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Il nuovo governo in Grecia: una coalizione di disperazione nazionale

La coda nel parco Pedion Areos è formata da migliaia di cittadini e migranti rinchiusi in un recinto di transenne e avvolti dal nefos, lo smog ateniese. Aspettano compostamente il loro turno. Gli agricoltori della cooperativa Anatoli (che ha sede a Ierapetra, Creta) hanno portato all’incirca 2700 casse di verdura e la stanno distribuendo gratuitamente. “Vogliamo lanciare un messaggio di solidarietà a quei greci che lottano per sopravvivere e non possono permettersi di comprare i nostri prodotti – spiega il presidente di Anatoli – Abbiamo gli stessi problemi e dobbiamo aiutarci l’un l’altro”. Una donna in fila, raggiunta dalle telecamere di Mega che serpeggiano nella folla, dice semplicemente: “Abbiamo fame”. 
 
È la mattina del 20 giugno, terzo giorno dopo le elezioni, e in Parlamento (a pochi chilometri di distanza dal parco) i leader di Nea Dimokratia, Pasok e Dimar (Sinistra Democratica) stanno cercando di levigare gli spigoli dell’accordo di governo. Alle 10 e mezza finisce la riunione del partito socialista e Venizelos affida alla stampa i risultati dell’incontro: “Prima delle elezioni volevamo costituire un governo di unità nazionale. A causa di Syriza, che non vuole avere alcun ruolo, abbiamo un’unica soluzione pratica”. Ossia: appoggio esterno del Pasok e nessun membro del partito nel governo. Anche la Sinistra Democratica di Fotis Kouvelis opta per la medesima strategia. L’intento non potrebbe essere più chiaro: ridurre al minimo il rischio politico di una coalizione intrinsecamente fragile e scaricare tutto il peso dell’eventuale fallimento su Antonis Samaras. “Ancora una volta hanno fatto un ragionamento esclusivamente politico”, mi dice il giornalista greco Kostas Kallergis. “Non sono in grado di comportarsi come persone che devono salvare il Paese” 
 
"Africanizzazione e controllo" 
 
Dalla stazione della metro i passanti fuoriescono a getto continuo con le loro valigette e attraversano a passo spedito piazza Syntagma, stretta nella morsa dei 35 gradi pomeridiani. Il cameramen e un reporter di Sky sono sistematicamente ignorati, trattati come dei volgari disturbatori della quiete pubblica. Mi arriva uno squillo sul cellulare: è Grigoriou Panagiotis, antropologo, storico e animatore del blog, in lingua francese, Greek Crisis Now con cui ho un appuntamento. Negli anni ’80 Panagiotis si è trasferito a Parigi con l’intento di studiare sociologia comparativa. Finirà, invece, per laurearsi in antropologia a Nanterre - nei sobborghi della capitale - e specializzarsi in storia contemporanea ad Amies. Nel 2008 torna ad Atene, dove all’insegnamento affianca la ricerca, la direzione di un archivio e varie collaborazioni con i giornali. Nel 2010 la crisi lo investe in pieno e tutti i rapporti di lavoro cessano in tronco. “Ho avuto l’idea di aprire un sito in cui raccontare la crisi greca dall’interno, con uno sguardo d’analisi complementare, il giorno dopo l’approvazione del Memorandum”, racconta mentre sorseggia un caffè freddo in un bar. Da due anni Panagiotis non ha un lavoro: per qualche tempo ha vissuto grazie ai suoi risparmi e alla solidarietà di amici; ora cerca di mantenersi attraverso le donazioni (circa 600 euro al mese) che riceve attraverso il blog. 
 
Il colloquio parte inevitabilmente dalle elezioni. “È stato un ritorno al passato, un passo indietro, perché sono tornati sempre gli stessi”, risponde l’antropologo nel suo perfetto francese. “Ma è stato anche un voto Atene-Provincia, di due Grecie in contrasto tra loro. Infine, è stato un voto molto sociologico – un voto di classe, come direbbero i marxisti, di gente che non aveva più nulla di perdere, di disoccupati. Nei quartieri popolari si è votato in massa per Syriza. Ma Syriza è stato votato anche dai giovani dei quartieri più agiati, i cui genitori probabilmente hanno approfittato di un certo sistema. Se si hanno tra i 25 e i 30 anni in Grecia si è consapevoli che non si troverà lavoro. E non saranno la villa con piscina e le centinaia di migliaia di euro dei genitori a salvarti: se non ci sono prospettive, be’, non ci sono prospettive”.
 
Poco dopo le quattro e mezza ho già finito la prima caraffa d’acqua e Samaras è davanti all’Arcivescovo di Grecia, al quale giura di “osservare la Costituzione, le leggi e di servire l’interesse del popolo greco nel nome della santa e indivisibile Trinità”. Panagiotis prosegue nel suo ragionamento. “Oltre alla base, Nea Dimokratia è stata votata da persone che hanno paura, persone relativamente benestanti, pensionati e dipendenti pubblici che si sono già visti dimezzare lo stipendio ma che preferiscono i tagli alla disoccupazione. Quello per Nea Dimokratia è stato anche un voto parzialmente negativo, di persone che non si vogliono battere e non necessariamente supportano Nea Dimokratia”. L’arcivescovo finisce la preghiera e i flash dei fotografi illuminano il 185esimo primo ministro greco: habemus Samaras.

“A ogni modo – afferma – credo che il Memorandum non potrà essere applicato com’è stato fatto finora. Ma non penso che la Troika allenterà la pressione”. L’intuizione si è rivelata esatta. Nei giorni successivi all’insediamento, il nuovo primo ministro greco ha chiesto una proroga di due anni per applicare le misure di austerità – tra l’altro votate dallo stesso Samaras lo scorso febbraio. La risposta dell’Unione Europea è stata perentoria: non se ne parla neanche. A rincarare la dose ha pensato il ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, che il 24 giugno ha dichiarato al Bild: “La cosa più importante che Samaras deve fare è attuare il programma stabilito velocemente e senza ulteriori ritardi, invece di chiedere altro”. Nella stessa edizione del Bild che ospitava l’intervista, inoltre, è stato pubblicato un sondaggio realizzato dall’Ifop Institute in cui il 78% dei tedeschi (su un campione di 4000 cittadini di Germania, Francia, Spagna e Italia) si diceva favorevole all’uscita della Grecia dall’Eurozona. Panagiotis parla di tre livelli di relazione tra i due paesi: “Il primo è tra la metropoli e la colonia: i dignitari tedeschi sono qui e ci dirigono; c’è dunque una collisione tra il debito e la sovranità. Il secondo livello è quello delle relazioni tra i popoli. C’è un diffuso sentimento anti-tedesco – e viceversa anti-greco. Mi hanno raccontato di turisti tedeschi che si sono rifiutati di pagare il conto nei bar dicendo che ‘ci dovete dei soldi’. Ma c’è anche un’altra relazione: quella della Germania della cultura, umanista, che vuole accogliere i greci, ha collegamenti con il mondo intellettuale greco e desidera che le cose siano gestite in maniera diversa”.

Per Panagiotis la Grecia si trova da qualche anno in una specie di “impasse dinamica, dove le cose possono cambiare molto velocemente”. Allo stesso tempo si dice convinto, specialmente dopo il voto del 17 giugno, che “tutto continuerà come prima. Molti greci non hanno ancora capito che siamo di fronte ad una fase di africanizzazione e terzomondizzazione, senza avere le capacità di sopravvivere nella confusione generalizzata. In più, stiamo andando verso una sorta di controllo totale (fiscale, bancario, ecc.) della vita delle persone”. Dunque: africanizzazione e controllo. “Quando queste politiche sono state applicate nei paesi dell’America Latina c’erano altre strutture sociali e una povertà endemica. In Grecia, diciamo da 30 e 40 anni, si è riusciti, con metodi differenti rispetto all’Italia o alla Francia, a creare una vera classe media – però una classe media parassitaria, nepotista, legata alle sovvenzioni statali e dell’Unione Europea. Non è una classe media nata unicamente perché le persone hanno lavorato o hanno fatto impresa. E comunque, tra coloro che sono riusciti a creare un’impresa, molti hanno beneficiato di finanziamenti, passando per i partiti come Pasok o Nea Dimokratia. Ora si sta distruggendo questa classe media”.
 
Alle sei e mezza l’antropologo deve congedarsi. Lo accompagno alla fermata della metro e, prima di salutarci, noto che il marmo delle scale è spaccato e martoriato in molti punti – il risultato di anni di feroci scontri di piazza e mazzette utilizzate per procurarsi le “munizioni” contro il Mat, l’odiata polizia antisommossa. Prima di scendere le scale Panagiotis dà un’occhiata al Parlamento, dove si stanno decidendo le nomine del governo, e dice: “Nonostante tutto, credo che in Grecia si stia compiendo un esperimento molto interessante. Viviamo in tempi eccezionali”.

Niente altro che la Grecia
 
Le elezioni del 17 giugno potevano essere la fine della metapolitefsi, la transizione politica instauratasi in Grecia, dopo la caduta della dittatura dei colonnelli nel 1974 e segnata dal dominio di due partiti (Pasok e Nea Dimokratia) e due famiglie (Karamanlis e Papandreou). Invece il voto ha perpetrato una delle classi politiche più rapaci e irresponsabili d’Europa, priva di ogni credibilità e potere contrattuale in ambito comunitario, abile solamente a far leva sul ricatto della miseria (tangibile come non mai nei quartieri periferici della capitale) e condurre una campagna di terrorismo psicologico incentrata sulla paura del futuro. Hanno vinto uomini la cui forza, per citare il grande scrittore greco Vassilis Vassilikos, “è come il muschio che si spande nel sottobosco”.

Subito prima di tornare in Italia ho avuto l’occasione di incontrare M., un ex contabile tra i trentacinque e quarant’anni. La sua storia personale e familiare è il ritratto della distruzione della classe media di cui parla Panagiotis. M. è stato licenziato dall’azienda in cui lavorava il 31 dicembre 2011 affinché i datori di lavoro risparmiassero sulla liquidazione. Successivamente è venuto a sapere che la ditta, per rimpiazzarlo, ha riassunto due pensionati. Il 17 giugno ha votato Antarsya, partito di estrema sinistra che ha raccolto lo 0,33% dei voti; il padre, invece, è di Nea Dimokratia. Mentre mangiamo del cibo cretese a Exarchia, mi racconta quanto successo a sua nonna di recente: “A inizio giugno mia nonna è andata a ritirare la pensione. Di solito erano 1300 euro. Bene, quel giorno si è ritrovata in mano poco più di 800 euro. Stava per impazzire. È tornata dentro l’ufficio per chiedere spiegazioni. L’impiegato gli ha risposto di non poter fare nulla. In effetti, l’ulteriore taglio della pensione era una delle misure previste dal secondo Memorandum di febbraio”.

Durante la conversazione M. scuote spesso la testa e si mostra decisamente pessimista verso l’avvenire. Eppure, nei suoi gesti e nel suo sguardo tendente alla rassegnazione si può scorgere un orgoglio non sopito – certamente lacerato dalle difficoltà – e la recondita consapevolezza di dover rimanere nel Paese e lottare. Ripenso alle sue parole, mentre finisco l'articolo, e improvvisamente mi viene in mente una poesia di Theòfilos Frangòpulos
 
A me rimane il mio paese, disgustoso com’è, 
non merita ormai nemmeno che combatta per lui, ma è 
l’unica cosa che mi sia rimasta, anche se gli avvoltoi 
fanno stridere gli artigli, 
anche se la decomposizione dei vermi ammorba l’aria.
 
A M. e a molti altri suoi connazionali, in fondo, non rimane altro che la Grecia. Nonostante i vermi e gli avvoltoi.
Questo articolo è stato pubblicato qui


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