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Giornalismo e web, un rapporto ancora difficile

Si è conclusa a Washington la conferenza annuale dell’ONA, OnlineNewsAssociation. Un’occasione per analizzare le difficoltà che i giornali continuano a trovare nel monetizzare la propria presenza online. Al di là di una semplice questione lucrativa, il problema del costo del giornalismo (quello d’inchiesta, almeno, necessario a informare su temi anche scomodi ai potenti) non può essere separato da quello dell’indipendenza economica.

Quale sarà dunque il futuro del giornalismo nella democrazia digitale?

Si è conclusa a Washington la conferenza annuale dell’ONA, OnlineNewsAssociation, la principale conferenza statunitense sul giornalismo online, e le conclusioni confermano allarmi e paure. Dopo oltre 10 anni dalla messa online dei maggiori quotidiani, il problema principale rimane la non sostenibilità del modello di business via web.

Ne son state provate di tutti i colori: dagli abbonamenti online a pagamento, alla formula del gratis+contenuti avanzati a pagamento. Ma soprattutto, in seguito alla sostanziale insufficienza di questi modelli, che offrono piccole revenue e solo a giornali che hanno archivi di estremo valore (quelli con dati finanziari, per esempio), tutti si sono concentrati sulla pubblicità. Modello che manda avanti (e in cambio influenza pesantemente) il sistema dei media cartacei, televisivi e radiofonici da decenni.
Eppure, sul web la pubblicità rende ancora troppo poco: il media è giovane, la sua penetrazione non completata. Attualmente la pubblicità online in America copre il 10% dei ricavi dei giornali. L’obiettivo è arrivare al 20-25%, ma anche i più ottimisti non si spingono al di là di una previsione che vede non prima del 2013 l’avvicinarsi di un tale obiettivo.

Al momento non disponiamo di dati diretti sulla situazione nostrana. In un lavoro di tesi di laurea che chi scrive ha seguito un paio d’anni fa, comunque, i responsabili dei principali siti italiani confermavano la sostanziale irrilevanza delle entrate pubblicitarie online, preferendo puntare su una strategia multicanale e multipiattaforma. E una tendenza è proprio questa: staccare l’attività giornalistica dalla piattaforma specifica. Addirittura separare il business puro della stampa e della distribuzione da quello della produzione di notizie.

Contemporaneamente, si assiste al paradosso per cui alcuni siti di informazione dal basso devono il proprio successo proprio alla pubblicità. L’Huffington Post, i siti come Techcrunch, Boing-Boing e altri, riescono, anche grazie ad un bacino d’utenza estremamente allargato dovuto alla dominanza della lingua inglese, ad attrarre sufficiente pubblicità: ma proprio questi esempi dimostrano la differenza fra i costi sostenibili da una pubblicazione online (spesso con poco personale, o con pochi collaboratori, o addirittura con contributi gratuiti dagli utenti) e quelle delle redazioni giornalistiche tradizionali.

Il problema sotteso a queste analisi è che il giornalismo investigativo e indipendente costa: almeno, costa più mantenere una redazione e un sistema di controlli editoriali che pubblicare informazioni o commenti su un blog. Un giornalismo investigativo richiede indagini, interviste, analisi di dati e informazioni, movimenti sul campo e l’indipendenza per poter poi pubblicare il risultato del lavoro. In effetti la storia della grande stampa insegna che furono proprio i guadagni conseguenti alle vendite delle gazzette e dei primi quotidiani a consentire l’indipendenza dal sovrano prima e dal politico poi. Che poi non tutti questi fogli facessero allora e facciano oggi giornalismo investigativo, be’, questa è un’altra questione.



Ma il punto è: quale giornalismo è ancora possibile mantenere al tempo dell’online?
Sul piano del linguaggio la conferenza ha confermato la dominanza delle forme visuali, soprattutto i video, nella rappresentazione della realtà. Almeno i motori di ricerca sul web riportano l’ago della bilancia verso il testo, finché i video non saranno in qualche maniera direttamente indicizzabili sulla base del contenuto semantico, oltre che della popolarità (cioè della discussa link-economy, democratica ma in grado di innescare spirali al tempo stesso pericolose per la tendenza a privilegiare una ristretta quantità di fonti e ostacolare l’emersione di nuovi contenuti di qualità che non siano linkati opportunamente dai “primi” della classifica).

Anche oltreoceano si riflette sulle fondazioni e su organizzazioni non lucrative per mantenere un elevato livello di profondità e di qualità nell’informazione giornalistica. E non è un caso che Tim Berners Lee si sia fatto finanziare proprio da una fondazione che si occupa di media, la Knight Foundation, per lanciare la sua nuova Web Foundation, destinata a occuparsi proprio della qualità dei contenuti.
Contemporaneamente la Confindustria grida al successo per la crescita del 47,5% nel 2007 della raccolta pubblicitaria sulle piattaforme digitali (di cui internet è però solo una fetta), e auspica in generale la soluzione dei problemi che frenano il business dei contenuti (a pagamento, of course), identificandoli nella gestione dei diritti d’autore. Addirittura ipotizzando una riesumazione di quel discutibile “patto di Sanremo” che alcuni anni fa fu stretto fra governo e alcune associazioni di categoria per tentare di trasformare la rete in un mercato, piuttosto che in un luogo di libero scambio.

Ma, già, il punto è proprio qui: se all’inizio della sua storia l’editoria fu la prima impresa in senso moderno, avviando la diffusione di un nuovo tipo di mercato di massa e liberando una nuova classe sociale dai vincoli dei potenti (e creando nuovi poteri), ora il web sembra mettere in crisi il mercato stesso dell’editoria, in particolare giornalistica, che di indipendenza economica (più che di tutela di diritti d’autore) avrebbe bisogno.
Forse hanno ragione coloro che ritengono che, semplicemente, i giornali perdano terreno perché non fanno abbastanza bene il loro lavoro. Non rappresentano cioè più così bene gli interessi veri di chi li legge, ma fanno troppo gli interessi di chi li possiede. E dunque, il problema è semmai lì, e non certo nella gestione dei diritti d’autore o nei modelli di business più esoterici. Certo è che l’online non risolve il problema dell’indipendenza economica del giornalismo, sia anche quello che rappresenta il lettore.
E’ chiaro che il discorso non può essere slegato dal tentativo che Agoravox sta facendo. Ma è altrettanto chiaro che il problema supera i confini di questa stessa iniziativa, andando a porci domande tutt’altro che retoriche sul futuro dell’informazione nella democrazia digitale.

Commenti all'articolo

  • Di Rocco Pellegrini (---.---.---.1) 20 settembre 2008 12:15
    Rocco Pellegrini

    Se i giornali vogliono uscire dalla crisi, che si approfondirà sempre più, man mano che la rete si sviluppa e che gli utenti imparano ad utilizzare i suoi servizi, devono cambiare completamente il modo con il quale producono il loro prodotto, aprendosi a forme di giornalismo partecipativo ed usando l’intelligenza collettiva per produrre significativi miglioramenti dei loro prodotti odierni.
    Negli USA il New York Times, il Washington Post e molti altri esempi innovativi indicano la strada.
    Ad esempio il NYT quando ha deciso di rinunciare ai 20 miloni di $ annui per la gestione per abbonamenti dei suoi archivi, ha incrementato fortemente la raccolta pubblicitaria di rete. L’archivio è un database storico di grande importanza e il libero accesso con pubblicità orientata al contesto si sta rivelando una buona fonte d’introiti.

  • Di Truman (---.---.---.148) 22 settembre 2008 10:38

    Mi sembra che manchi nell’articolo la sostanza del problema: il giornalismo d’inchiesta è compatibile con il business? La risposta probabilmente è no.
    La trasformazione del giornalismo in industria della notizia ha creato logiche perverse, per cui nel mondo commerciale ha successo la merce peggiore. E’ la vecchia regola economica per cui la moneta cattiva scaccia quella buona.
    Nel mondo commerciale la merce è il bacino di lettori del giornali, che viene venduto a chi ha un messaggio da far giungere a tali utenti. Lo scopo di informare è diventato solo un pretesto per vendere merce.

    Allora il giornalismo dal basso, fatto dai dilettanti, potrebbe essere superiore a quello professionale. Almeno in parte, qui risiede la scomemssa di Agoravox. I risultati li vedremo nel prossimo futuro.

  • Di Maurizio Boscarol (---.---.---.11) 22 settembre 2008 14:50

    @ rocco: Sì, aprire al pubblico è una strada, ma ho il timore che diventerà piuttosto quello che sta facendo il Wall Street Journal, cioè fare il social network del giornale. Come questo (o altre forme di coinvolgimento) consentirà di avere inchieste più approfondite e temi più scomodi, al momento, non è chiaro. Soprattutto se non c’è l’interesse della proprietà a spingere in questa direzione. A mio parere bisogna trovare una fonte di entrata sostenibile, che aumenti l’indipendenza. Altrimenti anche il coinvolgimento degli utenti potrebbe risolversi davvero, come vediamo in molti forum e mailing list, nel commentarsi e litigare a vicenda su temi marginali, o nel consentire scambi di messaggi privati.

    L’esperimento del NYT - dei cui risultati economici, dopo l’annuncio in pompa magna di un anno fa, non riesco a trovare traccia – è legato ad un calcolo, non sappiamo se corretto, relativo all’aumento delle pagine viste, principalmente provenienti da Google. In ogni caso, se il punto di arrivo del 20-25% dei ricavi è previsto per il 2013, le cose non stanno andando abbastanza bene in generale. E il NYT è un leader, bisogna vedere che chance hanno le fonti più indipendenti!...

    @ truman: Magari mi sbaglio, ma non ho l’impressione che il giornalismo d’inchiesta sia incompatibile con il business. Esempi ce ne sono, e fanno anche cassetta (da Report, ai libri di denuncia un po’ demagogici ma documentati, ecc.). E’ però incompatibile con alcune proprietà dei media che hanno interessi nei campi nei quali le inchieste potrebbero essere svolte. Quindi il problema a mio avviso è “chi possiede”. Non è un caso che la “soluzione” delle fondazioni stia attirando l’attenzione di molti. Certo, il paradosso è che così si esce dal mercato e si torna al mecenatismo. Il percorso inverso a quello compiuto in origine dalla stampa. Ma magari è più adatto al periodo sociale che stiamo vivendo, chissà… :)

    • Di Truman (---.---.---.148) 22 settembre 2008 15:40

      Una citazione

      Nel 1750 uscivano a Londra cinque quotidiani, sei periodici tri-settimanali, cinque settimanali e diversi altri giornali a basso prezzo per una tiratura complessiva di circa 100 000 copie alla settimana (cf. Thompson, 1995, 102). Lo storico del giornalismo americano Schudson (1978) ha messo in luce un importante aspetto del giornalismo a basso prezzo - la nascita del giornalismo “esercitato dal punto di vista dei lettori, non da quello delle autorità pubbliche, morali o politiche”. I giornali a basso prezzo dipendevano dai loro lettori, per sopravvivere erano dunque costretti ad accentuare le notizie, non le opinioni, privilegiando le aspettative dei lettori rispetto a quelle delle autorità – “stressing news, non opinion”. La notizia si contrappone in questo contesto alle istituzioni e alle autorità – queste vogliono le opinioni in sostegno della loro legittimità sopratemporale morale e politica, il pubblico vuole invece sapere che cosa è successo oggi.

      L’accento posto sulla notizia vuol dire privilegiare ciò che i lettori vogliono sapere e
      non farsi guidare da lealtà ideologiche, pregiudizi di classe o morali. Le notizie hanno attratto i lettori, i giornali a basso prezzo sono diventati indipendenti e hanno così contribuito a rafforzare il peso dei punti di vista popolari e dunque del “potere popolare” nella democrazia. L’altra faccia del commercio delle notizie, faccia pericolosa, demoniaca, barbara è venuta alla luce dopo la prima guerra mondiale: mi riferisco all’industria culturale che banalizza lo spazio pubblico e che è culminata nel dominio televisivo degli anni che hanno preceduto l’espansione di Internet e dello ciberspazio.
      (Vaclav Belohradsky -Dispensa di sociologia politica)

      La stampa popolare ha quindi successo quando prende le parti del popolo contro il potere. Oggi la stampa sta dalla parte del business, sta quindi con il potere. Finchè si mantiene questa logica il mercato della notizia prima schiatta e meglio è. D’altro canto se il meccanismo delle fondazioni servisse a riportare al primo posto la notizia esso sarebbe benvenuto. Ma non sarebbe un business in tale caso.

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