“Sporchi compromessi” è un saggio limpido e profondo, scritto da un filosofo israeliano che conosce molto culture umane, antiche e moderne (Avishai Margalit, www.mulino.it, 2011).
“La minestra migliore è completamente rovinata da un solo scarafaggio”. Paul Rozin (psicologo)
“Io e mio fratello contro mio cugino. Io e mio cugino contro il mondo intero”. Proverbio beduino
“Diffidate dei compromessi sordidi”, ammonì molti anni fa il più grande genio dell’epoca moderna. Albert Einstein ha formulato delle visioni fisiche e filosofiche molto chiare, però i principi generali sono sempre molto difficili da applicare alle innumerevoli situazioni concrete della vita, nelle diverse società umane. In ogni caso, per semplificare le cose, un compromesso politico sordido si può definire così: “Un accordo volto a stabilire, o a mantenere, un regime disumano improntato alla crudeltà e all’umiliazione, cioè un regime che non tratta gli esseri umani da esseri umani”.
In questi casi anche l’indifferenza o il semplice appoggio passivo è da rifiutare. E se gli ideali “possono rivelare qualcosa di importante rispetto a ciò che vorremmo essere, i compromessi ci rivelano chi effettivamente siamo” (p. 11). Purtroppo in filosofia si studiano da vicino e da lontano i desideri emotivi e cognitivi ideali, invece di esaminare la complessità politica quotidiana e le varie “scelte di ripiego. Tuttavia escludere il compromesso dalla teoria morale è come escludere l’attrito dalla fisica, affermando che appartiene all’ingegneria”.
In realtà la vita degli stati è costruita nella maggior parte dei casi su compromessi più o meno sporchi e Margalit fornisce alcuni esempi storici molto significativi: i negoziati arabo-israeliani, il trattato di Monaco, la conferenza di Yalta e l’operazione Keelhaul (la consegna forzata di quasi tutti i prigionieri e dei fuggitivi cosacchi a Stalin alla fine della seconda guerra mondiale).
Per quanto riguarda la macromoralità e le entità politiche, Avishai Margalit ritiene che “la pace può essere giustificata anche quando è ingiusta” (p. 7), e prende in esame i compromessi da cui rifuggire in ogni caso e quelli in cui, in nome di molte vite umane, possiamo rinunciare a un bel po’ di giustizia, in cambio delle sicurezze della pace. I compromessi più “sanguigni” sono quelli che rinunciano ai grandi “sogni” e finiscono per negoziare “solo una gamma di accordi fattibili”. Di conseguenza ogni “politica settaria è l’antitesi dello spirito di compromesso” (p. 21).
In molti casi i compromessi si possono attuare ridefinendo i termini della disputa. Ad esempio la questione della “sovranità sul Monte del Tempio a Gerusalemme” si può limitare alla “disputa sull’utilizzo”. Comunque a mio parere il conflitto tra israeliani e palestinesi non verrà mai risolto finché Gerusalemme non sarà trasformata in una Città-Stato indipendente e a controllo misto, gestita da israeliani, palestinesi e delegati dell’Onu (dovrebbe essere autonoma in base a una risoluzione dell’Onu del 1947). Tel Aviv e Gaza diventerebbero così le capitali dei rispettivi Stati.