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Governo Lega-M5s | Riusciranno i nostri eroi a venir fuori dalla foresta in cui si sono cacciati?

Di Maio spande ottimismo ad ogni passo (“passi avanti”, “stiamo scrivendo la storia”, “intesa a buon punto”….), Salvini è più cauto ma lascia intendere anche lui che siamo ad un metro dal traguardo, però qui non si vede la luce in fondo al tunnel. Riusciranno a fare un governo?


Beninteso: io mi auguro che falliscano miseramente nell’interesse di questo sfortunato paese ma mettiamo da parte le preferenze personali a cerchiamo di capire freddamente che sta succedendo e perché, di 24 ore in 24 ore, questa storia si sta trascinando da oltre una settimana ed ancora si parla di altre 48 ore, il tutto mentre 10 giorni fa avevano una fretta infernale di andare al voto e si parlava demenzialmente di date come il 22 luglio.

E poniamoci una domanda: ma perché ora dovrebbe riuscire quello che è fallito per due mesi di fila? La risposta sarebbe: perché Salvini è riuscito a far digerire il M5s a Berlusconi e Berlusconi ai 5 stelle, di fatto disegnando un governo Salvini-Di Maio-(Berlusconi).

Già, ma quello del Cavaliere (che, peraltro sta tornando indietro soprattutto dopo la riabilitazione) era solo uno dei problemi e non il maggiore, mentre restavano tutti gli altri problemi a cominciare da quello strutturale. C’è un problema di fondo: Lega e 5 stelle hanno basi molto simili ma, insieme contrapposte e non componibili. La divisione territoriale nettissima ed evidente che disegna un paese omogeneamente blu al nord ed altrettanto omogeneamente giallo al sud ha un comune carattere di protesta, ma con suggestioni diverse e con prospettive diverse e contrapposte. Non ci vuole nessuna particolare scienza per capire che il voto per il centro destra al Nord è stato trainato dalla promessa della flat tax e quello al sud da quella del reddito di cittadinanza: come dire la richiesta di meno entrate per lo stato al nord e maggiori uscite al sud. Il tutto in un paese indebitato e con scarsissimi margini di manovra.

Poi si aggiungono le divergenze politiche: tanto le proposte della Lega quanto quelle del M5s si scontrano con il vincolo esterno rappresentato dall’Europa, ma, mentre Salvini sembra disposto a fare il viso dell’arme verso Bruxelles, Di Maio si presenta come il garante del più ortodosso europeismo (in realtà cerca di aggirare gli ostacoli con un po’ di furbizia partenopea). Altrettanto si può dire della questione Nato-Russia, con Salvini che pende verso Mosca e Di Maio che si copre atlantista ante marcia. Infine ci sono le asimmetrie organizzative fra i due partiti, questione meno comprensibile intuitivamente, il punto è che ogni partito pensa e decide sulla base del suo modo di organizzarsi e mentre la Lega ha un elettorato più stabile, un insediamento territoriale localmente molto saldo, una struttura organizzativa precisa, un gruppo dirigente collegiale intorno al suo segretario, il M5s ha un elettorato volatilissimo, un insediamento territoriale assai labile, una struttura organizzativa quasi inesistente ed un capo supremo con un cerchio magico intorno. Due partiti così fanno molta fatica a capirsi.

E questi sono i dati di partenza che producevano il “punto focale” del combattimento, ovvero la conquista della casella di Palazzo Chigi. Abbiamo capito tutti che per Di Maio era il segno della sua vita e che ha personalizzato la questione, mentre Salvini è stato un po’ più abile a dissimulare la sua ambizione personale, ma questo aspetto è del tutto secondario. Se riducessimo la questione ai capricci individuali dei due ragazzotti banalizzeremmo il tutto e perderemmo di vista la sostanza politica del problema. In primo luogo la conquista di Palazzo Chigi ha una enorme valenza di immagine: chi siede su quella poltrona è il “vincitore dei vincitori”, il vincitore netto finale. Ed i due condottieri sono entrambi uomini della seconda repubblica, per cui non pensano in termini di proporzionale ma in termini di maggioritario.

Per cui il cuore del problema non è la linea politica ed il programma che contano (aver anteposto il programma alla scelta del capo del governo è stato solo un espediente per prender tempo) ma la conquista del “centro della scacchiera”. Il negoziato era partito dalla prospettiva, avanzata con molta leggerezza, di un misterioso “terzo uomo”. Ora la trattativa va a sfasciarsi proprio perché… il terzo uomo non c’è e pour cause. Escluso che potesse essere uno dei rispettivi vice (a quel punto, ci si metterebbe il capo), escluso ogni improbabile accordo di staffetta, bisogna trovare un terzo uomo che non appartenga a nessuno dei due partiti e che abbia queste caratteristiche:

-alto profilo istituzionale


– perfetta equidistanza dai due partiti
– che si impegni a non candidarsi nelle successive elezioni politiche con nessun partito e a non farne uno suo (come Dini e Monti)
– che sia un politico e non un tecnico (diversamente sarebbe curioso un governo politico presieduto da un tecnico)
– però non può essere un politico proveniente dai “vecchi partiti” (Fi, Pd, ecc) perché questo è un governo di cambiamento.

Bene: provateci voi a trovarne uno così.

In più si è creato un ulteriore problema: M5s e Lega stanno definendo programma e lista dei ministri, per cui al Presidente designando non resterebbe che portare a Mattarella le cose già decise da altri e fare il passacarte. Inoltre è difficilissimo che ci sia un uomo perfettamente equidistante così da garantire che in tema di nomine (questo è l’altro grande tema di cui non si parla) non propenda per uno ai danni dell’altro. In queste condizioni, quale “personalità di alto profilo” accetterebbe di fare la parte dello spaventapasseri?

La soluzione potrebbe essere quella della “scamorza” (come dicono a Napoli): un uomo di paglia che tenga calda la sedia aprendo la bocca solo quando è interrogato. Ma, a questo punto, sarebbe Mattarella a non starci ed ha appena ricordato che la nomina di Capo del Governo e ministri spetta a lui e che le indicazioni dei partiti non sono vincolanti. E a questo punto è la tempesta perfetta e ci sono ottime probabilità che il Presidente imponga un uomo suo, una sorta di “commissario”.

In realtà Di Maio e Salvini hanno sbagliato tutto: avrebbero per prima cosa dovuto concordare i criteri di scelta ed individuare il capo del governo (posto che l’accordo sia possibile) e poi far partecipare il prescelto alla formazione di programma e lista dei ministri. In questo modo si sarebbero presentati con più forza al quirinale.

La politica ha una grammatica che non è lecito ignorare, ma Salvini e Di Maio non sospettano neppure che questa grammatica esista. Il giorno in cui dovessimo decidere chi fra i due ragazzotti sia il più sprovveduto politicamente, tireremo una moneta e la moneta cadrà in piedi sul lato…

Questo articolo è stato pubblicato qui

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