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Honduras. Rischiare la vita per scrivere la verità

Dina Meza, giornalista e attivista per i diritti umani dell’Honduras, dal colpo di stato del giugno 2009 ha visto morire assassinati 20 suoi colleghi. Nel paese centroamericano, va persino peggio che in Somalia, dove due giorni fa è stato assassinato il sesto giornalista in sei mesi. A reggere il tragico confronto, pare essere solo il Messico, dove nello stato di Veracruz ne sono stati uccisi almeno tre in meno di una settimana.

“Un giorno di 26 anni fa, decisi di studiare giornalismo all’Università autonoma nazionale dell’Honduras. Sognavo che prima o poi avrei lavorato per i grandi giornali, scrivendo liberamente su tutto. Non avrei immaginato che raccontare verità scomode e pericolose per chi è al potere, mi avrebbe fatto camminare su una linea in bilico tra la vita e la morte” – racconta Dina ad Amnesty International.

È passato quasi un decennio dall’omicidio, che fece grande scalpore nel paese, di German Rivas. Giornalista televisivo con una grande attenzione verso i temi ambientali, Rivas era andato a ficcare il naso nel contrabbando di caffè e bestiame tra Honduras e Guatemala.

Un morto dopo l’altro, anno dopo anno, i fascicoli sugli omicidi dei giornalisti honduregni si ricoprono di polvere sugli scaffali dell’ufficio del Procuratore generale. Anche dopo gli accordi che hanno permesso al deposto presidente Zelaya di tornare in patria, l’impunità non è sconfitta.

“L’impunità cerca di mantenere il silenzio su queste storie. In una situazione del genere, fare giornalismo nel mio paese è diventato molto pericoloso. Gli studenti della Scuola di giornalismo si chiedono se proseguire o cambiare carriera. Chi già fa questa professione è terrorizzato da minacce dirette e indirette che cercano di dissuaderlo dal continuare a indagare sugli affari della struttura di potere, composta da una manciata di famiglie ricche che tengono il paese in ostaggio”.

Recentemente, Dina è stata fotografata mentre camminava, in pieno giorno, insieme ai suoi figli. Non erano ammiratori, la pedinavano e controllavano i suoi spostamenti. Forse erano gli stessi che continuano a farle telefonate minatorie, piene di volgarità e minacce di violenza sessuale.

Decidere cosa fare di fronte a tutto questo, è un dilemma.

“Scegliere se accettare o respingere il silenzio coinvolge ogni aspetto della tua vita: la famiglia, le relazioni sociali. Ma se riescono a intimidirti e a paralizzarti, vuol dire che sei diventata schiava della paura”.

Dina non nega di averne, di paura. Come tante altre attiviste e giornaliste, non è un supereroe invincibile ma una semplice cittadina con un forte senso di responsabilità:

“La responsabilità di lasciare alla prossima generazione un paese libero e non sottomesso, un paese in cui la libertà d’espressione sia garantita anziché uno in cui i seminatori di terrore intimidiscono i giornalisti per poter continuare a rubare la nostra ricchezza e a lasciare miseria umana a ogni angolo di strada”.

Non è in numerosa compagnia, purtroppo. Diversi dei suoi colleghi sono stati assassinati, molti altri hanno fatto una scelta opposta alla sua.

“Quando vedo la manipolazione fatta dai grandi centri d’informazione, quando coloro che cercano di lavorare per liberare il paese vengono definiti ‘vandali’, quando i difensori dei diritti umani sono attaccati come calunniatori anti-stato, ecco un’altra ragione per proseguire nel mio lavoro: ho il dovere di far conoscere la verità”.

 

 

Questo articolo è stato pubblicato qui


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