona modifica, che renderà un po' più difficile la riassunzione precaria reiterata dei lavoratori per le aziende, prevede che il periodo di tempo tra un contratto a termine e l'altro venga alzato a 60 e 90 giorni (dai 10 e 20 attuali), a seconda se il primo è durato meno o più di 6 mesi.

Partite Iva

Introdotta la presunzione del carattere coordinato continuativo. I requisiti sono tre: una collaborazione che dura più di sei mesi nell'arco dell'anno, che determina più del 75% dei ricavi del lavoratore e con la postazione del lavoro presso una delle sedi del committente. Se ricorrono almeno due di questi presupposti, si presume un rapporto di collaborazione coordinato e continuativo e non, come dovrebbe essere, autonomo ed occasionale.
Questo irrigidimento partirà però tra un anno, in risposta alle esigenze delle associazioni imprenditoriali.

Dimissioni in bianco

Per porre fine al fenomeno delle dimissioni firmate dai lavoratori all'atto dell'assunzione (documento che l'azienda farebbe poi valere in caso ad esempio di gravidanza), si prevede la convalida del servizio ispettivo del Ministero del Lavoro. Ora, non voglio fare della polemica gratuita vista la portata della norma, ma non bastava riattivare la legge disposta dall'ex-viceministro Visco in questi casi, cioè dimissioni numerate emesse direttamente dal Ministero (norma abrogata poi dal Governo Berlusconi, ndr)?

Articolo 18

Per i motivi discriminatori rimane l'obbligo di reintegro, ed anzi viene estesa la sua valenza anche alle aziende con meno di 15 dipendenti.

Per i motivi economici o disciplinari, viene ammorbidita la prima versione; il licenziamento individuale per motivi economici, riconosciuti come validi, è già previsto e non dà diritto né al reintegro né all’indennizzo.

Se il giudice ritiene non valido il motivo economico addotto dall’azienda, dovrà decidere per l’indennizzo economico, che sarà tra le 12 e le 24 mensilità (uno dei più alti in Europa) in base alle dimensioni dell’azienda, dell’anzianità del lavoratore e del comportamento delle parti nella fase di conciliazione. L'unico caso in cui il lavoratore avrebbe diritto al reintegro è se il giudice trovasse che i motivi addotti dall'azienda sono "manifestamente insussistenti".

Per i motivi disciplinari, se il giudice li riconosce validi, non scatta né il reintegro né l’indennizzo (com'è già ora); se non li ritiene fondati (se il fatto imputato al lavoratore non sussiste, o non è stato commesso dal lavoratore o se è un motivo punibile con una sanzione conservativa, secondo i contratti di settore), allora deciderà per il reintegro, in aggiunta al pagamento della retribuzione per tutto il periodo tra il licenziamento e il reintegro stesso; in tutti gli altri casi di motivo ingiustificato ci sarà l’indennizzo, che lo stesso giudice stabilirà tra le 12 e le 24 mensilità. Ma questo rimanda al mio ragionamento qui.

La riforma proposta dal Ministro Fornero contiene anche degli aspetti sicuramente importanti e positivi, ma per essere davvero "storica", come l'ha definita lei, occorre intervenire su questi aspetti di fondo. Non sono i lavoratori gli unici imputabili di un welfare vecchio, stantio ed agonizzante, e non è accelerando entrata e uscita (usa e getta) che vi si pone rimedio.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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