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Ghost in the Shell: l’umanità nel corpo di una macchina

Il Maggiore Mira Killian (Scarlett Johansson) è il frutto di un complesso e avanzato esperimento della multinazionale Hanka Robotics: vittima di un incidente è stata salvata trapiantando il suo cervello nel tecnologico corpo di un cyborg dalle fattezze umane. 

Trasformata in un super soldato, il Maggiore è messa a capo di un team antiterrorismo chiamato Sezione 9, col compito di sventare crimini e attacchi informatici. Durante una missione di sorveglianza mirata ad assicurare la protezione di un alto esponente dell’Hanka, quest’ultimo viene hackerato e ucciso. Dietro l’attacco si cela Kuze (Michael Pitt), un pericoloso quanto misterioso cyber criminale. Scovato Kuze il Maggiore viene a contatto con una drammatica realtà: l’esperimento che le ha salvato la vita nasconde ben altro, e i frammentari ricordi che riaffiorano celano quella che è la sua vera identità. Determinata a scoprire la verità, il Maggiore scopre così che il vero nemico non è Kuze ma qualcun altro.

Trasposizione live action dell’omonimo anime del 1995, a sua volta basato sulla serie di manga nata nel 1989, Ghost in the Shell (id., 2017), fino ad alcuni mesi fa, sembrava un rischioso quanto azzardoso tentativo di portare sul grande schermo (con attori in carne e ossa) un franchise molto amato dai fan. Eppure, nonostante le incognite, Ghost in the Shell si rivela essere un prodotto alquanto interessante che – facendo un diretto confronto con il film d’animazione – non sfigura affatto con il materiale di origine. Magari gli aficionados più maniacali dell’universo di Ghost in the Shell potrebbero storcere il naso di fronte alle licenze poetiche e alle lievi modifiche presenti nel film di Rupert Sanders il quale, nonostante le ulteriori introduzioni, è riuscito a ricreare le atmosfere e le scene cult dell’anime.

Se si volesse procedere con un metodo di giudizio dicotomico, ovvero quello di confrontare solo ed esclusivamente film d’animazione e live action, di sicuro non si riuscirebbe ad apprezzare i contenuti qualitativi all’interno del lungometraggio n. 2 di Sanders. Sia l’opera del 1995 sia questa del 2017 sono due esempi di sci-fi cyberpunk: figlie di molta letteratura fantascientifica (Philip K. Dick docet) e del concetto del predominio della tecnologia sull’uomo, entrambe si rivelano lavori fondamentali per gli amanti della fantascienza distopica. Ma, rispetto al suo predecessore ed ispiratore, il Ghost in the Shell di Sanders possiede una marcia in più. Abbandonati quei passaggi criptici ed enigmatici presenti nell’opera degli anni Novanta, la trasposizione odierna cerca di dare allo spettatore tutte quelle risposte rimaste in sospeso ventidue anni prima. Al centro del suo nucleo narrativo Ghost in the Shell ha ben di più della sola storia costruita intorno al Maggiore e alla Sezione 9 in quanto, procedendo per addizione, mette in primo piano l’oramai ben conosciuto ma sempre più attuale rapporto tra l’uomo e la tecnologia. Il supersoldato cyborg Mira Killian, dotata di una mente umana, è la rappresentazione del predominio dell’avanzamento tecnologico rispetto alla finitezza del corpo umano. Tuttavia, l’unica cosa che la tecnologia non riesce a controllare sono i suoi (frammentari e confusi) ricordi e la capacità di pensare con il suo cervello. Mira è “figlia” unica nel suo genere, è il diretto prodotto di un’anima (ghost) racchiusa in un corpo sintetico (shell), dell’umanità nel corpo di una macchina.

 

 

Ghost in the Shell, al di fuori del suo ruolo principale di film di entertainment mainstream, è un’opera filmica in cui gli spunti di riflessione – esistenziali e filosofici – non mancano, così come le svariate tematiche (a partire dalla deontologia della ricerca medico/scientifica per poi arrivare a quella della vita oltre la morte terrena), ne costituiscono la nomenclatura principale. Ciononostante sia un film di genere, Ghost in the Shell è un connubio tra intrattenimento e spessore riflessivo, mirabilia per gli occhi e intelletto che non si riduce ad ennesimo blockbuster privo di spessore, bensì diventa una piccola opus da aggiungere nell’universo cinematografico della fantascienza distopica. Debitore di capolavori come Blade Runner, di opere come Matrix (anche se il film delle sorelle Wachowski sia stato ispirato dall’anime originale) e Minority Report, Ghost in the Shell è esteticamente interessante, merito anche del forte impatto visivo suscitato dall’ambientazione della metropoli del futuro, sempre connessa, pulsante, fumosa, viva e in cui i megaschermi e gli ologrammi pubblicitari vegliano sui vicoli sporchi e umidi (degni di tanto noir) e sugli scorci urbani decisamente retrò.

Di fianco a tutte le speculazioni e riflessioni, Ghost in the Shell offre sequenze action decisamente ben realizzate in cui, l’unica nota stonata, è l’eccessivo utilizzo del ralenti, e sequenze decisamente più oniriche e inquietanti. Opera matura nelle tematiche trattate (anche se depauperata da quella violenza brutale e sanguinosa che permea la trasposizione del ’95) e impreziosita da un buon cast (capitanato da Scarlett Johansson, qui ancora più glaciale dell’altra eroina interpretata nel discreto sci-fi bessoniano Lucy, e a cui seguono Juliette Binoche e Takeshi “Beat” Kitano), Ghost in the Shell non è di certo un capolavoro ma – in fin dei conti – è un buon prodotto che dimostra, con grinta, di avere tutte le carte in regola per entrare di diritto nell’alveo del genere di appartenenza.

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