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Hyman Minsky. Il genio invisibile dell’economia

Hyman Minsky è morto il 24 ottobre 1996 ed è stato un grande economista anticonformista che ha rivoluzionato il punto di vista monetario e finanziario.

Forse si può governare la crisi economica, ma a quanto pare non si può fare. In sostanza “la soluzione proposta da Minsky per le crisi finanziarie era un intervento dello Stato su due fronti: il governo dovrebbe gestire un ampio disavanzo di bilancio e la banca centrale dovrebbe pompare moneta dell’economia… il suo rimedio è esattamente quello che è stato adottato, negli Stati Uniti, nel Regno Unito, nell’Eurozona e in gran parte del mondo sviluppato. Il problema è che non ha funzionato” (Paul Mason, 2009). Oggi il mondo è cambiato: il denaro rimane intrappolato nei circuiti finanziari elitari, le banche risanano in parte i bilanci e l’economia non decolla.

L’attuale crisi dimostra un fenomeno tipico delle vere crisi: gli attori economici non hanno più voglia di rischiare perché non si aspettano dei ritorni economici sufficienti. Tutti temono un ulteriore aumento del loro indebitamento. Per creare nuova moneta bancaria privata e la conseguente crescita economica serve una banca con la voglia di prestare e di rischiare, e serve un cliente con la voglia di spendere e di fare (privati per consumare beni e servizi o aziende per investire). Infatti per Basil Moore, il fondatore dell’orizzontalismo, la moneta (soprattutto quella bancaria privata) è una variabile endogena, la cui offerta è sensibile alla domanda e non qualcosa del tutto controllato dalla Riserva federale (1979, in Minsky, edizione italiana, 1989, nota a p. 309).

Quindi “La moneta è unica per il fatto che viene creata dalla banca all’atto di erogare un finanziamento e viene distrutta quando gli impegni su strumenti di debito posseduti da banche vengono rispettati [ad esempio i mutui].

Poiché la moneta è creata e distrutta nel corso della normale attività economica, l’ammontare in essere è sensibile alla domanda di finanziamenti. Le banche sono importanti esattamente perché non operano sotto il vincolo del prestatore di denaro; le banche non hanno bisogno di denaro alla mano per poter concedere un prestito. Questa flessibilità delle banche significa che progetti che necessitano di fondi lungo un arco temporale esteso possono reperire questi fondi secondo il bisogno [ad esempio la costruzione di una galleria ferroviaria]. Una linea di credito e un impegno in una banca valgono quanto il possesso di fondi” (Minsky, 1989, p. 337).

Comunque Hyman Minsky, che fu allievo di Schumpeter, descrisse il meccanismo più umano, abitudinario e innocente delle crisi finanziarie: quando le cose vanno bene e i prezzi degli immobili salgono, la gente può continuare facilmente ad indebitarsi in modo sempre più rischioso. Se salgono i tassi d’interesse e il flusso di cassa degli investimenti non basta più a ripagare i debiti, scattano le vendite, che provocano la caduta del valore degli immobili (Potrebbe ripetersi?, 1984).

Con la fase di boom economico si ingigantisce “l’emissione di quasi-monete, cioè di buoni sostituti”. Per Minsky tutti possono provare a creare una forma di moneta, il problema è farla accettare al pubblico e alle banche. A decidere alla fine sono le grandi banche commerciali e le banche centrali e le nuove quasi-monete vengono rivendute a scopi puramente speculativi (ad esempio attraverso la nuova strutturazione di titoli derivati che scommettono sui risultati futuri).

Per far ripartire l’economia le banche dovrebbero accontentarsi di guadagnare di meno o con margini molto ridotti, pur di finanziarie i consumi e gli investimenti. Invece le banche continuano a rivendersi titoli finanziari tra di loro, pur di guadagnare di più a breve termine, anche se rischiano di perdere tutto a lungo termine (se non verranno salvate ancora una volta dai governi). Il governo dovrebbe “diventare il datore di lavoro di ultima istanza” (Minsky a volte utilizzava un linguaggio in sintonia con quello adottato nei centri di potere finanziari). Tuttavia sono importanti anche le risposta rapide e quindi per Minsky la risposta migliore era questa: una buona strategia “prende i disoccupati così come sono e confeziona posti di lavoro adeguati alle loro competenze” (Minsky, 1972b, p. 6, in Combattere la povertà. Lavoro non assistenza, 2014, p. 63).

D’altra parte le “autorità monetarie credono di aver imparato a monitorare il sistema e a impedire che la fragilità si trasformi in crisi”. Però “qualsiasi moderazione permanente degli estremi del ciclo economico” è “un’illusione… le bancarotte e i fallimenti purgano il sistema dal troppo sovra indebitamento in essere e permettono l’inizio di un nuovo ciclo di finanziamento del debito”.

Dal punto di vista di Minsky, la capacità di evitare le crisi attraverso un’esperta gestione monetaria e finanziaria non è altro che un rinvio. Se i debiti non vengono espulsi tramite le bancarotte, restano sotto forma di un “eccesso” che può sfociare in una catena di fallimenti. I dati indicano che questo potrebbe essere un trend secolare” (Ingham, 2016, p. 262). Fino a oggi le fasi sistemiche del capitalismo sono state queste: “boom, crisi, deflazione creditizia, stagnazione, espansione relativamente contenuta” (Minsky, 2009, p. 178).

In conclusione l’attuale sistema monetario capitalista è sempre legato a cicli più o meno lunghi di credito-debito. Probabilmente con un sistema monetario più moderno forse le cose potrebbero funzionare diversamente, ma “il processo politico” si fa influenzare solo dalle idee affini “agli interessi dei ricchi e dei potenti” (Minsky, 2009, p. 208).

 

Hyman Philip Minsky è nato a Chicago nel 1929, è morto nel 1996 ed è stato un economista indipendente post-keynesiano che si è addottorato ad Harvard (1954). Ha insegnato anche all’Università di Berkeley e presso il Levy Economics Institute (www.levyinstitute.org). In Italia nel 1984 è stato pubblicato “Potrebbe ripetersi? Instabilità e finanza dopo la crisi del ‘29”. Nel 2009 è stato pubblicato “Keynes e l’instabilità del capitalismo” (Bollati Boringhieri). Nel 2014 è uscito un libro curato da Riccardo Bellofiore: “Combattere la povertà. Lavoro non assistenza” (Ediesse).

Per approfondimenti scientifici: www.youtube.com/watch?v=S5pPrHjzRFI (a cura del Prof. Steve Ken). www.youtube.com/watch?v=WGMzu3M4b4U (a cura del Prof. Riccardo Bellofiore dell’Università di Bergamo). Per un altro approfondimento saggistico moderno sulla moneta: www.agoravox.it/La-vera-storia-del-denaro-Come.html.

 

Nota a cura di Paul Mason – Hyman Minsky, dopo essere stato un allievo di Schumpeter, è stato anche professore di economia alla Washington University di St. Louis. Non è stato fucilato né internato in un Gulag, ma semplicemente ignorato dall’establishment politico e trattato da pazzo. Una volta compresa la sua teoria, si può capire il perché: Egli ammoniva: “Il normale funzionamento della nostra economia conduce a traumi e crisi finanziarie, inflazione, svalutazioni, disoccupazione e povertà nel mezzo di ciò che potrebbe essere benessere virtualmente universale; in breve… un capitalismo finanziariamente complesso è intrinsecamente imperfetto” (Mason, La fine dell’età dell’ingordigia. Notizie sul crollo finanziario globale, Bruno Mondadori 2009, p. 180).

Nota bancaria – “Minsky vede le banche come “mercanti di debito” il sui interesse è incoraggiare la finanza speculativa e la Ponzi finance… L’orizzonte temporale si sposta ancora in avanti e il volume e la complessità delle relazioni finanziarie innesca un moltiplicatore che porta a un boom degli investimenti” (1982, in Ingham 2016, p. 261). Poi bisogna ripagare i debiti contratti, anche svendendo beni immobili, aumentano i licenziamenti e arriva la vera crisi economica e finanziaria.

Nota quasi banale – Mentre negli Stati Uniti il risparmio “è passato da circa il 10 per cento del reddito degli anni settanta a zero nel 2015, in Cina il saggio di risparmio è salito dal 20 al 40 per cento” (Mason, 2009, p. 86, fonte Hoover Institution, 10 ottobre 2006). Quindi c’è chi spende normalmente, c’è chi risparmia e c’è chi spende e spande a piene mani (gli americani e gli inglesi).

Nota di Adair Turner – Dopo più di otto anni di crisi “bisogna pensare creativamente e superare i tabù… per esempio il tabù che vieta di stampare moneta per finanziare il deficit pubblico (ex presidente della Financial Services Authority nel Regno Unito). Per approfondimenti video: www.youtube.com/watch?v=UUsd-7gF0kc (Making Money Work, 2016). Altri approfondimenti: www.economist.com/topics/adair-turner, https://ineteconomics.org/community/experts/aturner.

Nota giapponese – In Giappone l’attuale stagnazione economica potrebbe essere superata con “una misura drastica come l’emissione di titoli a interessi zero… richiederebbe un nuovo accordo politico tra lo Stato e i suoi creditori e una nuova struttura normativa. A meno di esigenze legate al tempo di guerra, queste misure vengono introdotte raramente” (Ingham, 2016, p. 266). Anche oggi la moneta come riserva di valore da molta sicurezza (Keynes) ed “è doppiamente confortante sapere che con la deflazione il valore dei risparmi aumenta nel tempo, nonostante i tassi di interesse a zero. Ma questo “paradosso della parsimonia” non fa che aggravare la recessione”. Tutti gli attuali problemi derivano dagli accadimenti monetari degli anni Ottanta: “la creazione di credito interno fu più scriteriata che in qualsiasi altra parte del mondo: il livello del credito raddoppiò arrivando a un valore pari al 300 per cento del Pil (Warburton, 2000, p. 11).

Nota keynesiana – “Un programma di partito deve essere sviluppato gradualmente nei dettagli, giorno per giorno, sotto pressioni e stimoli reali. Non ha molto senso definirlo a priori, se non per linee generali” (Keynes, 1925); “Il problema politico dell’umanità è di riuscire a combinare tre cose: efficienza economica, giustizia sociale e libertà individuale” (Keynes, 1926, in Sono un liberale?, Castelvecchi, 2016, oppure in Minsky, 2009, p. 192).

Nota sulla crisi attuale – Le differenze principali tra la nostra crisi e quella più dolorosa degli anni Trenta del secolo scorso sono queste: “la presenza di un welfare, gli stabilizzatori automatici [imposte progressive e indennità di disoccupazione] e il fatto che allora la percentuale occupata in agricoltura fosse ovunque molto superiore” (Riccardo Bellofiore e Laura Pennacchi, 2014, p. 24).

 

Nota a cura di Dimitri Papadimitriou (Presidente del Levy Economics Institute e professore di Economia al Bard College) – “L’economia americana è un’economia capitalistica con un sistema finanziario complesso, nel quale i contratti finanziari sono scambi di moneta “presente” in cambio di moneta “in futuro”. Questo è un grosso punto debole: “un sistema finanziario che tende, attraverso la dinamica della deflazione da debiti, a condurre verso profonde depressioni”. Un altro punto molto debole è questo: “il fallimento nel raggiungere e sostenere il pieno impiego” (p. 51).

 

Nota sui debiti – “In un’economia pulita (senza debito delle famiglie e dello Stato) il reddito da interessi è sempre la distribuzione di reddito lordo da capitale, nella nostra economia (di fatto) spuria e complessa, il reddito da interesse è anche la distribuzione di redditi da salario e di diritti da redditi da tassazione” (Minsky, in Combattere la povertà, Ediesse, 2014, nota a p. 246).

 

Nota sulla disoccupazione – In una società tecnologica in continua evoluzione, le abilità personali specifiche sono “degli ostacoli, e il lungo periodo di formazione necessario [circa vent’anni] determina in modo pressoché certo che molti individui, quando raggiungeranno l’età per entrare nella forza lavoro, non saranno preparati per i tipi di lavoro che esisteranno in quel momento. Quindi ci sarà sempre incompatibilità tra “offerta” e “domanda” di lavoro” (Wray, introduzione a p. 59). E siccome oggi “il dollaro è una valuta fluttuante, così che la politica non è vincolata dalla necessità di proteggere le riserve valutarie… il principale ostacolo alla possibilità di raggiungere e mantenere uno stretto pieno impiego è la volontà politica” (p. 66). Perciò “i programmi di Minsky sul datore di lavoro di ultima istanza potrebbero essere implementati in modo non inflazionistico”.

 

Nota sull’inflazione – “Perfino alcuni illustri economisti anti-inflazione hanno ammesso che non ci sono dati che confermino che un’inflazione sotto il 20 per cento abbia un impatto negativo sulla crescita economica” (Barro e Gordon, 1983, p. 104, in Ingham, 2016, nota a pag. 350). Quindi “il nostro slogan dovrebbe essere: non tutte le inflazioni sono un male!” (Minsky, 2014, p. 80).

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